(AGENPARL) - Roma, 1 Ottobre 2026 - L’Europa sta scoprendo quanto sia fragile una vittoria sull’inflazione quando l’energia torna improvvisamente al centro della crisi economica.
I numeri di settembre sono difficili da ignorare. In Spagna l’inflazione armonizzata è salita al 5,0%. In Italia l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha accelerato al 4,2%, dal 3,3% di agosto. E dietro entrambe le accelerazioni compare lo stesso protagonista: l’energia. INE
Non siamo ancora necessariamente davanti a una replica della grande fiammata inflazionistica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Anzi, alcuni dati raccontano per ora una storia diversa e meno allarmante: l’inflazione di fondo rimane sensibilmente inferiore a quella complessiva, soprattutto in Italia.
Ma proprio qui si trova il problema per la Banca Centrale Europea.
Uno shock energetico può rimanere uno shock energetico. Oppure può diventare inflazione.
La differenza tra i due scenari determinerà probabilmente una parte importante della politica monetaria europea dei prossimi mesi.
La Spagna manda il primo segnale: 5%
I dati preliminari dell’Instituto Nacional de Estadística mostrano con particolare chiarezza l’accelerazione.
A settembre l’indice armonizzato spagnolo IPCA è arrivato al 5,0%. L’indice nazionale CPI si è attestato al 4,9%, sei decimi sopra agosto, mentre l’inflazione di fondo è salita più moderatamente, dal 2,9% al 3,1%. L’INE identifica tra i fattori dell’accelerazione proprio carburanti e lubrificanti per i veicoli privati, aumentati mentre un anno prima erano diminuiti. INE
È una distinzione fondamentale. Inflazione complessiva: 4,9%. Inflazione di fondo: 3,1%. Quasi due punti di distanza. Questo significa che una parte importante dell’accelerazione non proviene, almeno per ora, da una crescita uniforme dei prezzi nell’intera economia. Arriva dall’esterno. Arriva dall’energia.
In Italia il segnale è ancora più evidente
I numeri italiani sono forse ancora più impressionanti. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’inflazione nazionale è passata dal 3,3% di agosto al 4,2% di settembre, ma l’inflazione di fondo, esclusi energia e alimentari freschi, è soltanto all’1,7%. Istat
Il divario racconta quasi tutta la storia.
I prezzi degli energetici regolamentati sono accelerati dal 18,6% al 25,9% su base annua.
Quelli degli energetici non regolamentati dal 17,0% al 22,2%.
Nel complesso, i beni energetici sono passati da +17,1% ad agosto a +22,3% a settembre. Istat
Sono numeri enormi. Eppure l’inflazione sottostante rimane relativamente contenuta. Questa è contemporaneamente la buona e la cattiva notizia.
La buona notizia: non siamo ancora davanti a un’inflazione generalizzata
Durante una grande spirale inflazionistica, l’aumento dei prezzi tende a propagarsi. Comincia dall’energia. Poi raggiunge i trasporti. Poi i prodotti industriali. Poi i servizi. Poi i salari. Poi le aspettative.
A quel punto la causa iniziale può persino scomparire, ma l’inflazione continua a vivere di vita propria. I dati italiani non descrivono ancora chiaramente quel fenomeno. L’inflazione di fondo all’1,7% suggerisce che una parte rilevante dell’aumento complessivo resta concentrata nei comparti direttamente o indirettamente più esposti allo shock energetico. Istat
In Spagna la componente sottostante al 3,1% è più elevata, ma resta comunque nettamente inferiore all’indice armonizzato del 5%. INE
Per la BCE questa distinzione è decisiva, Perché una banca centrale può combattere la domanda. Non può produrre petrolio.
Francoforte non può aprire Hormuz
È questa la grande debolezza della politica monetaria davanti a uno shock energetico.
Se l’inflazione aumenta perché famiglie e imprese spendono troppo, una banca centrale può aumentare i tassi.
Il credito diventa più caro.
Gli investimenti rallentano.
I consumi diminuiscono.
La domanda si raffredda.
La pressione sui prezzi si attenua.
Ma se il prezzo del diesel aumenta perché una raffineria è fuori servizio, se il greggio sale a causa di una guerra o se una petroliera deve affrontare costi assicurativi e di trasporto maggiori, portare il tasso sui depositi dal 2,5% al 3% non produce un solo barile aggiuntivo.
La BCE può distruggere domanda. Non può creare offerta energetica.
Ed è precisamente ciò che rende questo shock così difficile.
Il diesel è il moltiplicatore silenzioso della crisi
Il petrolio occupa i titoli dei giornali.
Ma per l’economia reale europea uno dei prodotti più importanti è il diesel.
Camion.
Agricoltura.
Macchine industriali.
Cantieri.
Distribuzione.
