(AGENPARL) - Roma, 30 Settembre 2026 - Stati Uniti e Canada stanno trasformando il ritorno del nucleare in cantieri, flotte e filiere industriali. A Darlington il progetto prevede fino a quattro BWRX-300 nello stesso sito; Clinch River è concepito da TVA con la possibilità di ospitare fino a quattro SMR. Il Canada, parallelamente, dispone di una filiera CANDU costruita in decenni di esperienza industriale. L’Italia ha riaperto la porta all’atomo e ha ancora competenze importanti, ma deve affrontare la variabile più difficile da recuperare: il tempo. Perché la sicurezza energetica necessaria nel 2040 deve essere progettata, finanziata, autorizzata e industrializzata oggi.
Nucleare, filiere industriali e resilienza: la variabile decisiva per l’Italia è il tempo.
Ci sono decisioni energetiche i cui effetti si misurano in mesi. E ce ne sono altre che determinano la struttura industriale di un Paese per mezzo secolo. Il nucleare appartiene alla seconda categoria. Ed è precisamente per questo che continuare a ridurre la discussione italiana alla domanda “nucleare sì o nucleare no?” rischia di farci perdere di vista la questione strategicamente decisiva.
La domanda dovrebbe essere: di quale sistema elettrico avrà bisogno l’Italia nel 2040 e nel 2050? Quanta elettricità servirà? Quanta dovrà essere disponibile ventiquattro ore al giorno? Quanto gas continueremo a importare? Quanto saremo dipendenti dalle interconnessioni europee? Quanto aumenterà la domanda per effetto di data center, intelligenza artificiale, mobilità elettrica, pompe di calore ed elettrificazione industriale? E soprattutto: quanto tempo abbiamo per costruire le alternative? Nel nucleare il tempo non è una variabile accessoria. È una parte della tecnologia.
Clinch River: la lezione americana non riguarda soltanto gli SMR. Riguarda il tempo
Il progetto di Clinch River, nel Tennessee, dovrebbe essere osservato con estrema attenzione dall’Italia. La Tennessee Valley Authority sta sviluppando il progetto basato sul BWRX-300 di GE Vernova Hitachi, un reattore modulare ad acqua bollente da circa 300 MW elettrici, ma l’elemento più importante non è soltanto la potenza del reattore. È il percorso necessario per arrivare alla centrale. Il sito di Clinch River aveva già ottenuto nel 2019 un Early Site Permit. Sono seguite progettazione, interazioni regolatorie, domanda di permesso di costruzione, valutazioni ambientali e di sicurezza. La Nuclear Regulatory Commission ha quindi esaminato la domanda relativa alla prima unità BWRX-300. Ed esiste un dettaglio ancora più interessante: TVA considera Clinch River un sito potenzialmente capace di ospitare fino a quattro SMR.
Non significa che quattro unità siano già autorizzate. Significa però che il sito viene pensato secondo una logica industriale che può andare oltre il singolo reattore. È una differenza fondamentale, perché il vero vantaggio economico degli SMR potrebbe non manifestarsi costruendo un reattore isolato. Potrebbe emergere costruendo una serie: prima unità, seconda unità, terza e quarta. Stesso sito e stessa tecnologia. Parte delle infrastrutture condivise. Squadre che accumulano esperienza. Supply chain che produce ripetutamente gli stessi componenti. Regolatore che conosce progressivamente meglio il design. Il nucleare torna così a essere ciò che è sempre stato nelle sue esperienze industriali di maggior successo: un’industria di programma, non un’industria di prototipi.
Darlington: quattro SMR per costruire una centrale da 1.200 MW
Il Canada sta applicando una logica simile a Darlington, in Ontario. Ontario Power Generation sta costruendo il primo BWRX-300 e il progetto complessivo, subordinatamente alle ulteriori autorizzazioni necessarie, prevede quattro unità per circa 1.200 MW complessivi. Questo dato merita attenzione. Quattro piccoli reattori modulari finiscono infatti per costituire, insieme, una centrale nucleare con una potenza paragonabile a quella di un grande impianto. Ed emerge una delle questioni centrali del futuro nucleare.
