(AGENPARL) - Roma, 4 Settembre 2026 - COPENAGHEN – L’Europa sta entrando in una nuova fase della propria politica migratoria e questa volta la svolta non riguarda soltanto il rafforzamento delle frontiere esterne. Riguarda il luogo nel quale potranno essere trasferite alcune persone che hanno ricevuto un ordine di rimpatrio ma che, per ragioni pratiche o giuridiche, non possono essere immediatamente riportate nel Paese d’origine.
Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia hanno concordato a Copenaghen un modello comune per i cosiddetti “return hubs”, strutture da istituire in Paesi terzi al di fuori dell’Unione Europea per accogliere persone prive del diritto di soggiorno nell’UE e destinatarie di una decisione di rimpatrio. I cinque governi puntano a concludere il primo accordo con un Paese partner entro l’inizio del 2027 e ad avviare successivamente i trasferimenti.
La scelta segna una discontinuità profonda.
Fino a pochi anni fa, una proposta del genere sarebbe stata considerata politicamente marginale e giuridicamente estremamente difficile.
Oggi è diventata una delle direzioni centrali della politica europea sui rimpatri.
Copenaghen costruisce il “Gruppo dei Cinque”
Il vertice danese ha riunito i ministri responsabili dell’immigrazione di cinque Stati che negli ultimi mesi hanno lavorato insieme per trasformare un principio controverso in un meccanismo operativo.
La Danimarca svolge il ruolo di motore politico.
Con lei:
Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia.
Il gruppo non ha ancora rivelato il nome del Paese terzo con il quale sarebbe più avanzata la trattativa, ma i colloqui si sono concentrati prevalentemente su governi africani.
Il ministro danese Morten Bødskov ha parlato apertamente di una trasformazione fondamentale del sistema comune europeo di migrazione e asilo.
Non è un’esagerazione retorica.
Se realizzato su larga scala, il modello cambierebbe il rapporto tra territorio europeo, decisioni di rimpatrio e responsabilità internazionale.
Che cosa sarebbe un “return hub”
Il concetto va distinto dai centri nei quali vengono esaminate inizialmente le domande di asilo.
I return hubs sarebbero destinati, in linea di principio, a persone che non hanno più titolo legale per restare nell’Unione Europea, compresi richiedenti asilo la cui domanda è stata definitivamente respinta.
Invece di rimanere per mesi o anni sul territorio europeo in attesa di un rimpatrio difficile da eseguire, potrebbero essere trasferiti in un Paese terzo con il quale esiste un accordo specifico.
Da lì potrebbero attendere:
il rimpatrio nel Paese d’origine,
un eventuale reinsediamento,
oppure un’altra soluzione conforme al diritto internazionale.
È questo il modello che i cinque governi vogliono costruire.
Il problema che Bruxelles cerca di risolvere
L’UE possiede da anni una difficoltà strutturale.
Una cosa è emettere una decisione di rimpatrio.
Un’altra è eseguirla.
Molte persone destinatarie di un ordine di ritorno rimangono di fatto nell’Unione.
Le ragioni sono diverse:
assenza di documenti,
mancata cooperazione del Paese d’origine,
impossibilità di identificazione,
rischi di persecuzione o trattamento inumano,
problemi logistici,
ricorsi,
mancanza di accordi di riammissione.
Questo divario tra decisione amministrativa ed esecuzione materiale ha alimentato una crescente pressione politica per cambiare il sistema.
È qui che entra il nuovo regolamento europeo
Nel giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato il nuovo quadro sui rimpatri, dopo l’accordo politico con il Consiglio.
Il regolamento consente espressamente il trasferimento di cittadini di Paesi terzi privi del diritto di soggiorno verso un territorio extra-UE sulla base di un accordo con uno Stato terzo, includendo la possibilità dei return hubs. Il testo impone contemporaneamente il rispetto dei diritti fondamentali, del principio di non-refoulement e del divieto di espulsioni collettive.
È questa modifica legislativa che ha trasformato un progetto politicamente controverso in un’opzione concretamente perseguibile.
Dal tabù alla politica europea
Morten Bødskov lo ha riconosciuto esplicitamente.