Una parte della navigazione.
Trasporto commerciale.
Quando aumenta il diesel, non aumenta soltanto il costo per chi fa rifornimento.
Aumenta il costo per spostare quasi tutto il resto.
Un pomodoro deve arrivare al supermercato.
Un componente deve raggiungere la fabbrica.
Una macchina deve essere consegnata.
Un pacco deve percorrere centinaia di chilometri.
Un trattore deve lavorare.
Il carburante entra più volte nella stessa catena economica.
Ecco perché il diesel può diventare il ponte attraverso il quale uno shock petrolifero comincia a trasformarsi in inflazione diffusa.
L’Europa ha inoltre una vulnerabilità particolare
La crisi arriva in un continente che importa una parte considerevole dell’energia che consuma e che negli ultimi anni ha già dovuto ricostruire rapidamente la propria architettura energetica dopo il collasso del vecchio rapporto con la Russia.
Il problema dei distillati è particolarmente delicato.
Non basta avere greggio.
Serve la capacità di trasformarlo nel prodotto necessario.
Quando l’offerta di diesel è scarsa, il prezzo del carburante può aumentare più rapidamente di quello del petrolio perché al rincaro della materia prima si aggiunge l’aumento del margine di raffinazione.
Poi arrivano i costi logistici.
Trasporto marittimo.
Assicurazioni.
Rotte più lunghe.
Disponibilità delle petroliere.
Il consumatore europeo può quindi essere colpito contemporaneamente da tre shock:
petrolio più caro, raffinazione più cara e trasporto più caro.
Il prezzo del Brent non racconta quindi tutta la storia
Questo punto è essenziale per comprendere perché talvolta il consumatore guardi il petrolio scendere e si chieda perché il prezzo alla pompa non faccia altrettanto.
Greggio e carburante non sono la stessa cosa.
Tra il pozzo e il distributore esiste una gigantesca infrastruttura economica.
Raffinazione.
Trasporto.
Stoccaggio.
Distribuzione.
Tassazione.
Margini.
Tassi di cambio.
Se il Brent scende del 5% ma il margine di raffinazione del diesel aumenta, il beneficio può essere assorbito prima di raggiungere il consumatore.
La crisi del 2026 sta ricordando che la sicurezza petrolifera non significa semplicemente disponibilità di greggio: significa disponibilità del prodotto giusto nel luogo giusto.
E l’Italia rappresenta perfettamente il dilemma
Prendiamo i numeri Istat.
Inflazione complessiva: 4,2%.
Inflazione di fondo: 1,7%.
Energia: +22,3%.
Energia regolamentata: +25,9%.
Energia non regolamentata: +22,2%. Istat
Cosa dovrebbe fare una banca centrale davanti a questa fotografia?
Aumentare aggressivamente i tassi perché il 4,2% è più del doppio dell’obiettivo?
Oppure essere prudente perché l’1,7% suggerisce che la pressione interna sottostante è molto più debole?
Non esiste una risposta meccanica.
Ed è proprio per questo che Francoforte si trova davanti a uno dei dilemmi più difficili della politica monetaria.
La BCE ha già mosso
Il 10 settembre il Consiglio direttivo ha aumentato di 25 punti base tutti e tre i tassi di riferimento.
Dal 16 settembre il tasso sui depositi è al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni marginali al 2,90%. European Central Bank
La motivazione dichiarata dalla BCE è esplicita: il conflitto in Medio Oriente continua a generare pressioni inflazionistiche e l’inflazione dovrebbe rimanere significativamente sopra l’obiettivo per un periodo prolungato. European Central Bank
Le nuove proiezioni dello staff prevedono un’inflazione media del 3,0% nel 2026, 2,5% nel 2027 e 2,1% nel 2028.
Per l’inflazione esclusi energia e alimentari, le stime sono rispettivamente 2,5%, 2,6% e 2,3%. European Central Bank
Il ritorno al 2%, insomma, potrebbe essere più lento del previsto.
Ma i tassi sono un’arma molto imperfetta contro il petrolio
Supponiamo che la BCE aumenti rapidamente i tassi.
I mutui diventano più cari.
Il credito alle imprese diventa più costoso.
Gli investimenti vengono rinviati.
L’edilizia rallenta.
Le famiglie spendono meno.
La domanda europea diminuisce.
Questo può impedire allo shock energetico di trasformarsi in inflazione generalizzata.
Ma il prezzo è evidente.
Per curare un’inflazione importata, l’Europa rischia di indebolire ulteriormente la propria economia interna.
E le proiezioni BCE non descrivono esattamente un continente in boom: la crescita dell’area euro è prevista allo 0,9% nel 2026, all’1,4% nel 2027 e all’1,5% nel 2028. European Central Bank
Combattere troppo duramente l’inflazione potrebbe quindi aggravare la debolezza economica.
