(AGENPARL) - Roma, 13 Settembre 2026 - Il ritorno dell’energia nucleare sta riportando al centro del dibattito una domanda che nessun programma di espansione dell’atomo può permettersi di rinviare: dove conservare in sicurezza il combustibile nucleare esaurito per tempi che superano enormemente quelli della normale pianificazione politica e industriale?
Mentre diversi governi guardano nuovamente al nucleare per diversificare il mix energetico, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e ridurre le emissioni, la gestione dei rifiuti radioattivi ad alta attività diventa uno dei passaggi decisivi per stabilire quanto questa nuova stagione dell’atomo possa essere sostenibile non soltanto tecnologicamente, ma anche politicamente e socialmente.
La sfida presenta un apparente paradosso. Il nucleare produce quantità relativamente contenute di rifiuti rispetto all’enorme volume di energia generata, ma una piccola frazione di quei materiali concentra quasi tutta la radioattività e richiede sistemi di isolamento concepiti per funzionare su scale temporali eccezionalmente lunghe.
Secondo la World Nuclear Association, i rifiuti ad alta attività rappresentano circa il 3% del volume complessivo dei rifiuti radioattivi, ma concentrano il 95% della radioattività. L’elevatissima densità energetica del combustibile significa inoltre che una centrale da 1.000 MWe produce, nel caso di combustibile riprocessato, circa tre metri cubi annui di rifiuti solidi ad alta attività; rapportato al consumo elettrico individuale, il quantitativo di rifiuti ad alta attività è nell’ordine di appena cinque grammi all’anno.
È poco materiale in termini volumetrici.
Ma è materiale che non può semplicemente essere dimenticato.
Il problema non è quanto rifiuto viene prodotto, ma per quanto tempo deve essere isolato
Il combustibile estratto da un reattore è inizialmente estremamente caldo e radioattivo. Viene quindi raffreddato e custodito in piscine e può successivamente essere trasferito in contenitori per lo stoccaggio a secco. Questi sistemi consentono di gestire il materiale in sicurezza, ma sono concepiti come soluzioni di deposito intermedio, non come risposta definitiva al problema.
Ed è proprio qui che entra in gioco una delle più ambiziose opere ingegneristiche della nuova era nucleare: il deposito geologico profondo.
L’idea fondamentale è relativamente semplice, anche se la sua realizzazione è estremamente sofisticata.
Il combustibile viene racchiuso in contenitori altamente resistenti, circondato da materiali progettati per ostacolare il movimento dell’acqua e degli eventuali radionuclidi e collocato centinaia di metri sotto terra, all’interno di formazioni geologiche selezionate per la loro stabilità.
Non esiste quindi una sola barriera dalla quale dipenda l’intero sistema.
Esistono più livelli di protezione.
Contenitore, materiali ingegnerizzati e roccia diventano parti di un unico sistema.
Canada, il laboratorio della soluzione geologica
Uno degli esempi più avanzati arriva dal Canada.
La Nuclear Waste Management Organization (NWMO) ha sviluppato a Oakville un impianto dimostrativo nel quale vengono sperimentati macchinari e procedure destinati alla futura gestione del combustibile esaurito.
Nel centro di prova, secondo un recente reportage di Nature, mezzi automatizzati movimentano enormi blocchi di argilla bentonitica del peso di circa 8.000 chilogrammi, mentre apparecchiature appositamente sviluppate riempiono gli spazi con ulteriore argilla.
Al centro del sistema ci sono contenitori progettati per il combustibile nucleare esaurito.
La filosofia è quella della difesa in profondità: non affidare la sicurezza a un singolo componente, ma costruire una successione di barriere indipendenti.
La bentonite è particolarmente importante perché, a contatto con l’acqua, tende a gonfiarsi, contribuendo a sigillare gli spazi e a limitare il movimento delle acque sotterranee.
A tutto questo si aggiunge la barriera più grande: centinaia di metri di roccia.