SMR e grandi reattori sono realmente due modelli alternativi? Oppure rappresentano due differenti modi di organizzare capitale, costruzione, rischio e capacità produttiva? Un sito con quattro BWRX-300 raggiunge circa 1,2 GW. Un grande reattore può concentrare una capacità analoga in una singola unità. La differenza riguarda quindi non soltanto la potenza finale, ma il modo in cui quella potenza viene costruita: modularità, sequenzialità degli investimenti, standardizzazione, possibilità di apprendere da un’unità alla successiva, infrastrutture comuni, distribuzione del rischio, tempi di entrata progressiva della capacità.
È precisamente questo tipo di confronto che l’Italia dovrebbe cominciare a fare. Non chiedersi astrattamente quale tecnologia sia “migliore”, ma chiedersi: quale architettura nucleare è più adatta al sistema elettrico e industriale italiano?
Il Canada possiede qualcosa che l’Italia non può acquistare dall’oggi al domani: un ecosistema
Il vantaggio canadese non è soltanto avere deciso di costruire SMR. È possedere già una cultura nucleare industriale: operatori, regolatore, università, ingegneri, tecnici, produttori, supply chain, impianti in esercizio, programmi di refurbishment. E soprattutto una tecnologia nazionale sviluppata nell’arco di decenni: CANDU.
CANDU significa *Canada Deuterium Uranium*. È una famiglia di reattori ad acqua pesante pressurizzata — PHWR — sviluppata originariamente in Canada da Atomic Energy of Canada Limited e oggi commercialmente gestita da AtkinsRéalis attraverso Candu Energy. Una delle piattaforme attualmente proposte è l’Enhanced CANDU 6, appartenente alla classe degli oltre 700 MW elettrici. Accanto a questa piattaforma AtkinsRéalis sta sviluppando il nuovo CANDU MONARK, presentato al regolatore canadese con una potenza netta di 925 MW e con una prospettiva industriale di incremento verso 1.000 MW. Questo permette di comprendere quanto sia riduttivo dividere il futuro nucleare semplicemente tra “piccolo” e “grande”.
Esistono piattaforme da circa 300 MW. Piattaforme nell’ordine dei 700 MW. Reattori vicini al gigawatt. E siti che possono ospitare più unità.
Il problema strategico è costruire la combinazione corretta.
CANDU: acqua pesante, uranio naturale e rifornimento durante l’esercizio
La tecnologia CANDU presenta caratteristiche particolari che meritano di essere comprese anche nel dibattito italiano. Utilizza acqua pesante — D₂O — come moderatore e refrigerante, caratteristica che consente un’elevata economia neutronica. Un’altra peculiarità è la possibilità di utilizzare uranio naturale, evitando la necessità dell’arricchimento per il combustibile convenzionale CANDU. Questo aspetto assume un significato che va oltre l’ingegneria. È anche una questione di sicurezza della supply chain nucleare.
In un mondo nel quale le capacità di arricchimento dell’uranio sono fortemente concentrate, una tecnologia capace di funzionare con uranio naturale introduce una diversa configurazione della catena del combustibile. CANDU possiede inoltre una significativa flessibilità rispetto ai combustibili utilizzabili e la tecnologia può impiegare, con le appropriate configurazioni e qualificazioni, anche combustibili alternativi.
Ma probabilmente una delle sue caratteristiche operative più riconoscibili è l’on-power refuelling. Il combustibile può essere sostituito mentre il reattore continua a funzionare. Non è quindi necessario programmare lo spegnimento della centrale semplicemente per effettuare il normale rifornimento periodico del combustibile. Dal punto di vista della sicurezza energetica questo elemento è particolarmente interessante perché contribuisce alla capacità della centrale di mantenere elevata disponibilità.
BWRX-300 contro CANDU? È la domanda sbagliata.
Si potrebbe essere tentati di trasformare tutto questo in una competizione: SMR contro grandi reattori, BWRX-300 contro CANDU, tecnologia americana contro canadese, tecnologia francese contro canadese. Ma sarebbe probabilmente il modo sbagliato di affrontare il problema italiano. La domanda dovrebbe essere diversa: di quanta capacità programmabile avrà bisogno l’Italia e quale combinazione tecnologica può realizzarla nei tempi necessari?