Ma aspettare troppo può essere ancora più pericoloso
Esiste il problema opposto.
Se famiglie e imprese cominciano a credere che il 4-5% sia la nuova normalità, cambiano comportamento.
I lavoratori chiedono aumenti salariali.
Le imprese aumentano preventivamente i prezzi.
I contratti incorporano maggiore inflazione.
I proprietari adeguano i canoni.
I fornitori rivedono i listini.
Le aspettative diventano comportamento.
E il comportamento diventa inflazione.
A quel punto anche se il petrolio scende, una parte dell’aumento iniziale sopravvive.
È questo il fenomeno che la BCE deve impedire.
Non necessariamente abbassare domani mattina il prezzo del diesel.
Impedire che il diesel da 2026 diventi il salario, l’affitto e il listino prezzi del 2027.
È qui che l’inflazione di fondo diventa il dato da osservare
Nei prossimi mesi il numero più spettacolare potrebbe essere quello dell’inflazione complessiva.
Ma il numero più importante potrebbe essere quello sottostante.
Se energia e carburanti rimarranno elevati mentre l’inflazione di fondo resterà relativamente contenuta, la BCE potrà avere più ragioni per procedere con cautela.
Se invece la componente core comincerà ad accelerare significativamente, il quadro cambierà.
Significherebbe che il contagio è iniziato.
In Italia siamo passati dall’1,5% all’1,7%. In Spagna dal 2,9% al 3,1%. Istat
Non è ancora una spirale.
Ma è esattamente la direzione che Francoforte deve sorvegliare.
C’è poi il rischio salari
La seconda linea di difesa passa dal mercato del lavoro.
Se l’energia aumenta temporaneamente e i salari non cercano di recuperare immediatamente l’intera perdita di potere d’acquisto, lo shock può progressivamente dissolversi.
Se invece iniziano rincorse continue tra prezzi e salari, il processo diventa molto più persistente.
Il problema politico è evidente.
Chiedere ai lavoratori di accettare una perdita permanente di reddito reale non è sostenibile.
Ma recuperare immediatamente ogni aumento energetico attraverso salari nominali può trasformare uno shock esterno temporaneo in inflazione domestica persistente.
È il vecchio dilemma degli effetti di secondo livello.
E poi c’è l’inverno
La situazione europea presenta una complicazione ulteriore.
Settembre non è gennaio.
L’Europa entra nei mesi nei quali il sistema energetico viene sottoposto alla pressione maggiore.
Temperature.
Domanda di riscaldamento.
Stoccaggi di gas.
Produzione rinnovabile variabile.
Disponibilità nucleare.
Importazioni di GNL.
Domanda asiatica.
Ogni elemento può modificare rapidamente il quadro.
Un inverno mite potrebbe ridurre enormemente la pressione.
Uno particolarmente rigido potrebbe fare l’opposto.
È per questo che il prezzo spot di oggi non rappresenta necessariamente una misura adeguata della sicurezza energetica di domani.
Lo shock energetico è anche uno shock industriale
C’è inoltre un aspetto che l’indice dei prezzi al consumo non racconta completamente.
L’Europa compete con economie che possiedono strutture energetiche differenti.
Un’azienda europea che paga elettricità, gas o trasporto più costosi non affronta soltanto un problema di inflazione.
Affronta un problema di competitività.
Chimica.
Acciaio.
Vetro.
Carta.
Ceramica.
Fertilizzanti.
Logistica.
Produzioni ad alta intensità energetica.
Se lo shock dura mesi, alcune imprese possono trasferire il costo ai consumatori.
Altre riducono i margini.
Altre riducono la produzione.
Altre ancora spostano investimenti.
L’inflazione energetica può quindi trasformarsi contemporaneamente in inflazione dei prezzi e deflazione industriale.
Ed è uno scenario particolarmente scomodo per una banca centrale.
Perché una banca centrale teme soprattutto la stagflazione
Inflazione elevata con crescita forte è un problema.
Inflazione elevata con crescita debole è molto peggio.
Nel primo caso, aumentare i tassi significa raffreddare un’economia surriscaldata.
Nel secondo significa raffreddare un’economia che potrebbe essere già fredda.
È la ragione per cui uno shock dell’offerta rappresenta uno degli scenari più difficili per la politica monetaria.
Se la BCE stringe troppo, può aggravare la stagnazione.
Se stringe troppo poco, può perdere il controllo delle aspettative.
La scelta non è tra una soluzione buona e una cattiva.
È tra rischi differenti.
L’Europa scopre ancora una volta che l’energia è politica monetaria
Per anni energia e banche centrali sono sembrate due mondi distinti.
Da una parte petrolio, gas, raffinerie, oleodotti e petroliere.