Ignace, il deposito a centinaia di metri sotto l’Ontario
Nel novembre 2024 la NWMO ha selezionato il sito di Revell, nell’Ontario nord-occidentale, nell’area della Wabigoon Lake Ojibway Nation e della Township of Ignace, per il futuro deposito geologico canadese. Il progetto è ora entrato nel processo regolatorio.
La struttura è prevista a una profondità nell’ordine di 500-800 metri; documentazione NWMO più specifica sul progetto nell’area di Ignace indica un intervallo di circa 650-800 metri.
Non si tratta ancora di un deposito operativo.
Il Canada deve attraversare valutazioni ambientali, autorizzazioni, consultazioni e costruzione. Secondo la pianificazione attuale, l’avvio della costruzione è stimato intorno al 2033, mentre l’operatività viene collocata indicativamente tra il 2040 e il 2045.
È una distinzione importante: Ignace rappresenta una delle più concrete risposte in preparazione al problema delle scorie, ma deve ancora superare un lungo percorso autorizzativo e realizzativo.
Quasi sei milioni di fasci di combustibile
Le dimensioni della sfida canadese sono notevoli.
Alla fine del 2025 il Canada disponeva di circa 3,4 milioni di fasci di combustibile nucleare esaurito. Alla fine della vita operativa programmata degli attuali reattori, il totale potrebbe raggiungere circa 5,9 milioni di fasci.
Ogni anno se ne aggiungono circa 90.000.
Il deposito dovrà quindi essere sufficientemente grande da isolare l’intero inventario nazionale previsto.
E il processo non terminerà quando verrà aperta la struttura.
Il trasferimento, la movimentazione e il posizionamento del combustibile dovrebbero estendersi per circa mezzo secolo, dagli anni Quaranta agli anni Novanta del XXI secolo.
Il progetto deve quindi essere pensato non in termini di una legislatura, di un governo o persino di una generazione.
Deve funzionare attraverso molte generazioni.
La vera innovazione è rendere la sicurezza passiva
È questo uno dei principi fondamentali dei depositi geologici profondi.
Un deposito temporaneo necessita di sorveglianza, manutenzione e istituzioni capaci di garantirne continuamente la sicurezza.
Un deposito geologico definitivo punta invece a raggiungere una condizione nella quale, una volta completate le operazioni e chiusa la struttura, la sicurezza dipenda principalmente dalle caratteristiche fisiche e geologiche del sistema, e non dalla necessità di un intervento umano permanente.
È una differenza concettuale enorme.
Significa progettare un’infrastruttura capace di continuare a svolgere la propria funzione anche in un futuro nel quale le istituzioni, le tecnologie e le società potrebbero essere molto diverse da quelle che l’hanno costruita.
Finlandia, Svezia e la nuova frontiera dello smaltimento
Il Canada non è solo.
La Finlandia è diventata uno dei riferimenti mondiali attraverso il progetto Onkalo, mentre la Svezia sta portando avanti il proprio programma di deposito geologico. Anche altri Paesi nucleari stanno studiando o sviluppando soluzioni analoghe.
Il principio che sta emergendo a livello internazionale è che, per i rifiuti ad alta attività destinati allo smaltimento definitivo, la profondità geologica rappresenta una delle soluzioni tecnologicamente più mature.
Eppure il fatto che la tecnologia sia considerata praticabile non significa che il problema sia risolto.
Perché il maggiore ostacolo potrebbe non trovarsi sottoterra.
Potrebbe trovarsi in superficie.
La battaglia decisiva è quella del consenso
Costruire un deposito significa convincere una comunità ad accettare sul proprio territorio un’infrastruttura destinata a ospitare materiale radioattivo per tempi lunghissimi.
È qui che ingegneria e politica si incontrano.
Un progetto può superare test di laboratorio estremamente severi e contemporaneamente fallire davanti all’opposizione di una comunità.