Pochi anni fa l’idea sarebbe stata derisa o considerata incompatibile con il diritto europeo.
Ora cinque governi stanno negoziando come realizzarla.
La trasformazione dice molto sull’evoluzione politica dell’Europa.
Il tema migratorio ha spostato verso posizioni più restrittive non soltanto i partiti conservatori o nazionalisti.
Ha modificato anche le politiche di governi tradizionalmente più centristi o socialdemocratici.
La Danimarca è probabilmente il caso più evidente.
La Danimarca ha anticipato il cambiamento europeo
Copenaghen conduce da anni una delle politiche migratorie più restrittive dell’Europa occidentale.
Questo approccio è stato costruito progressivamente intorno a un principio:
ridurre l’incentivo a raggiungere irregolarmente il territorio danese.
Ora questa logica viene esportata a livello europeo.
Se chi riceve un rifiuto definitivo sa che non rimarrà comunque nell’UE per un periodo indefinito, sostengono i promotori, diminuisce l’attrattività del sistema.
La teoria è quella della deterrenza.
Ma l’efficacia della deterrenza è ancora da dimostrare
È uno dei punti più controversi.
Un return hub può rendere più credibile una decisione di espulsione.
Ma non è automaticamente dimostrato che riduca in modo significativo le partenze.
Le persone migrano per ragioni estremamente differenti:
guerra,
povertà,
persecuzione,
instabilità,
reti familiari,
opportunità economiche,
violenza.
La decisione di attraversare Mediterraneo, Atlantico o Balcani non dipende necessariamente dalla conoscenza dettagliata del diritto europeo sui rimpatri.
Per questo il successo del modello dovrà essere misurato sui risultati, non sugli annunci.
Il Rwanda torna inevitabilmente nella discussione
Tra i possibili Paesi partner viene frequentemente citato il Rwanda, anche se i cinque governi riuniti a Copenaghen non hanno ufficialmente indicato dove sorgerà il primo centro.
Kigali ha confermato in agosto di avere interlocuzioni internazionali sulla possibilità di ospitare persone che non possono risiedere altrove.
La portavoce Yolande Makolo ha richiamato l’esperienza del meccanismo di transito d’emergenza di Gashora, utilizzato dal 2018 per persone evacuate dalla Libia.
Il messaggio ruandese è quello di poter offrire uno spazio sicuro nel quale fornire assistenza, formazione e soluzioni temporanee.
Ma una discussione non equivale ancora a un accordo.
Anche l’Uganda è stata indicata tra le ipotesi
Alcune fonti europee hanno indicato l’Uganda come possibile sede del primo centro.
Secondo Kathimerini, Kampala sarebbe stata presa in considerazione come partner nel progetto sviluppato dal gruppo dei cinque Stati.
Anche in questo caso, però, bisogna distinguere tra trattative e decisioni definitive.
Al momento del vertice di Copenaghen i governi coinvolti hanno deliberatamente evitato di indicare pubblicamente il Paese con cui il negoziato sarebbe più avanzato.
È comprensibile.
Una trattativa di questo tipo riguarda:
denaro,
responsabilità,
sicurezza,
status giuridico,
monitoraggio,
servizi,
rimpatri,
rapporti diplomatici.
Rendere pubblico tutto troppo presto può complicarla.
Che cosa riceverà il Paese ospitante?
È forse una delle domande più importanti.
Perché uno Stato africano dovrebbe accettare persone che non sono propri cittadini e che l’Europa non vuole più mantenere sul proprio territorio?
La risposta sarà inevitabilmente economica e politica.
Possibili incentivi potrebbero includere:
finanziamenti,
investimenti,
cooperazione allo sviluppo,
accordi commerciali,
sostegno alle infrastrutture,
programmi di formazione,
assistenza alla sicurezza.
La vera architettura dei return hubs sarà quindi anche una forma di diplomazia migratoria.
L’immigrazione diventa moneta geopolitica
È un fenomeno ormai evidente.
L’Europa finanzia Paesi terzi perché aiutino a controllare rotte, partenze e rimpatri.
Turchia.
Tunisia.
Egitto.