Dall’altra tassi, obbligazioni, liquidità e inflazione.
Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato quanto questa separazione fosse artificiale.
Una nave bloccata può modificare il prezzo del diesel.
Il diesel modifica il costo del trasporto.
Il trasporto modifica il prezzo dei beni.
I prezzi modificano l’inflazione.
L’inflazione modifica i tassi.
I tassi modificano mutui, investimenti, debito pubblico e crescita.
Una crisi nello Stretto di Hormuz può finire nel mutuo di una famiglia italiana.
È questa la catena economica che rende l’energia una questione molto più ampia del settore energetico.
Ma questa crisi presenta una differenza rispetto al 2022
L’Europa non è esattamente nella posizione in cui si trovava all’inizio della guerra russo-ucraina.
Ha diversificato parte degli approvvigionamenti.
Ha costruito nuova infrastruttura per il GNL.
Ha imparato a utilizzare maggiormente gli stoccaggi come strumento strategico.
Ha ridotto drasticamente alcune dipendenze.
Famiglie e imprese hanno aumentato l’efficienza.
Il sistema possiede quindi strumenti che allora erano meno sviluppati.
Ma la natura dello shock è cambiata.
Nel 2022 il simbolo della vulnerabilità europea era il gasdotto.
Nel 2026 è tornata centrale anche la petroliera.
Ed è molto più difficile isolare un continente da un mercato petrolifero realmente globale.
Il diesel potrebbe essere il vero termometro della crisi
Per capire dove sta andando l’inflazione europea, nelle prossime settimane non basterà osservare il Brent.
Bisognerà guardare ai prodotti raffinati.
Ai margini del diesel.
Alle raffinerie.
Ai noli.
Alle importazioni.
Agli stoccaggi.
Al gas.
E soprattutto alla velocità con cui tutto questo entra nei prezzi di beni e servizi.
Il punto di svolta arriverà quando sapremo se il rincaro energetico sta semplicemente attraversando l’economia oppure se sta cominciando a mettere radici.
La BCE deve combattere il contagio, non il barile
È forse questa la formula più semplice per descrivere la sfida di Francoforte.
La BCE non può vincere una guerra in Medio Oriente.
Non può aprire uno stretto.
Non può costruire una raffineria.
Non può aumentare le esportazioni di diesel.
Non può decidere la temperatura dell’inverno.
Può però cercare di impedire che uno shock energetico temporaneo modifichi permanentemente il comportamento economico dell’Eurozona.
È una differenza fondamentale.
Per questo la stessa BCE ribadisce di non essersi impegnata in anticipo su un particolare percorso dei tassi: le decisioni saranno prese riunione per riunione sulla base dei dati, delle prospettive d’inflazione, dell’inflazione sottostante e della trasmissione della politica monetaria. European Central Bank
Il prossimo dato conterà più del precedente
Settembre ci consegna quindi una fotografia preoccupante ma non ancora definitiva.
Spagna: IPCA 5,0%.
Italia: inflazione 4,2%.
Energia italiana: +22,3%.
Core italiana: 1,7%.
Core spagnola: 3,1%.
Tasso BCE sui depositi: 2,50%.
Sono numeri che raccontano contemporaneamente due Europe.
La prima è quella che sta subendo violentemente il nuovo shock energetico.
La seconda è quella nella quale, per ora, l’inflazione sottostante non ha ancora replicato integralmente quella fiammata. Istat
Fra queste due Europe si trova Christine Lagarde.
Ed è lì che si giocherà la partita.
Il vero pericolo comincia quando smettiamo di chiamarlo shock energetico
Per il momento possiamo ancora descrivere buona parte dell’accelerazione come inflazione energetica.
Ma ogni mese che passa aumenta il rischio che l’aggettivo scompaia.
Prima energia.
Poi trasporti.
Poi merci.
Poi servizi.
Poi salari.
Poi aspettative.
Infine semplicemente:
inflazione.
È questa trasformazione che la BCE deve evitare senza contemporaneamente soffocare un’economia che le sue stesse previsioni vedono crescere appena dello 0,9% quest’anno. European Central Bank
Ed è questa la ragione per cui la nuova crisi energetica europea potrebbe diventare una prova persino più sofisticata di quella precedente.
Nel 2022 il problema era trovare energia.
Nel 2026 il problema è anche impedire che il suo nuovo prezzo ridisegni l’intera economia.
L’Europa è quindi tornata davanti al suo vecchio dilemma, ma con una variante ancora più difficile.
Non può permettersi energia troppo cara.
Non può permettersi inflazione persistente.
E non può permettersi di combattere entrambe distruggendo la crescita.
Per ora l’inflazione europea rimane soprattutto una storia di energia.
La domanda che conta davvero è quanto a lungo resterà soltanto questo.