Un grande sito industriale potrebbe richiedere 1.000 MW. Un’area con rete meno robusta potrebbe essere più adatta a unità più piccole. Un data center potrebbe richiedere una configurazione differente. Un distretto industriale potrebbe avere bisogno contemporaneamente di elettricità e calore. Un vecchio sito termoelettrico potrebbe offrire infrastrutture di rete riutilizzabili. Un porto industriale potrebbe integrare produzione elettrica, idrogeno, desalinizzazione e attività energivore. La dimensione del reattore deve quindi essere conseguenza della strategia. Non il contrario.
Il vero confronto è tra due modelli industriali
Prendiamo due configurazioni teoriche.
Quattro BWRX-300: circa 1.200 MW.
Una piattaforma di grande taglia nell’ordine del gigawatt: capacità complessiva simile, ma concentrata in un numero inferiore di unità. Nel primo caso si distribuiscono costruzione e capacità su più moduli. Nel secondo si concentra maggiormente l’investimento. Quale soluzione è economicamente migliore? Non esiste una risposta universale. Dipende dal costo del capitale. Dal tempo di costruzione. Dalla capacità della rete. Dalla standardizzazione. Dall’utilizzazione delle infrastrutture comuni.
Dal fattore di capacità. Dalla disponibilità della supply chain. Dalla capacità di replicare il progetto. Dal rischio di ritardi.
Ed è proprio questo il livello al quale dovrebbe arrivare il dibattito italiano.
L’Italia ha riaperto la porta. Ma non ha ancora costruito il sistema
Riaprire politicamente e normativamente la possibilità di utilizzare il nucleare non equivale ad avere una centrale. Tra una decisione politica e il primo megawattora nucleare esiste un’intera infrastruttura istituzionale e industriale.
Servono regole. Un’autorità dotata delle competenze necessarie. Procedure di licensing. Siti. Modelli finanziari. Operatori. Contratti. Supply chain. Saldatori qualificati. Ingegneri. Specialisti della radioprotezione. Tecnici. Ispettori. Combustibile. Gestione dei rifiuti. Piani di emergenza. Collaudi. Autorizzazione all’esercizio. Soltanto alla fine arriva l’elettricità.
Per questo la domanda italiana non può essere: quando approveremo il ritorno del nucleare?
Deve diventare: In quale anno vogliamo che il primo nuovo reattore italiano produca realmente elettricità?
Poi bisogna costruire il calendario all’indietro.
Il 2035 è praticamente domani
Edison, EDF, NUWARD e una parte importante della filiera nucleare italiana hanno sottoscritto una Dichiarazione di Intenti per lo sviluppo congiunto di un impianto SMR europeo di terza generazione, con tecnologia prevista negli anni Trenta e l’obiettivo dichiarato dei primi impianti operativi nel 2035.
Nove anni possono sembrare molti. Per l’industria nucleare sono pochissimi.
Prima dell’entrata in esercizio devono arrivare progettazione, licensing, localizzazione, finanziamento, contratti, qualificazione dei fornitori, opere civili, installazione dei sistemi, collaudi e autorizzazione all’esercizio.
Da qui una conclusione inevitabile: se l’Italia vuole produrre nuova elettricità nucleare nella seconda metà degli anni Trenta, gli anni decisivi non saranno quelli dopo il 2030.
Sono quelli che stiamo vivendo adesso.
L’Italia, però, non riparte da zero Questo è un punto essenziale.
L’Italia non produce più elettricità nucleare, ma non ha cancellato tutte le proprie competenze. Sogin continua a gestire il decommissioning degli impianti nucleari italiani e attività relative ai materiali radioattivi. Esistono Ansaldo Nucleare, Ansaldo Energia e numerose imprese italiane presenti nella supply chain internazionale. Esistono università, laboratori, società di ingegneria e competenze industriali. Non costituiscono ancora una filiera completa per costruire una nuova flotta nazionale. Ma rappresentano capitale tecnologico dal quale ripartire.
