(AGENPARL) - Roma, 27 Agosto 2026 - Si chiude il mandato di Karoline Leavitt come 36ª portavoce della Casa Bianca. La più giovane persona ad aver ricoperto l’incarico lascia la James S. Brady Press Briefing Room dopo essere diventata uno dei volti più riconoscibili dell’amministrazione di Donald Trump e della sua strategia di comunicazione politica.
La Casa Bianca celebra la sua uscita con un messaggio dal titolo inequivocabile, «Never Back Down», mai arrendersi, descrivendo il suo mandato come caratterizzato da autorevolezza, chiarezza e da una difesa instancabile del presidente e dell’agenda «America First».
Donald Trump stesso l’ha elogiata definendola «una delle migliori addette stampa della Casa Bianca nella storia dell’ufficio».
Al di là del giudizio celebrativo dell’amministrazione, il mandato di Leavitt è stato indubbiamente caratterizzato da uno stile estremamente combattivo: risposte brevi e talvolta taglienti, scontri diretti con i giornalisti, accuse di faziosità rivolte ai media tradizionali e una disciplina comunicativa fortemente orientata alla difesa delle politiche presidenziali.
La più giovane portavoce della Casa Bianca
Leavitt è entrata nella storia già con la sua nomina.
Quando Trump l’ha scelta come portavoce della Casa Bianca per la sua nuova amministrazione, è diventata la più giovane persona ad assumere formalmente uno degli incarichi più esposti della politica americana.
Il compito del White House Press Secretary va ben oltre la semplice lettura dei comunicati dell’amministrazione.
Il portavoce deve rappresentare quotidianamente la posizione del presidente davanti a una stampa nazionale e internazionale spesso aggressiva, gestire crisi improvvise, rispondere su politica estera, economia, immigrazione e sicurezza nazionale e, contemporaneamente, evitare che una singola risposta possa creare una nuova controversia diplomatica o politica.
Leavitt ha interpretato il ruolo secondo uno stile coerente con quello di Trump: confronto diretto, messaggi semplici e ripetuti, scarsa disponibilità a concedere terreno agli avversari e attacchi espliciti contro quella parte della stampa considerata ostile all’amministrazione.
Lo scontro con i giornalisti
Uno degli elementi più caratteristici del suo mandato è stato il rapporto conflittuale con alcuni media.
Leavitt non ha nascosto la propria convinzione che una parte consistente della stampa americana operasse con un pregiudizio politico contro Trump.
In uno degli interventi ricordati dalla Casa Bianca, arrivò ad accusare direttamente alcuni interlocutori di essere «giornalisti di sinistra» che si presentavano come reporter pur comportandosi, secondo lei, da attivisti politici.
«Siete dei giornalisti di sinistra. Non siete dei giornalisti. Vi atteggiate a tali», dichiarò durante uno degli scambi più accesi.
Una linea che ha rappresentato perfettamente il rapporto dell’amministrazione Trump con i media mainstream: la Casa Bianca non considera necessariamente il giornalista un arbitro neutrale del dibattito pubblico e, quando ritiene una domanda politicamente orientata, lo dice apertamente.
I critici hanno visto in questo atteggiamento un attacco alla funzione di controllo della stampa. I sostenitori di Leavitt, al contrario, lo hanno interpretato come il rifiuto di accettare passivamente le premesse politiche contenute in alcune domande.
«Che domanda stupida»
Il suo stile comunicativo è stato spesso condensato in risposte estremamente brevi.
«Che domanda stupida» è diventata una delle frasi simbolo di questo approccio.
In un’altra occasione, davanti a una domanda che evidentemente considerava assurda, rispose semplicemente: «Stai scherzando, vero?».
Sono episodi che hanno contribuito alla popolarità di Leavitt tra la base trumpiana, soprattutto sui social network, dove brevi spezzoni delle conferenze stampa hanno frequentemente ottenuto grande diffusione.
La strategia era chiara: non tutte le domande dovevano essere accettate secondo i termini stabiliti dall’interlocutore.
Immigrazione, una delle battaglie centrali
L’immigrazione è stata inevitabilmente uno dei dossier più importanti affrontati dalla portavoce.
Difendendo le politiche dell’amministrazione contro l’immigrazione irregolare, Leavitt ha utilizzato un linguaggio particolarmente netto.
Alla domanda su quali migranti dovessero essere considerati criminali, rispose: «Tutti quanti, perché hanno violato illegalmente le leggi del nostro Paese e, pertanto, sono dei criminali».
Una formulazione politicamente molto forte, che rifletteva la linea comunicativa della Casa Bianca sulla sicurezza delle frontiere e sulle espulsioni.
L’immigrazione è stata infatti uno dei principali terreni sui quali l’amministrazione ha cercato di marcare la differenza rispetto alla precedente presidenza Biden.
L’Afghanistan e l’attacco ai Democratici
Leavitt ha utilizzato frequentemente la sala stampa anche per ribaltare le critiche rivolte all’amministrazione.
