(AGENPARL) - Roma, 27 Agosto 2026 - «L’America è una nazione, è la nostra nazione, è la nostra casa. Non è un campo profughi globale». Con queste parole il senatore repubblicano del Missouri Eric Schmitt ha espresso il proprio sostegno alla politica dell’amministrazione del presidente Donald Trump in materia di immigrazione e alla nuova stretta sui visti, sostenendo la necessità di intervenire non soltanto sull’immigrazione irregolare, ma anche sugli abusi che, a suo giudizio, interesserebbero alcuni canali di ingresso legale negli Stati Uniti.
Intervenendo mercoledì nel programma televisivo The Ingraham Angle, Schmitt ha presentato le iniziative dell’amministrazione come la prosecuzione di una linea politica iniziata con la prima campagna presidenziale di Trump nel 2016.
Al centro del confronto con la conduttrice Laura Ingraham sono finite la sicurezza delle frontiere, i controlli biometrici, i programmi per i lavoratori stranieri e le richieste di asilo.
Schmitt: «Finalmente un’amministrazione che dice basta»
Ingraham ha richiamato l’attenzione sulla questione dei sistemi biometrici di ingresso e uscita dagli Stati Uniti, ricordando come il rafforzamento di tali strumenti fosse stato indicato tra le raccomandazioni elaborate dopo gli attentati dell’11 settembre.
Schmitt ha risposto rivendicando il cambio di impostazione impresso dall’amministrazione Trump.
«Grazie a Dio abbiamo un presidente, abbiamo un’amministrazione che dice basta», ha affermato il senatore. «L’America è una nazione, è la nostra nazione, è la nostra casa. Non è un campo profughi globale».
Per l’esponente repubblicano, il problema dell’immigrazione americana non riguarderebbe esclusivamente gli ingressi illegali attraverso le frontiere. Schmitt sostiene infatti che Washington debba intervenire anche sulle distorsioni e sugli eventuali abusi dei programmi che consentono l’ingresso legale o temporaneo nel Paese.
Nel mirino H-1B, OPT e richieste di asilo
Il senatore ha citato espressamente i visti H-1B, utilizzati principalmente per lavoratori stranieri altamente qualificati, e il programma Optional Practical Training (OPT), che consente a determinati studenti internazionali di lavorare temporaneamente negli Stati Uniti in attività collegate al proprio percorso di studi.
Secondo Schmitt, sarebbe necessario affrontare gli abusi che interessano questi strumenti insieme alle procedure di asilo e ad altre categorie di ingresso temporaneo.
«Non abbiamo avuto soltanto un problema di immigrazione clandestina», ha sostenuto, contrapponendo la politica dell’attuale amministrazione a quella dell’era Biden. A suo giudizio esisterebbe anche «un problema di immigrazione legale» legato all’utilizzo improprio di alcuni programmi.
La posizione del senatore rappresenta un approccio più ampio alla politica migratoria: non limitare l’intervento federale alla frontiera, ma riesaminare l’intero sistema attraverso il quale cittadini stranieri possono entrare e permanere negli Stati Uniti.
Le revoche dei visti e la sicurezza nazionale
Schmitt ha quindi elogiato l’iniziativa dell’amministrazione Trump di procedere a una revisione più severa dello status dei titolari di visto e, nei casi previsti, alla loro revoca.
Il principio sostenuto dal senatore è che il rilascio di un visto non debba impedire alle autorità federali di effettuare verifiche successive quando emergano elementi considerati incompatibili con le condizioni di ingresso o con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.
Il tema assume particolare rilevanza perché sposta il dibattito dal controllo iniziale alla frontiera verso un modello di verifica più continuativo degli stranieri ammessi temporaneamente nel Paese.
Il richiamo all’11 settembre e ai controlli biometrici
Durante l’intervista è stato affrontato anche uno degli aspetti più longevi del dibattito sulla sicurezza delle frontiere americane: la capacità di conoscere non soltanto chi entra negli Stati Uniti, ma anche chi effettivamente lascia il territorio alla scadenza del periodo autorizzato.