L’incontro Sogin-Candu Energy è importante proprio per questo
Il 18 giugno 2026, nella sede Sogin di via Marsala a Roma, si è svolto un incontro tra rappresentanti del sistema nucleare italiano e canadese. Per Sogin era presente l’amministratore delegato Gian Luca Artizzu, insieme ai responsabili di aree direttamente rilevanti per un futuro ecosistema nucleare. Per Candu Energy, società del gruppo AtkinsRéalis, era presente Todd Smith, Vice President Marketing & Business Development.
All’incontro ha partecipato anche Patrizia Giuliotti, Delegata Commerciale dell’Ambasciata del Canada, insieme a Denis Bednyagin, esperto di tecnologie nucleari ed economia dell’innovazione energetica, e al direttore di Agenparl Luigi Camilloni. L’incontro non equivale a un accordo per costruire una centrale.
È importante sottolinearlo.
Il suo valore strategico consiste nell’avere aperto un confronto su tecnologia, ingegneria, materiali nucleari, innovazione, formazione e possibili forme di collaborazione internazionale. Ed è esattamente ciò che l’Italia dovrebbe fare prima di scegliere definitivamente la propria architettura nucleare.
Italia-Francia e Italia-Canada non devono diventare alternative
La collaborazione Edison-EDF-NUWARD e il dialogo con Candu Energy non sono necessariamente in contraddizione.
Potrebbero essere complementari.
Perché sicurezza energetica significa anche mantenere aperte più opzioni tecnologiche e industriali. L’Italia dovrebbe conoscere profondamente le tecnologie francesi.
Quelle canadesi.
Quelle americane.
Le esperienze sudcoreane.
Gli sviluppi europei.
E dovrebbe contemporaneamente lavorare affinché le proprie aziende partecipino a queste filiere.
Non dobbiamo scegliere una bandiera.
Dobbiamo costruire una capacità industriale.
Sicurezza energetica significa diversificare anche il nucleare
Si parla molto di diversificazione delle fonti energetiche. Meno spesso si parla di diversificazione all’interno della stessa tecnologia. Eppure anche il nucleare presenta supply chain geopoliticamente sensibili.
Uranio.
Conversione.
Arricchimento.
Fabbricazione del combustibile.
Componenti nucleari.
Grandi forgiate.
Sistemi di controllo.
Servizi di ingegneria.
L’International Energy Agency ha richiamato esplicitamente il problema della concentrazione delle supply chain nucleari. Quattro Paesi rappresentano oltre tre quarti della produzione mineraria mondiale di uranio e la capacità di arricchimento è ancora più concentrata. Per questo una strategia italiana dovrebbe evitare di sostituire una dipendenza con un’altra. Ridurre la dipendenza dal gas per diventare totalmente dipendenti da un unico fornitore nucleare non sarebbe vera sicurezza energetica.
Ed è qui che la caratteristica dell’uranio naturale dei CANDU diventa geopoliticamente interessante
La possibilità dei CANDU di utilizzare uranio naturale modifica una parte della catena del combustibile perché evita l’arricchimento per il ciclo convenzionale.
Non elimina le dipendenze.
Servono comunque miniere, conversione, fabbricazione del combustibile, acqua pesante, componenti, manutenzione e una complessa infrastruttura industriale.
Ma diversifica il rischio.
Ed è questo il concetto che dovrebbe guidare la politica italiana.
Non autarchia energetica. Resilienza.
La sicurezza energetica non significa produrre tutto in Italia
L’Italia continuerà a importare energia e materie prime.
Non è necessariamente un problema.
Il problema nasce quando troppe dipendenze convergono sullo stesso punto.
Un solo combustibile.
Una sola rotta.
Un solo Paese.
Una sola tecnologia.
Un solo fornitore.
Una sola infrastruttura.
La sicurezza energetica consiste quindi nel costruire ridondanza.
Gas da più fonti.
LNG.
Interconnessioni.
Rinnovabili.
Accumuli.
Idroelettrico.
Capacità programmabile.
E, se la scelta verrà confermata, nucleare.
Il nucleare è anche un’assicurazione geopolitica
Il dibattito sull’atomo viene frequentemente ridotto al costo del megawattora.
È un indicatore fondamentale.
Ma non sufficiente.
Quanto vale poter produrre elettricità indipendentemente dal prezzo giornaliero del gas? Quanto vale ridurre l’esposizione alle rotte marittime? Quanto vale poter accumulare sul territorio combustibile sufficiente per lunghi periodi? Quanto vale una centrale capace di produrre giorno e notte?