Marocco.
Libia.
Mauritania.
La politica migratoria europea è sempre più esterna alle frontiere europee.
I return hubs rappresentano il passaggio successivo.
Non esternalizzare soltanto il controllo delle partenze.
Ma una parte della gestione successiva all’espulsione.
Ed è qui che iniziano le obiezioni sui diritti umani
Le organizzazioni per i diritti dei migranti vedono il progetto in maniera radicalmente differente.
La principale preoccupazione è che il trasferimento in Paesi terzi possa creare aree nelle quali la tutela giuridica garantita all’interno dell’UE diventi più difficile da esercitare.
Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha chiesto ai cinque governi garanzie stringenti e ha avvertito contro il rischio di creare “buchi neri” dei diritti umani.
È probabilmente il punto più delicato dell’intero progetto.
Quattro garanzie richieste dal Consiglio d’Europa
O’Flaherty ha indicato quattro condizioni principali.
Prima: una valutazione approfondita dei rischi diretti e indiretti per i diritti fondamentali.
Seconda: monitoraggio indipendente e continuo.
Terza: accordi giuridicamente vincolanti contenenti clausole sui diritti umani realmente applicabili.
Quarta: possibilità di controllo parlamentare, pubblico e giudiziario attraverso la pubblicazione delle valutazioni, degli accordi e dei risultati del monitoraggio.
È una cornice molto più esigente della semplice promessa politica che “i diritti saranno rispettati”.
Il principio di non-refoulement resta invalicabile
Il diritto internazionale vieta di trasferire una persona verso un luogo nel quale rischia persecuzioni, tortura o trattamenti inumani.
Questo principio non può essere aggirato semplicemente spostando fisicamente una persona fuori dall’Europa.
Gli Stati europei restano responsabili delle conseguenze dei propri trasferimenti.
È qui che probabilmente nasceranno numerosi contenziosi.
Chi viene mandato in un hub potrà contestare:
le condizioni del centro,
la sicurezza del Paese ospitante,
il rischio di espulsione successiva,
l’accesso a un avvocato,
la possibilità di ricorso,
la durata della permanenza.
I tribunali saranno protagonisti
Anche se il quadro legislativo europeo ora permette i return hubs, questo non significa che qualsiasi modello sarà automaticamente legale.
Ogni accordo dovrà sopravvivere al controllo dei tribunali nazionali ed europei.
La Corte europea dei diritti dell’uomo.
La Corte di giustizia dell’UE.
I tribunali nazionali.
Potrebbero tutti essere coinvolti.
La vera prova non sarà quindi soltanto costruire un centro.
Sarà costruirlo in modo tale che resista al controllo giudiziario.
Il precedente britannico con il Rwanda pesa sul dibattito
L’Europa ha già osservato quanto possa essere difficile tradurre l’esternalizzazione migratoria in pratica.
Il precedente piano britannico per trasferire richiedenti asilo in Rwanda fu al centro di anni di controversie legali e politiche prima di essere abbandonato dal governo successivo.
Il modello europeo è diverso perché riguarda principalmente persone già destinatarie di una decisione di rimpatrio.
Ma il precedente dimostra quanto possano essere complessi:
diritti,
costi,
logistica,
giurisdizione,
responsabilità.
Anche il modello Italia-Albania ha cambiato la discussione
La politica europea ha inoltre osservato con attenzione l’esperimento italiano in Albania.
Non è esattamente un return hub.
Le strutture italiane in territorio albanese appartengono a un modello giuridico differente.
Ma hanno contribuito a rendere politicamente pensabile l’idea che una parte della gestione migratoria possa essere trasferita fisicamente fuori dal territorio dell’Unione.
La barriera concettuale è caduta.
Ora si discute soprattutto di come farlo.
Bødskov rifiuta l’espressione “campo di deportazione”
La Danimarca insiste nel distinguere i nuovi centri da strutture punitive.
Secondo il ministro danese non si tratterebbe di campi di detenzione, ma di luoghi nei quali persone che non hanno diritto di restare in Europa e non possono essere immediatamente rimpatriate riceverebbero assistenza in attesa di una soluzione.
È una distinzione essenziale.