Il modello canadese cerca di affrontare precisamente questa difficoltà. La NWMO sottolinea che la selezione dell’area di Ignace è arrivata dopo studi tecnici e un processo nel quale sia la Township sia la Wabigoon Lake Ojibway Nation hanno espresso disponibilità a far avanzare il progetto alla fase regolatoria.
Il procedimento non termina con quella scelta: il processo regolatorio canadese prevede ulteriori possibilità di partecipazione per comunità indigene, popolazione e altri soggetti interessati.
È una lezione importante soprattutto guardando dall’altra parte del confine.
Stati Uniti: 95.000 tonnellate e nessun deposito definitivo operativo
Gli Stati Uniti rappresentano infatti il grande paradosso della questione nucleare.
Possiedono la più grande flotta nucleare commerciale del mondo, hanno accumulato decenni di esperienza tecnologica e stanno discutendo una nuova espansione dell’atomo.
Eppure non dispongono ancora di un deposito geologico permanente operativo per il combustibile nucleare commerciale esaurito.
Secondo la documentazione di bilancio del Department of Energy per il 2026, i reattori commerciali statunitensi hanno prodotto circa 95.000 tonnellate metriche di metallo pesante iniziale di combustibile nucleare esaurito, con la possibilità di generarne altre 85.000 entro il 2070. Gran parte del combustibile continua a essere conservata presso i siti dei reattori, compresi siti dove le centrali non sono più operative.
È l’eredità di un problema politico che Washington conosce da decenni.
Yucca Mountain, il progetto che non è mai diventato realtà
La grande risposta americana avrebbe dovuto essere Yucca Mountain, in Nevada.
Il progetto divenne il centro della strategia federale per lo smaltimento permanente, ma fu travolto da un conflitto politico, istituzionale e territoriale durato decenni.
Il caso americano ha mostrato qualcosa di fondamentale: individuare geologicamente un luogo non significa riuscire politicamente a costruirvi un deposito.
Il risultato è che il combustibile esaurito è rimasto distribuito in numerosi siti negli Stati Uniti.
E mentre Washington discute di una nuova stagione nucleare, la questione torna inevitabilmente davanti al governo federale.
Il DOE cerca una strada fondata sul consenso
Il Department of Energy ha quindi sviluppato un processo di consent-based siting, cioè una strategia che punta a individuare una o più strutture federali di stoccaggio intermedio consolidato attraverso il coinvolgimento delle comunità, delle tribù, degli Stati e delle amministrazioni locali.
È importante distinguere però stoccaggio intermedio e smaltimento geologico permanente.
Un deposito consolidato può ridurre la frammentazione dell’attuale sistema, trasferendo combustibile da numerosi siti a una struttura centralizzata.
Ma non elimina la necessità di una soluzione definitiva.
Prima o poi il combustibile destinato allo smaltimento deve trovare una destinazione permanente.
Ed è questo il nodo che gli Stati Uniti non hanno ancora sciolto.
Una rinascita nucleare senza soluzione per le scorie sarebbe incompleta
La questione assume una rilevanza ancora maggiore davanti alla prospettiva di nuovi reattori.
Se il nucleare dovesse espandersi significativamente, aumenterebbe anche la quantità di combustibile esaurito da gestire.
Questo non significa necessariamente che il problema diventi ingestibile.
Al contrario, la quantità relativamente piccola di rifiuti ad alta attività prodotta per unità di elettricità rappresenta uno degli argomenti utilizzati dai sostenitori dell’atomo.
Ma proprio perché il materiale è concentrato e altamente radioattivo, la responsabilità di gestirlo correttamente è altrettanto concentrata.
Non è possibile progettare seriamente una politica nucleare limitandosi alla costruzione del reattore.
Occorre pensare contemporaneamente all’intero ciclo del combustibile.
Reattore e deposito devono entrare nello stesso piano energetico
Questa potrebbe essere la lezione più importante della nuova corsa internazionale all’energia nucleare.