Quanto vale durante un conflitto?
Quanto vale durante una crisi delle importazioni?
Quanto vale quando tutta Europa contemporaneamente cerca gas ed elettricità? Sono valori che durante i periodi tranquilli sembrano astratti. Durante le crisi diventano immediatamente monetizzabili.
Il nucleare non deve sostituire le rinnovabili. Deve ridurre la fragilità del sistema
Anche qui serve uscire dalle contrapposizioni ideologiche. Il sistema italiano avrà bisogno di molta più capacità rinnovabile.
Avrà bisogno di reti.
Accumuli.
Interconnessioni.
Flessibilità della domanda.
Ma maggiore elettrificazione significa anche maggiore importanza dell’affidabilità della rete. Più trasporti, riscaldamento, industria e data center dipendono dall’elettricità, più diventa importante poter garantire energia in ogni ora dell’anno.
La domanda non è quindi: rinnovabili o nucleare?
È: quale combinazione di generazione, accumulo, reti, importazioni e capacità programmabile minimizza contemporaneamente costo, emissioni e vulnerabilità?
L’IEA parla ormai apertamente di una nuova era nucleare
La International Energy Agency osserva che il sostegno all’espansione del nucleare riguarda ormai più di quaranta Paesi.
La ragione non è soltanto climatica.
È industriale ed energetica.
La domanda mondiale di elettricità cresce.
Crescono data center.
AI.
Mobilità elettrica.
Climatizzazione.
Produzione avanzata.
Elettrificazione industriale.
In questo sistema il nucleare possiede una caratteristica particolarmente importante:
è una fonte programmabile a basse emissioni disponibile ventiquattro ore al giorno.
Ma la stessa IEA avverte che il ritorno del nucleare dipenderà dalla capacità di risolvere quattro problemi.
Tempi.
Costi.
Finanziamento.
Supply chain e competenze.
Esattamente i problemi che l’Italia deve cominciare ad affrontare adesso.
Il nucleare italiano deve nascere come programma, non come centrale
Qui l’esempio Darlington diventa particolarmente importante.
Il primo BWRX-300 è solo l’inizio.
La logica industriale del progetto è arrivare, dopo le necessarie autorizzazioni, a più unità sullo stesso sito.
Questa dovrebbe essere anche la prospettiva italiana.
Non domandarsi:
dove costruiamo il primo reattore?
Ma:
quale programma vogliamo costruire?
Una centrale isolata rischia di essere un progetto unico.
Una flotta crea industria.
La prima unità forma gli operai.
La seconda utilizza quell’esperienza.
La terza migliora la produttività.
La quarta consolida i fornitori.
La quinta utilizza una catena industriale già qualificata. La decima può essere molto diversa economicamente dalla prima.
Il vero obiettivo italiano non dovrebbe essere il primo reattore. Dovrebbe essere il decimo
Il primo reattore è simbolico.
Il decimo significa che esiste una filiera.
Che esiste un regolatore esperto.
Che esistono operatori.
Che le università producono competenze.
Che le imprese italiane ricevono ordini ripetuti.
Che esistono procedure standardizzate.
Che gli errori della prima costruzione non vengono ripetuti dieci volte.
Questo conduce alle vere domande industriali:
Possiamo costruirne dieci?
Possiamo replicare lo stesso design?
Possiamo finanziarli?
Possiamo autorizzarli senza ripartire ogni volta da zero?
Possiamo produrre in Italia una quota crescente dei componenti?
Possiamo esportare quelle competenze?
Se la risposta a queste domande non esiste ancora, allora non abbiamo ancora un programma nucleare.
Abbiamo soltanto l’idea di costruire un reattore.
La prima barriera è finanziaria
Il nucleare richiede molto capitale prima di produrre il primo kilowattora. Per questo il costo finanziario è determinante quasi quanto quello ingegneristico. L’IEA ricorda che scala dei progetti, complessità tecnica, lunghi tempi di costruzione e rischio di ritardi rendono difficile finanziare nuove centrali esclusivamente attraverso il normale project finance commerciale. Nel suo scenario di forte espansione nucleare, l’Agenzia stima investimenti globali nell’ordine di 120 miliardi di dollari annui già nel 2030. L’Italia deve quindi affrontare subito domande poco spettacolari ma decisive.