Ma dovrà essere dimostrata nella pratica.
La qualità delle strutture determinerà in larga misura la loro legittimità.
UNHCR: non siamo ancora stati coinvolti nei dettagli
Il governo danese ha indicato la possibilità di coinvolgere organizzazioni internazionali come UNHCR e IOM nel monitoraggio o nella gestione.
Ma l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha chiarito di non essere stata ancora contattata sui dettagli concreti della proposta e, di conseguenza, di non poter definire quale eventuale ruolo assumerebbe.
È una correzione importante.
L’eventuale presenza ONU non può ancora essere presentata come una garanzia già acquisita.
È per ora un’ipotesi.
Il monitoraggio internazionale sarà comunque decisivo
Se i cinque Stati vogliono rendere il modello politicamente sostenibile, probabilmente avranno bisogno di osservatori indipendenti.
Non soltanto funzionari europei.
Ma organizzazioni internazionali.
ONG.
Ombudsman.
Avvocati.
Autorità sanitarie.
La trasparenza sarà fondamentale.
Un return hub opaco diventerebbe immediatamente vulnerabile alle accuse di abuso.
Uno sottoposto a monitoraggio indipendente avrebbe maggiori possibilità di ottenere legittimità.
La grande domanda è: quanto tempo resteranno le persone?
Supponiamo che un migrante venga trasferito in un Paese terzo.
Il suo Stato d’origine continua a rifiutarne la riammissione.
Che cosa accade dopo sei mesi?
Dopo un anno?
Dopo tre anni?
Una struttura temporanea può trasformarsi gradualmente in una forma di permanenza indefinita.
Ed è qui che il concetto rischia di assomigliare molto più a una detenzione amministrativa prolungata di quanto suggerisca la definizione iniziale.
Serviranno limiti temporali estremamente chiari.
E se il Paese d’origine non collabora?
È un problema che il centro esterno, da solo, non risolve.
Se una persona non può essere rimpatriata perché il proprio governo rifiuta di riconoscerla o di emettere documenti, spostarla dall’Europa all’Africa non elimina l’ostacolo.
Lo sposta geograficamente.
Per questo la vera politica dei rimpatri deve includere anche una pressione diplomatica sui Paesi di origine.
Visti e commercio possono diventare leve
L’UE possiede strumenti potenti.
Accesso commerciale.
Aiuti.
Visti.
Investimenti.
Cooperazione.
Potrebbe collegare alcuni di questi benefici alla disponibilità dei Paesi d’origine ad accettare i propri cittadini.
È una politica già utilizzata in varie forme.
Se i return hubs vogliono funzionare, dovranno essere accompagnati da accordi di riammissione molto più efficaci.
Germania: un segnale politico particolarmente importante
La presenza tedesca nel gruppo dei cinque è significativa.
Per anni Berlino ha incarnato una politica migratoria europea relativamente più aperta.
Il suo ingresso in un’iniziativa sui centri esterni dimostra quanto il consenso politico sia cambiato.
La pressione dell’opinione pubblica, l’aumento dei consensi per forze anti-immigrazione e le difficoltà amministrative hanno spinto anche la Germania verso un approccio più rigoroso.
Questo significa che i return hubs non sono più un progetto di Paesi periferici.
Sono ormai mainstream europeo.
I Paesi Bassi parlano di “rivoluzione”
Il ministro olandese Bart van den Brink ha definito il modello qualcosa di nuovo e rivoluzionario.
Amsterdam insiste però sul fatto che qualsiasi partner sarà sottoposto a verifiche sulle condizioni dei diritti umani e sulle condizioni di vita.
Le missioni tecniche avranno precisamente questo compito.
È un segnale della tensione interna al progetto.
Gli Stati vogliono un sistema molto più efficace.
Ma sanno che un sistema efficace e illegale diventerebbe rapidamente inutilizzabile.
L’Austria spinge da tempo per l’esternalizzazione
Vienna è tra i governi europei che più a lungo hanno sostenuto la necessità di spostare alcune procedure migratorie fuori dall’UE.
La partecipazione al gruppo dei cinque è quindi coerente con una politica sviluppata negli anni.