Quando Trump veniva contestato sulla gestione della sicurezza nazionale o sull’impiego delle forze americane, la portavoce richiamava spesso il ritiro dall’Afghanistan dell’agosto 2021.
In uno degli interventi più duri dichiarò che l’amministrazione non avrebbe accettato «lezioni sulla sicurezza nazionale e sulle truppe americane» da Democratici e media mainstream, ricordando i 13 militari statunitensi uccisi nell’attentato durante l’evacuazione da Kabul.
La strategia comunicativa era quella di riportare costantemente il confronto sulla responsabilità della precedente amministrazione.
La polemica sulla salute di Joe Biden
Lo stesso schema è stato utilizzato sul tema delle condizioni dell’ex presidente Joe Biden.
Leavitt ha accusato apertamente l’amministrazione precedente e una parte dei media di non essere stati trasparenti sulla salute e sulle capacità dell’ex presidente.
Ha parlato di uno dei maggiori «insabbiamenti» e scandali politici della storia americana, chiamando in causa non soltanto gli ex funzionari della Casa Bianca, ma anche alcuni giornalisti presenti nella sala stampa.
La tesi sostenuta dall’amministrazione Trump era che i media avessero avuto accesso per anni a segnali sulle condizioni di Biden senza sottoporli a un controllo sufficientemente aggressivo.
Un’accusa respinta da numerosi giornalisti e diventata, comunque, uno dei temi ricorrenti della comunicazione repubblicana.
La criminalità nelle città amministrate dai Democratici
Altro terreno di scontro è stato quello della criminalità urbana.
Leavitt ha ripetutamente collegato l’aumento dell’insicurezza alle politiche delle amministrazioni democratiche locali.
In un briefing dichiarò che, nella lista da lei citata delle venti città americane con il più alto tasso di criminalità, tutte tranne una erano amministrate da Democratici.
Da questa impostazione derivò uno dei suoi messaggi politicamente più aggressivi rivolti direttamente agli elettori delle grandi città:
«Il declino è una scelta».
Leavitt sosteneva che gli americani non dovessero accettare come inevitabile vivere con la paura di essere derubati, aggrediti o uccisi e accusava i leader democratici di aver fallito per decenni.
Lo scontro sulla spesa federale
La portavoce è diventata anche una delle principali difensori dei tagli alla spesa considerata superflua dall’amministrazione.
Davanti alle critiche democratiche, Leavitt citò diversi programmi finanziati con fondi federali, contrapponendoli alle difficoltà delle comunità americane colpite da disastri naturali.
Il messaggio politico era costruito intorno a uno dei principi centrali dell’agenda «America First»: il denaro dei contribuenti dovrebbe essere destinato prioritariamente agli interessi dei cittadini statunitensi.
Anche in questo caso, le cifre e la caratterizzazione dei programmi citati dalla Casa Bianca sono state oggetto di dibattito politico e verifiche giornalistiche. Ma sul piano comunicativo l’obiettivo era evidente: trasformare questioni di bilancio complesse in esempi immediatamente comprensibili all’elettorato.
Iran: «Trump ha indubbiamente la superiorità morale»
Leavitt non ha riservato il proprio stile aggressivo alla politica interna.
Durante le crisi internazionali ha difeso Trump con lo stesso linguaggio netto utilizzato contro Democratici e media.
Alla domanda sul confronto morale tra il presidente americano e il regime iraniano, rispose:
«Il Presidente ha indubbiamente la superiorità morale rispetto al regime terroristico iraniano, e anche solo suggerire il contrario è, francamente, offensivo».
Una risposta che sintetizza il suo metodo: respingere la premessa della domanda prima ancora di affrontarne le implicazioni.
La risposta al politico francese sulla Statua della Libertà
Tra gli episodi che hanno maggiormente attirato attenzione internazionale c’è anche la polemica sulla Statua della Libertà.
Dopo che un politico francese aveva sostenuto che gli Stati Uniti non rappresentassero più adeguatamente i valori simboleggiati dal monumento donato dalla Francia, Leavitt replicò con una provocazione storica.
«È solo grazie agli Stati Uniti d’America che i francesi non parlano tedesco in questo momento», disse.
La dichiarazione suscitò inevitabilmente reazioni e polemiche, ma divenne anche uno degli esempi più noti del suo stile diplomaticamente poco convenzionale.
«Fake News» e campagne di disinformazione
La battaglia contro i media ha attraversato praticamente tutto il mandato.
Leavitt ha più volte accusato Democratici e stampa mainstream di lavorare in modo complementare per creare scandali contro l’amministrazione.
«Se questa storia dimostra qualcosa, dimostra che i Democratici e i loro propagandisti nei media mainstream sanno come fabbricare, orchestrare e diffondere una campagna di disinformazione», dichiarò durante una delle controversie affrontate dalla Casa Bianca.
Il linguaggio era perfettamente sovrapponibile a quello utilizzato per anni da Trump.
Ed è proprio questa sintonia comunicativa ad aver reso Leavitt particolarmente efficace agli occhi del presidente e dei suoi sostenitori.
Una sala stampa aperta ai «nuovi media»
Il mandato di Leavitt non è stato caratterizzato soltanto dagli scontri.