Chi sopporta il rischio di costruzione?
Lo Stato?
L’utility?
Il consumatore?
Un consorzio?
Come viene remunerato il capitale?
Quale garanzia esiste sui ricavi futuri?
Come impediamo che un ritardo di tre anni distrugga l’economia finanziaria del progetto?
La seconda barriera è industriale
Una centrale nucleare non è un reattore.
È una catena produttiva.
Acciaio.
Forgiati.
Valvole.
Tubazioni.
Pompe.
Generatori.
Cemento.
Sistemi elettrici.
Controllo.
Cybersecurity.
Ingegneria.
Costruzione.
Qualità nucleare.
Collaudi.
Manutenzione.
Il coinvolgimento di aziende italiane nell’iniziativa Edison-EDF-NUWARD dimostra che il Paese possiede ancora pezzi importanti di questa capacità.
Il punto è trasformare questi pezzi in sistema.
Vogliamo essere clienti o costruttori?
Questa è forse la domanda industriale più importante.
Se l’Italia investirà decine di miliardi nel nuovo nucleare, quanto valore resterà nel Paese?
Vogliamo acquistare centrali?
Oppure vogliamo costruire una supply chain capace di partecipare alle flotte nucleari europee?
Vogliamo importare tecnologia?
Oppure importare inizialmente tecnologia e contemporaneamente localizzare competenze, produzione e ingegneria?
Sono strategie completamente diverse.
Nel primo caso compriamo elettricità futura.
Nel secondo costruiamo anche industria futura.
La terza barriera sono le persone
Un programma nucleare non può essere acquistato chiavi in mano se il Paese non possiede le persone necessarie a controllarlo.
Servono ingegneri nucleari.
Ingegneri civili.
Meccanici.
Elettrici.
Fisici.
Esperti dei materiali.
Specialisti della radioprotezione.
Saldatori qualificati.
Operatori.
Regolatori.
Ispettori.
Project manager.
Tecnici della qualità.
Esperti di sicurezza.
La collaborazione internazionale può accelerare enormemente questo processo. Ed è precisamente per questo che incontri come quello tra Sogin e Candu Energy sono importanti.
Gli ingegneri del 2040 devono essere formati oggi
Se vogliamo centrali negli anni Trenta e Quaranta, non possiamo cominciare a formare il personale quando aprirà il cantiere.
Servono università.
ITS.
Dottorati.
Laboratori.
Stage presso centrali estere.
Scambi con i regolatori.
Programmi con Francia, Canada e Stati Uniti.
Partecipazione italiana ai cantieri internazionali.
Una generazione di ingegneri può imparare enormemente lavorando oggi a Darlington, Hinkley Point, nei refurbishment CANDU o nelle supply chain europee. Quando aprirà il primo nuovo cantiere italiano, quelle persone dovrebbero tornare con dieci anni di esperienza.
L’open innovation è probabilmente la strada più veloce per recuperare quarant’anni
L’Italia non deve reinventare tutto.
Non avrebbe senso.
Può cooperare con EDF e NUWARD.
Con AtkinsRéalis e Candu Energy.
Con GE Vernova Hitachi e altre realtà occidentali.
Può utilizzare Sogin.
Ansaldo.
Le grandi società italiane di ingegneria.
Università.
Centri di ricerca.
Imprese manifatturiere.
La filiera nucleare è per natura internazionale.
La sicurezza energetica italiana non richiede quindi isolamento tecnologico. Richiede capacità nazionale dentro alleanze industriali affidabili.
E poi arrivano l’intelligenza artificiale e i data center
Questa discussione diventerà ancora più urgente se la domanda elettrica crescerà più rapidamente del previsto.
AI.
Cloud.
Semiconduttori.
Robotica.
Data center.
Produzione avanzata.
Veicoli elettrici.
Pompe di calore.
Elettrolizzatori.
Tutti competono per una risorsa:
elettricità.
E soprattutto elettricità affidabile.