Ingraham ha ricordato come la questione dei controlli biometrici sia discussa da circa un quarto di secolo. L’argomento è strettamente collegato al fenomeno dei cosiddetti visa overstays, cioè cittadini stranieri che entrano legalmente negli Stati Uniti ma rimangono nel Paese oltre il periodo consentito.
Per i sostenitori di controlli più rigorosi, un sistema biometrico più esteso consentirebbe alle autorità di confrontare con maggiore precisione ingressi e uscite e di individuare più rapidamente eventuali violazioni.
Schmitt collega la strategia alla campagna Trump del 2016
Secondo il senatore del Missouri, l’attuale offensiva sui visti non rappresenta un’improvvisa svolta politica, ma una nuova fase del programma con il quale Trump costruì la propria ascesa politica nazionale dieci anni fa.
Schmitt ha ricordato simbolicamente il momento in cui Trump «scese dalla scala mobile» della Trump Tower nel 2015 per annunciare la candidatura alle presidenziali del 2016, sostenendo che il controllo dell’immigrazione sia rimasto da allora uno degli elementi centrali del trumpismo.
«Per ormai dieci anni, nessun presidente ha fatto di più per affrontare questi problemi del presidente Trump», ha dichiarato Schmitt, definendo l’attuale stretta «la fase successiva» di quella strategia.
Lo scontro politico con i Democratici
Il senatore ha poi attaccato duramente il Partito Democratico, accusandolo di sostenere politiche migratorie eccessivamente permissive e di voler mantenere un sistema di asilo che, nella sua interpretazione, sarebbe soggetto a diffusi abusi.
Schmitt ha anche affermato che nove richieste di asilo su dieci sarebbero «false». Si tratta di un’affermazione politica formulata dal senatore nel corso dell’intervista e che, per essere valutata come dato statistico generale, richiederebbe un confronto con le diverse categorie e gli esiti ufficiali delle procedure di asilo.
Dietro lo scontro sui visti emerge comunque una contrapposizione politica più profonda sul significato stesso della politica migratoria americana.
Per Trump e per esponenti repubblicani come Schmitt, la questione riguarda in primo luogo sovranità nazionale, sicurezza, mercato del lavoro e diritto del governo federale di stabilire in maniera selettiva chi possa entrare e rimanere nel Paese.
Dall’immigrazione illegale alla revisione dell’immigrazione legale
È proprio questo il passaggio politicamente più significativo delle dichiarazioni di Schmitt.
Per anni il dibattito statunitense si è concentrato soprattutto sul confine con il Messico, sugli attraversamenti illegali, sulle espulsioni e sulla costruzione delle barriere di frontiera. Le parole del senatore mostrano invece una strategia destinata ad abbracciare anche i meccanismi dell’immigrazione legale.
H-1B, OPT, visti temporanei, procedure di asilo e sistemi biometrici diventano così componenti dello stesso dossier.
La distinzione resta essenziale: immigrazione irregolare, visti di lavoro, programmi per studenti e richieste di protezione internazionale sono istituti giuridicamente differenti. Ma nella visione esposta da Schmitt vengono accomunati dalla richiesta di un controllo federale più rigoroso e dalla priorità attribuita agli interessi nazionali americani.
Il messaggio politico del senatore del Missouri è, dunque, inequivocabile: dopo la stretta sulla frontiera, la nuova fase della politica migratoria dell’amministrazione Trump dovrebbe concentrarsi su chi entra legalmente, sulle condizioni che gli consentono di rimanere negli Stati Uniti e sulla possibilità di revocare l’autorizzazione quando tali condizioni non risultino più soddisfatte.
«L’America è la nostra casa», ha sintetizzato Schmitt. Una formula destinata a diventare parte del più ampio confronto americano su immigrazione, sicurezza e sovranità nazionale.