L’Austria vede la deterrenza come componente essenziale della gestione dei flussi.
Ridurre la probabilità di rimanere in Europa dovrebbe, secondo questa logica, ridurre anche le partenze irregolari.
La Grecia porta l’esperienza della frontiera
Atene rappresenta un caso differente.
La Grecia è uno dei principali Paesi di primo ingresso dell’UE.
Ha quindi sperimentato direttamente il peso di grandi arrivi sulle isole dell’Egeo e sulla frontiera terrestre con la Turchia.
Per Atene, rendere effettivi i rimpatri significa anche ridurre il rischio che il sistema europeo trasformi permanentemente gli Stati di frontiera in grandi aree di attesa.
Manca l’Italia, ma Roma osserverà attentamente
L’Italia non fa parte del gruppo dei cinque riunito a Copenaghen.
Ma il tema è direttamente collegato alla strategia italiana di esternalizzazione parziale della gestione migratoria.
Roma ha quindi forti motivi per osservare gli sviluppi.
Se il modello dei cinque diventerà operativo e supererà il controllo giudiziario, altri Stati potrebbero aderire.
A quel punto i return hubs potrebbero passare da progetto di coalizione a strumento ordinario dell’UE.
È questa la vera posta politica
L’iniziativa può essere inizialmente limitata.
Un Paese partner.
Poche migliaia di persone.
Cinque governi.
Ma se funzionasse, il modello potrebbe essere replicato.
Altri Paesi.
Altri hub.
Altre coalizioni.
L’Europa costruirebbe gradualmente una cintura esterna per la gestione dei rimpatri.
È precisamente questo che entusiasma i sostenitori e preoccupa i critici.
PICUM parla di esternalizzazione delle responsabilità
La Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants ha criticato duramente il vertice di Copenaghen.
Secondo l’organizzazione, definire queste strutture una soluzione innovativa nasconderebbe una strategia molto più antica:
spostare le persone fuori dalla vista e rendere più difficile esercitare responsabilità giuridiche e politiche.
È la critica fondamentale all’intero modello.
L’Europa sta risolvendo il problema o semplicemente spostandolo altrove?
I governi rispondono: la responsabilità rimarrà europea
I cinque ministri sostengono esattamente il contrario.
Gli accordi dovrebbero essere costruiti secondo diritto internazionale, con verifiche delle condizioni e sistemi di monitoraggio.
Se questa promessa verrà rispettata, sostengono, non si tratterà di abbandonare persone in territori senza tutela.
Sarà invece un nuovo meccanismo internazionale per gestire una categoria di persone che oggi rimane spesso bloccata in un limbo.
La verità dipenderà dal disegno concreto.
La qualità del Paese partner sarà decisiva
Non tutti gli Stati terzi sono equivalenti.
Sistema giudiziario.
Stabilità politica.
Condizioni delle carceri.
Libertà civili.
Capacità sanitaria.
Corruzione.
Sicurezza.
Accesso delle ONG.
Tutti questi elementi saranno fondamentali.
Un accordo con un Paese considerato sicuro e relativamente stabile avrebbe maggiore possibilità di superare il controllo giudiziario.
Un accordo con uno Stato autoritario o instabile sarebbe molto più vulnerabile.
Anche il costo sarà un problema
I return hubs potrebbero essere costosi.
Costruzione.
Gestione.
Sicurezza.
Assistenza sanitaria.
Personale.
Trasporto aereo.
Avvocati.
Monitoraggio.
Finanziamenti al Paese partner.
Il confronto corretto non sarà quindi tra “hub” e nessun costo.
Sarà tra il costo dell’hub e quello dell’attuale sistema europeo.
Se mantenere per anni una persona senza diritto al soggiorno nell’UE costa meno del trasferimento in un Paese terzo, l’argomento economico diventa debole.
Londra imparò questa lezione con il Rwanda
Il precedente britannico mostrò che un programma simbolicamente potente può avere costi per persona molto elevati quando i numeri effettivi sono piccoli.
I governi europei dovranno evitare lo stesso problema.
Per funzionare, il modello deve raggiungere una scala sufficiente.