La domanda strategica per l’Italia diventa allora inevitabile:
Se non saremo in grado di garantire grandi quantità di elettricità continua e competitiva, dove verranno costruite le industrie della prossima generazione?
Il rischio non è soltanto pagare bollette più alte.
È perdere investimenti industriali.
Il nucleare non risolverà la prossima crisi energetica italiana
Bisogna dirlo chiaramente.
Se una nuova crisi energetica arrivasse nel 2027, nel 2028 o nel 2030, una nuova centrale nucleare italiana non potrebbe risolverla.
Non sarebbe pronta.
Nel breve periodo servono reti.
Accumuli.
Interconnessioni.
Rinnovabili.
Efficienza.
Flessibilità.
Sicurezza degli approvvigionamenti di gas.
Capacità esistente.
Ma da questa constatazione deriva una conclusione opposta a quella che spesso viene proposta.
Il fatto che il nucleare richieda tempo non è una ragione per rinviarlo.
È la ragione per cui, se lo si ritiene parte del mix futuro, bisogna iniziare prima.
La politica energetica deve governare due orologi
Il primo orologio arriva al 2030.
Deve rispondere ai problemi immediati.
Il secondo arriva al 2040-2050.
Deve costruire le infrastrutture che richiedono dieci o vent’anni ma che possono funzionare per sessanta, ottanta o più anni. Confondere questi due orizzonti produce errori strategici. Pretendere che il nucleare risolva la crisi del 2028 è irrealistico. Ma ignorarlo perché non può risolvere la crisi del 2028 potrebbe significare arrivare alla crisi del 2040 senza aver costruito un’alternativa.
La sicurezza energetica è una polizza assicurativa nazionale
Una rete ridondante può sembrare troppo costosa finché non si verifica un blackout. Una scorta strategica può sembrare inutile finché una rotta commerciale non viene chiusa. Una centrale programmabile può sembrare costosa finché il gas non moltiplica il proprio prezzo. Una filiera industriale domestica può sembrare inefficiente finché il componente necessario non può più essere importato.
È il paradosso della resilienza.
Quando funziona sembra costosa. Quando manca diventa inestimabile.
Quanto siamo disposti a pagare per non essere vulnerabili?
Questa non è una domanda ideologica.
È una domanda economica.
Quanto gas vogliamo importare?
Quanta elettricità?
Quanta capacità di riserva?
Quante interconnessioni?
Quante scorte?
Quanta generazione programmabile?
Quanti fornitori?
Quante tecnologie?
Quanti ingegneri?
Quanto combustibile strategico?
Quanto valore industriale nazionale?
La sicurezza energetica non può essere misurata soltanto attraverso il prezzo medio del megawattora in un anno tranquillo. Deve essere misurata anche attraverso il costo economico del sistema quando qualcosa va storto.
L’Italia dovrebbe scegliere oggi il reattore del 2040?
Probabilmente no.
Dovrebbe però scegliere oggi di essere nelle condizioni di poterlo costruire.
È una differenza enorme.
Il BWRX-300 potrebbe dimostrare attraverso Darlington e Clinch River quanto vale realmente la serializzazione degli SMR. L’Enhanced CANDU 6 offre una piattaforma appartenente a una famiglia tecnologica con decenni di esperienza operativa. Il CANDU MONARK dovrà attraversare il proprio percorso di sviluppo e licensing. NUWARD dovrà dimostrare le proprie prestazioni industriali ed economiche.
Altre tecnologie emergeranno.
L’Italia non deve scommettere tutto oggi su un unico cavallo.
Deve acquistare qualcosa di molto più prezioso:
opzioni.
Perché il vero nemico non è scegliere la tecnologia sbagliata. È arrivare troppo tardi
Una tecnologia può essere sostituita.
Un contratto può essere rinegoziato.
Un progetto può essere modificato.
Il tempo perduto, invece, non può essere acquistato.
Non possiamo decidere nel 2038 che nel 2040 ci servono 10 GW nucleari. Non possiamo formare migliaia di tecnici in diciotto mesi. Non possiamo creare una supply chain nucleare in un anno. Non possiamo costruire un regolatore competente dopo avere aperto il cantiere. Non possiamo cominciare a discutere dei siti quando abbiamo già bisogno dell’elettricità.