Per decenni numerosi Paesi hanno separato politicamente due problemi che dal punto di vista fisico appartengono allo stesso sistema.
Prima si produce energia.
Poi si decide cosa fare del combustibile.
La nuova generazione di programmi nucleari non può permettersi questo approccio.
Quando un governo autorizza nuovi reattori dovrebbe contemporaneamente essere in grado di spiegare dove verrà conservato il combustibile esaurito, chi finanzierà la sua gestione, come sarà trasportato e quale sarà la destinazione definitiva.
Il Canada offre da questo punto di vista un modello interessante anche sul piano finanziario: il progetto è sostenuto dai proprietari dei rifiuti nucleari attraverso fondi fiduciari previsti dalla legge, secondo il principio per cui i costi della gestione a lungo termine devono essere sostenuti da chi genera il combustibile esaurito.
E poi c’è il riciclo
Esiste inoltre una seconda strada che rende il quadro ancora più articolato.
Il combustibile esaurito non è necessariamente considerato in tutti i Paesi semplicemente come un rifiuto.
Una parte dei materiali può essere recuperata attraverso il riprocessamento e riutilizzata nel ciclo nucleare. La World Nuclear Association sottolinea che gran parte del materiale contenuto nel combustibile usato può essere riciclata.
Ma il riprocessamento non cancella la necessità di gestire rifiuti radioattivi ad alta attività.
Può modificarne composizione e volume e recuperare materiale energeticamente utile, ma rimane comunque necessaria una strategia di smaltimento finale.
Non esiste quindi una tecnologia capace di far semplicemente “sparire” il problema.
Una sfida che dura più dei governi che devono deciderla
Qui emerge forse l’aspetto più affascinante e difficile della questione.
Le democrazie ragionano normalmente su cicli di quattro o cinque anni.
Le aziende elaborano piani industriali di alcuni decenni.
Un deposito geologico deve invece essere progettato pensando a tempi incomparabilmente più lunghi.
È una delle rare infrastrutture nelle quali chi prende la decisione iniziale sa che le generazioni chiamate a convivere con le conseguenze più lontane non sono ancora nate.
Questo impone standard di sicurezza eccezionali.
Ma impone anche qualcosa di più difficile da misurare: fiducia.
Fiducia nelle istituzioni.
Fiducia nei regolatori.
Fiducia negli scienziati.
Fiducia nel fatto che i costi non verranno scaricati sulle generazioni successive.
Ed è probabilmente questa, più ancora della perforazione della roccia, la parte più difficile da costruire.
Il problema delle scorie può decidere il futuro del nucleare
La nuova stagione dell’atomo sarà quindi giudicata non soltanto dalla capacità di costruire reattori più rapidamente, in modo più economico e sicuro.
Sarà giudicata anche da ciò che avverrà dopo che il combustibile avrà terminato il proprio lavoro nel reattore.
Il Canada sta cercando di dimostrare che un deposito geologico profondo può diventare un’infrastruttura concreta attraverso una combinazione di ingegneria, geologia, regolamentazione e consenso delle comunità.
Gli Stati Uniti dimostrano invece quanto sia difficile recuperare decenni di ritardo quando la questione tecnica diventa un conflitto politico permanente.
Ed è proprio questa la contraddizione che la rinascita nucleare mondiale dovrà risolvere.
Possiamo costruire reattori destinati a funzionare per sessanta, ottanta o forse più anni.
Possiamo sviluppare piccoli reattori modulari.
Possiamo migliorare il combustibile.
Possiamo aumentare la sicurezza passiva.
Ma non esiste una politica nucleare completa finché non esiste anche una politica credibile per ciò che rimane dopo la produzione dell’ultimo megawattora.
La grande corsa dell’energia nucleare, quindi, non si svolge soltanto nei nuovi reattori.
Una parte decisiva si sta combattendo centinaia di metri sotto terra.