Altrimenti rischia di diventare soprattutto un messaggio politico.
Ma anche il messaggio politico conta
Nella politica migratoria la percezione è parte della strategia.
Gli Stati vogliono comunicare che una decisione di espulsione avrà conseguenze reali.
Oggi la distanza tra norma e realtà mina la credibilità del sistema.
Una persona respinta che rimane comunque per anni sul territorio europeo dimostra che la decisione amministrativa ha efficacia limitata.
I return hubs cercano di modificare proprio questa percezione.
Si sta formando un nuovo consenso europeo
Il fatto più importante del vertice di Copenaghen potrebbe quindi essere meno logistico di quanto sembri.
È politico.
Il centro del dibattito europeo si è spostato.
La domanda non è più:
“È possibile esternalizzare una parte dei rimpatri?”
È sempre più:
“Come farlo in modo giuridicamente sostenibile?”
Questo è un cambiamento enorme.
Dal diritto d’asilo al problema dei rimpatri
È però essenziale non confondere due categorie.
Chi presenta una domanda di protezione internazionale ha diritto a una valutazione individuale.
Chi ottiene lo status di rifugiato deve essere protetto.
Il nuovo sistema riguarda principalmente chi, dopo il procedimento previsto, non ha ottenuto il diritto di restare.
La distinzione è fondamentale per evitare che il dibattito politico trasformi tutti i migranti in un’unica categoria.
La credibilità dell’asilo dipende anche dai rimpatri
Esiste un argomento importante utilizzato dai sostenitori del nuovo modello.
Se uno Stato non riesce a rimpatriare chi non ha diritto di rimanere, diventa politicamente più difficile mantenere un sistema generoso verso chi ha davvero bisogno di protezione.
Da questo punto di vista, rimpatri efficienti e diritto d’asilo non sarebbero opposti.
Potrebbero essere complementari.
Proteggere chi ne ha diritto.
Far partire chi non lo possiede.
La difficoltà consiste nel garantire che la distinzione sia reale, rapida e giusta.
Il 2027 sarà quindi un anno decisivo
Il gruppo di Copenaghen vuole raggiungere rapidamente il primo accordo e costruire le condizioni per i primi trasferimenti nel 2027. Le tempistiche precise restano però ancora negoziali e Reuters parla di un obiettivo operativo che potrebbe estendersi fino alla fine dell’anno.
Prima serviranno:
negoziati con il Paese ospitante,
valutazioni legali,
sopralluoghi,
finanziamento,
meccanismi di monitoraggio,
procedure di trasferimento,
accordi sulla sicurezza,
garanzie contro il refoulement.
La parte difficile comincia adesso.
Da Copenaghen a Monaco
Il gruppo dei cinque dovrebbe tornare a riunirsi a Monaco già nel corso di settembre per proseguire il lavoro.
Questo ritmo diplomatico dimostra che non siamo più davanti a un semplice esperimento concettuale.
I governi vogliono arrivare a un accordo concreto.
Il successo, però, dipenderà meno dalla velocità e più dalla qualità delle garanzie.
L’Europa cerca una terza via
Il problema migratorio europeo è rimasto per anni intrappolato tra due posizioni.
Aprire.
Chiudere.
Accogliere.
Respingere.
I return hubs cercano di introdurre una terza logica:
mantenere il diritto d’asilo dentro un sistema molto più rigoroso nell’esecuzione delle decisioni negative.
È un equilibrio ambizioso.
Potrebbe rafforzare la credibilità della politica europea.
Oppure produrre nuovi limbi giuridici fuori dai confini dell’UE.
Tutto dipenderà da una domanda
Chi sarà realmente responsabile della persona trasferita?
Il Paese europeo che ha disposto il rimpatrio?
Lo Stato africano che ospita il centro?
L’organizzazione internazionale incaricata del monitoraggio?
Una società privata che gestisce la struttura?
Finché questa domanda non avrà una risposta giuridica estremamente chiara, il sistema rimarrà vulnerabile.
Il rischio dei “buchi neri” non è teorico
Se una persona viene mandata fuori dall’UE e poi sparisce dentro un sistema opaco, l’Europa non avrà risolto un problema.
