(AGENPARL) - Roma, 16 Settembre 2026 - La parabola politica e umana di Hashim Thaçi giunge a un epilogo giudiziario dirompente. Il tribunale speciale delle Camere Speciali per il Kosovo con sede all’Aja ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’ex presidente ed ex leader dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), condannandolo a 25 anni di reclusione. Un verdetto che scuote profondamente i Balcani occidentali e chiude una delle pagine più complesse e discusse della storia indipendentista di Pristina.
La sentenza del Tribunale dell’Aja: le accuse e la condanna
Al termine di un processo durato anni e incentrato sugli eventi compresi tra il 1998 e il 1999, i giudici internazionali hanno riconosciuto Thaçi penalmente responsabile di quattro capi d’accusa legati a crimini di guerra e contro l’umanità.
Il collegio giudicante ha stabilito che, nella sua veste di figura apicale dello Stato Maggiore dell’UÇK e a capo della Direzione Politica, l’ex leader kosovaro fu parte attiva nel disegno e nella gestione di strutture di detenzione illegale. Nello specifico, la sentenza ha evidenziato la responsabilità penale per omicidi, torture, trattamenti crudeli e detenzioni arbitrarie commessi non solo contro oppositori politici e presunti collaborazionisti, ma anche ai danni di civili nel contesto del conflitto per l’indipendenza dalla Serbia.
Dal mito della guerriglia alla presidenza: la traiettoria politica
La condanna colpisce una figura che per decenni è stata il simbolo stesso della nascita e dell’affermazione istituzionale del Kosovo. Emerso negli anni Novanta come uno dei fondatori del nazionalista Movimento Popolare del Kosovo e noto con il nome di battaglia “Gjarpëri” (“Il Serpente”) tra le file dell’UÇK, Thaçi era stato accreditato dagli occidentali come l’interlocutore pragmatico della transizione, protagonista dei negoziati di Rambouillet e padre della dichiarazione d’indipendenza del 2008.
Traghettato il Partito Democratico del Kosovo (PDK) su posizioni di centro-destra, aveva ricoperto la carica di Primo Ministro e, successivamente, quella di Presidente della Repubblica, accreditandosi nei circuiti diplomatici internazionali come un pilastro della stabilità regionale, prima delle dimissioni rassegnate nel novembre del 2020 a seguito della formalizzazione dell’incriminazione internazionale.
Reazioni e ripercussioni geopolitiche
Il verdetto apre ora scenari di profonda tensione politica interna. Nel Paese, dove Thaçi e gli altri ex comandanti imputati mantengono per larga fetta della popolazione lo status di eroi nazionali, la sentenza rischia di acuire le divisioni e di alimentare un clima di forte contrapposizione identitaria. La difesa ha già annunciato battaglia legale contestando l’impianto accusatorio e la linea della responsabilità di comando, mentre la comunità internazionale guarda agli sviluppi locali con l’attenzione rivolta alla tenuta della stabilità istituzionale nell’area balcanica.