Uno dei cambiamenti più significativi introdotti dalla nuova Casa Bianca è stato il tentativo di ampliare l’accesso ai briefing a testate, creatori digitali e piattaforme considerate parte dei «nuovi media».
Leavitt spiegò fin dall’inizio che per l’amministrazione era fondamentale portare «il messaggio del Presidente Trump ovunque».
La scelta riflette un cambiamento strutturale della comunicazione politica americana.
Podcast, piattaforme video, influencer e media digitali raggiungono ormai fasce di pubblico che non seguono quotidianamente televisioni e quotidiani tradizionali.
Per la Casa Bianca di Trump, aprire maggiormente a questi soggetti significava aggirare almeno in parte il filtro editoriale dei grandi network.
Quando nella briefing room arrivarono i bambini
Tra i momenti più leggeri del mandato ci fu la giornata «Take Our Daughters and Sons to Work».
Leavitt accolse i bambini nella sala stampa e rispose alle loro domande dal podio normalmente utilizzato per affrontare crisi internazionali e battaglie politiche.
Alla domanda sulla parte migliore e peggiore del proprio lavoro diede una risposta ironica:
«Credo che la parte più bella del mio lavoro sia fare cose come questa con tutti voi nella sala stampa e rispondere a così tante domande interessanti. Credo che la parte più difficile del mio lavoro sia anche fare cose come questa nella sala stampa!».
Un momento molto diverso dagli scontri che avevano contribuito a costruire la sua immagine pubblica.
La maternità e il ritorno davanti ai giornalisti
Anche la maternità è diventata parte della narrazione pubblica del suo percorso politico.
In una delle circostanze ricordate dalla Casa Bianca, Leavitt spiegò di aver previsto di allontanarsi temporaneamente dai briefing per il congedo di maternità, salvo poi tornare davanti ai giornalisti in seguito a un grave evento riguardante Trump.
La decisione venne presentata come dimostrazione del suo senso del dovere e della priorità attribuita alla responsabilità istituzionale durante una crisi.
È uno degli episodi che l’amministrazione utilizza oggi per costruire il racconto di una portavoce che, secondo lo slogan scelto per il suo addio, «non si è mai arresa».
Più che una portavoce, un simbolo dello stile Trump
Il lascito di Karoline Leavitt deve essere letto anche alla luce della trasformazione del ruolo stesso del portavoce presidenziale.
Tradizionalmente, il Press Secretary è stato concepito come un intermediario tra presidente e stampa: una figura chiamata a spiegare le decisioni dell’esecutivo mantenendo un rapporto, per quanto conflittuale, con il corpo dei corrispondenti.
Con Leavitt il ruolo è stato interpretato in maniera decisamente più politica.
Il briefing non era soltanto uno spazio nel quale rispondere alle domande. Era anche un’arena nella quale contestare le premesse dei giornalisti, accusare gli avversari, presentare i risultati dell’amministrazione e parlare direttamente all’elettorato attraverso le clip destinate ai social.
In questo senso Leavitt è stata perfettamente adatta alla comunicazione politica dell’era Trump.
Un mandato destinato a dividere i giudizi
La Casa Bianca la saluta come una delle migliori portavoce della propria storia.
I sostenitori di Trump ricordano la rapidità delle risposte, la capacità di sostenere confronti difficili, la disciplina nel difendere il presidente e la disponibilità a contestare apertamente giornalisti considerati politicamente ostili.
I suoi critici vedono esattamente negli stessi elementi il problema: un’eccessiva politicizzazione della briefing room, un rapporto conflittuale con la stampa e una comunicazione che spesso privilegiava lo scontro rispetto alla mediazione istituzionale.
Sono valutazioni opposte, ma testimoniano entrambe quanto Leavitt sia riuscita a lasciare un’impronta riconoscibile.
«Never Back Down»: si chiude un’era nella briefing room
L’ultimo giorno di Karoline Leavitt alla Casa Bianca chiude così uno dei mandati più caratteristici della recente comunicazione presidenziale americana.
È entrata nella James S. Brady Briefing Room come la più giovane portavoce della storia degli Stati Uniti e ne esce come una figura ormai strettamente associata alla seconda era politica di Donald Trump.
Ha affrontato giornalisti, difeso deportazioni e tagli alla spesa, attaccato Democratici e media, discusso di guerre e sicurezza nazionale, polemizzato con esponenti stranieri e contribuito ad aprire la sala stampa a una nuova generazione di media digitali.
Soprattutto, ha trasformato il podio della Casa Bianca in uno strumento pienamente integrato nella macchina comunicativa «America First».
La valutazione storica del suo mandato dipenderà inevitabilmente dal giudizio politico sull’amministrazione che ha rappresentato. Ma una cosa appare già evidente: Karoline Leavitt non ha interpretato l’incarico in maniera anonima.
Trump la saluta come «una delle migliori» della storia dell’ufficio. La Casa Bianca sceglie invece tre parole per sintetizzarne l’eredità: «Never Back Down» — mai arrendersi.