Avrà semplicemente nascosto il problema.
È per questo che il controllo indipendente dovrà essere permanente.
Accesso dei giornalisti.
Accesso degli avvocati.
Accesso delle organizzazioni umanitarie.
Rapporti pubblici.
Procedure di ricorso.
Trasparenza finanziaria.
Sono elementi che determineranno la differenza tra un sistema credibile e una zona grigia.
Ma il vecchio sistema non è politicamente sostenibile
Allo stesso tempo, ignorare la pressione che ha prodotto questa svolta sarebbe un errore.
Una parte crescente dell’opinione pubblica europea considera insufficiente la capacità degli Stati di controllare i flussi irregolari e applicare le proprie decisioni.
Questa percezione alimenta partiti anti-immigrazione e riduce la fiducia nelle istituzioni.
I governi tradizionali stanno reagendo.
I return hubs sono uno dei risultati di questa trasformazione.
La Danimarca ha vinto una battaglia politica europea
Ciò che Copenaghen proponeva anni fa come idea quasi isolata è ora incorporato nella legislazione europea e sostenuto da alcuni dei principali Stati membri.
È una vittoria politica significativa per la strategia danese.
La Danimarca non sta semplicemente partecipando alla nuova politica migratoria europea.
In buona misura la sta orientando.
L’Africa diventa sempre più centrale nella politica interna europea
È un altro paradosso.
Quanto più l’Europa vuole controllare le proprie frontiere, tanto più dipende da governi esterni.
I return hubs rafforzerebbero ulteriormente questa dipendenza.
Un governo africano che ospita migliaia di persone rimpatriate dall’Europa acquisirebbe inevitabilmente leva negoziale.
Finanziamenti.
Visti.
Commercio.
Sicurezza.
Diplomazia.
Migrazione e geopolitica diventano inseparabili.
Una trasformazione fondamentale, davvero
Bødskov ha utilizzato parole forti.
Ma in questo caso sono giustificate.
Se il modello entrerà in funzione, l’Europa avrà modificato uno dei principi geografici impliciti del proprio sistema migratorio:
che chi non può essere immediatamente rimpatriato rimanga normalmente all’interno dello spazio europeo.
Con i return hubs, questa permanenza potrebbe avvenire altrove.
È una trasformazione enorme.
Ma il successo non si misurerà dal numero di centri
Si misurerà con criteri molto più difficili.
Quante persone vengono realmente rimpatriate?
Quanti ricorsi vengono accolti?
Quanto costa ogni trasferimento?
Quanto dura la permanenza?
Quali sono le condizioni di vita?
Il modello riduce davvero gli arrivi irregolari?
I diritti vengono rispettati?
I Paesi partner rimangono politicamente affidabili?
Senza risposte positive, i return hubs rischiano di diventare infrastrutture molto costose costruite soprattutto per inviare un messaggio politico.
Il 2027 sarà il banco di prova della nuova Europa migratoria
Il vertice di Copenaghen segna quindi molto più di un accordo tra cinque ministri.
Segna il passaggio dell’esternalizzazione dei rimpatri dalla periferia al centro della politica europea.
Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia vogliono dimostrare che una decisione di espulsione può tornare ad avere una conseguenza effettiva anche quando il rimpatrio diretto non è immediatamente possibile.
Le organizzazioni per i diritti umani temono invece che il prezzo di questa efficienza sia la creazione di territori nei quali la responsabilità europea diventi più debole.
Entrambe le preoccupazioni sono reali.
Ed è proprio qui che si giocherà la partita.
L’Europa non deve soltanto dimostrare di saper rimpatriare chi non ha diritto di restare. Deve dimostrare di poterlo fare senza esportare, insieme alle persone, anche le proprie responsabilità giuridiche e morali.
Se riuscirà a mantenere entrambe le promesse, i return hubs potrebbero diventare uno dei cambiamenti più importanti della politica migratoria europea degli ultimi decenni.
Se fallirà, rischieranno invece di diventare il simbolo di un’Europa che, incapace di risolvere il proprio problema migratorio, ha scelto semplicemente di spostarlo oltre confine.