La vera decisione italiana è questa
Non sappiamo esattamente quale sarà il prezzo del gas nel 2040.
Non sappiamo quanto costeranno le batterie.
Non sappiamo quale sarà il costo industriale degli SMR dopo le prime serie.
Non sappiamo quanto cresceranno i data center.
Non sappiamo quanto aumenterà la domanda elettrica.
Non sappiamo quale sarà il prossimo shock geopolitico.
Ma sicurezza energetica non significa conoscere perfettamente il futuro. Significa costruire un sistema capace di funzionare anche quando il futuro è diverso da quello previsto. Ed è per questo che l’Italia deve smettere di considerare il nucleare esclusivamente come una disputa sulla fonte energetica. È una discussione sulla capacità di scelta futura del Paese.
La sicurezza energetica del 2040 si costruisce nel 2026
Clinch River mostra che persino gli Stati Uniti, con una delle più profonde infrastrutture nucleari del mondo, devono preparare per anni un nuovo progetto prima di arrivare al reattore. Darlington mostra che il vero potenziale degli SMR può risiedere nella costruzione seriale di più unità sullo stesso sito. La tradizione CANDU mostra cosa significa conservare per decenni tecnologia, supply chain, operatori, università e competenze nazionali. La cooperazione Edison-EDF-NUWARD dimostra che una parte dell’industria italiana vuole tornare a inserirsi nella costruzione del nucleare europeo.
Il dialogo Sogin-Candu Energy dimostra che esistono ulteriori possibilità di cooperazione tecnologica e industriale. L’IEA mostra infine che tutto questo non avviene in isolamento: il nucleare sta tornando nelle strategie energetiche di decine di Paesi mentre la domanda mondiale di elettricità accelera.
L’Italia deve quindi decidere che cosa vuole essere.
Un semplice acquirente di tecnologia?
Un mercato energetico dipendente dalle decisioni altrui?
Un Paese che costruisce qualche reattore isolato?
Oppure uno dei nodi industriali della nuova filiera nucleare occidentale?
Perché possiamo acquistare gas domani.
Possiamo comprare elettricità dall’estero domani, se sarà disponibile. Possiamo installare fotovoltaico e batterie in tempi relativamente brevi. Ma non possiamo ordinare oggi una cultura industriale nucleare e riceverla domani mattina. Non possiamo comprare quarant’anni di esperienza con un bonifico.
Dobbiamo ricostruirla.
Università dopo università.
Ingegnere dopo ingegnere.
Fornitore dopo fornitore.
Licenza dopo licenza.
Cantiere dopo cantiere.
Reattore dopo reattore.
La sicurezza energetica non si compra durante una crisi.
Si costruisce prima.
Si finanzia prima.
Si autorizza prima.
Si industrializza prima.
Si scelgono prima i partner.
Si formano prima gli ingegneri.
Si qualificano prima i fornitori.
E soprattutto si decide prima di averne disperatamente bisogno. Per questo la domanda fondamentale non è se nel 2040 l’Italia avrà bisogno esattamente di 5, 10 o 15 GW di nucleare.
La domanda è molto più importante:
vogliamo arrivare al 2040 avendo la possibilità concreta di costruirli?
Perché un Paese energeticamente sicuro non è quello che può prevedere ogni crisi. È quello che, quando la crisi arriva, ha ancora alternative tra cui scegliere.
E questa capacità ha un nome.
Sicurezza energetica.
Riferimenti essenziali

Per i riferimenti navigabili principali: Agenparl – Clinch River e il primo SMR commerciale americano; Edison – accordo con EDF e NUWARD; Agenparl – incontro Sogin-Candu Energy; OPG – progetto SMR di Darlington; TVA – Clinch River e la prospettiva fino a quattro SMR; AtkinsRéalis – CANDU e licensing negli Stati Uniti; IEA – The Path to a New Era for Nuclear Energy. Le fonti primarie confermano inoltre che l’Enhanced CANDU 6 è una piattaforma PHWR da oltre 700 MW, alimentabile con uranio naturale e dotata di rifornimento in esercizio, mentre il MONARK è oggi in sviluppo con filing regolatorio a 925 MW netti.