(AGENPARL) - Roma, 26 Agosto 2026 - La costruzione di una nuova centrale nucleare in Svizzera potrebbe risultare economicamente sostenibile e contribuire in modo significativo alla sicurezza dell’approvvigionamento elettrico, soprattutto durante l’inverno. È la conclusione di uno studio realizzato da BAK Economics per Economiesuisse, che analizza l’ipotesi di sostituire parte dell’attuale capacità nucleare con un nuovo reattore EPR da 1,63 GW. Secondo lo scenario esaminato, l’impianto potrebbe produrre 12,1 TWh all’anno, generare miliardi di franchi di valore aggiunto e ridurre la crescente esposizione del Paese alle importazioni. Ma costi di costruzione, tempi di realizzazione e necessità di sostegno pubblico rimangono i nodi centrali del progetto.
Il nucleare torna al centro della strategia energetica svizzera
A quindici anni dall’incidente di Fukushima e dopo una lunga fase politica orientata verso il progressivo abbandono dell’atomo, la Svizzera torna a interrogarsi sulla possibilità di costruire nuove centrali nucleari.
A riaprire il confronto è uno studio realizzato dall’istituto BAK Economics per conto della federazione imprenditoriale Economiesuisse, dedicato alle conseguenze macroeconomiche della sostituzione dell’attuale parco nucleare.
La conclusione dello studio è significativa: affiancare alla crescita delle fonti rinnovabili una nuova centrale nucleare potrebbe essere economicamente sostenibile, soprattutto considerando l’aumento previsto della domanda elettrica e la necessità di garantire forniture durante i mesi invernali.
La questione non riguarda quindi semplicemente la convenienza di una singola tecnologia, ma la struttura futura dell’intero sistema elettrico svizzero.
Oggi il nucleare produce circa il 36% dell’elettricità
Il punto di partenza è il peso che l’atomo continua ad avere nel mix energetico nazionale.
La Svizzera dispone attualmente di quattro reattori nucleari operativi: due nella centrale di Beznau e uno rispettivamente a Gösgen e Leibstadt.
Nel complesso forniscono circa il 36% dell’elettricità nazionale e, soprattutto, quasi la metà della produzione elettrica svizzera durante l’inverno.
Quest’ultimo dato è fondamentale.
La Svizzera dispone di una fortissima componente idroelettrica e sta aumentando la produzione da nuove fonti rinnovabili, ma l’equilibrio tra domanda e offerta cambia sensibilmente con le stagioni. Il nucleare rappresenta oggi una delle principali fonti programmabili disponibili durante i mesi nei quali il sistema elettrico è maggiormente sotto pressione.
Il problema è che gli attuali reattori non resteranno operativi indefinitamente.
Il grande vuoto energetico dopo il 2030
Secondo lo scenario considerato dallo studio, dalla fine degli anni Trenta gli attuali impianti nucleari inizieranno progressivamente a uscire dal sistema al termine della loro vita operativa.
L’ultima centrale, Leibstadt, dovrebbe essere disattivata nel 2044 secondo le ipotesi utilizzate nell’analisi.
Contemporaneamente, la domanda di elettricità potrebbe aumentare fino a un terzo entro il 2050.
Elettrificazione dei trasporti, pompe di calore, industria, digitalizzazione e progressiva sostituzione dei combustibili fossili trasferiranno infatti una quota crescente dei consumi finali verso il sistema elettrico.
La Svizzera rischierebbe quindi di affrontare due trasformazioni simultanee: una forte crescita della domanda e la progressiva scomparsa di una fonte che attualmente produce oltre un terzo dell’elettricità nazionale.
È soprattutto il conseguente deficit invernale a costituire il punto di partenza dell’analisi di BAK Economics.
Lo scenario: un EPR da 1,63 GW
Lo studio prende in considerazione uno scenario nel quale l’espansione delle energie rinnovabili prevista dall’attuale quadro della Legge sull’energia elettrica prosegue, ma viene affiancata dalla costruzione di una nuova centrale nucleare.
L’impianto ipotizzato utilizza un reattore EPR da 1,63 GW, con entrata in esercizio nel 2050.
La produzione annuale prevista sarebbe pari a circa 12,1 TWh, di cui 6,7 TWh durante il periodo invernale.
Secondo le stime dello studio, questa produzione permetterebbe di soddisfare circa il 15% del consumo elettrico invernale previsto per la Svizzera.
Il punto centrale è dunque che il nucleare non viene presentato come alternativa alle rinnovabili, ma come complemento a un sistema nel quale fotovoltaico, idroelettrico e altre fonti continueranno comunque ad aumentare.
Meno importazioni e maggiore stabilità
Una centrale di queste dimensioni ridurrebbe la dipendenza strutturale della Svizzera dalle importazioni di energia elettrica.
L’interconnessione con il sistema europeo rimarrebbe naturalmente fondamentale. Tuttavia, affidarsi in misura crescente all’elettricità importata nei mesi di maggiore domanda espone il Paese alle condizioni contemporaneamente presenti sui mercati circostanti.
Durante periodi di scarsità regionale, prezzi elevati del gas, bassa produzione rinnovabile o forte domanda europea, l’elettricità importata potrebbe diventare più costosa proprio quando la Svizzera ne ha maggiore necessità.
Secondo l’analisi, una nuova centrale nucleare contribuirebbe pertanto anche a contenere i picchi stagionali dei prezzi e ad aumentare la resilienza del sistema.
7,4 miliardi di franchi di valore aggiunto durante l’investimento
BAK Economics ha cercato di quantificare non soltanto la produzione elettrica, ma l’impatto macroeconomico dell’intero progetto.
Durante la fase di investimento, la costruzione genererebbe un valore aggiunto nazionale cumulativo di circa 7,4 miliardi di franchi svizzeri.
Circa il 51% dei costi di costruzione si trasformerebbe, secondo il modello, in valore aggiunto prodotto all’interno dell’economia svizzera.
Una grande centrale nucleare mobilita infatti una catena industriale molto più ampia del semplice fornitore della tecnologia: costruzioni, ingegneria, servizi professionali, logistica, componentistica, formazione, manutenzione e numerose attività indirette.
L’effetto economico continuerebbe inoltre dopo l’entrata in esercizio.
1,2 miliardi di valore aggiunto ogni anno
Una volta operativo nel 2050, il nuovo impianto genererebbe secondo lo studio circa 1,2 miliardi di franchi di valore aggiunto annuale, considerando gli effetti diretti e indiretti lungo la catena economica.
A questa cifra si aggiungerebbero circa 240 milioni di franchi all’anno di effetti dinamici.
Questi ultimi deriverebbero soprattutto dall’impatto che una maggiore disponibilità di elettricità e la riduzione dei costi energetici potrebbero esercitare sulle famiglie, sulle imprese e sulla competitività delle esportazioni svizzere.
Tutti i valori utilizzati nell’analisi sono espressi a prezzi del 2024.
L’orizzonte dei sessant’anni
Il nucleare presenta costi iniziali molto elevati, ma una delle sue caratteristiche economiche è la durata estremamente lunga dell’infrastruttura.
Analizzando un periodo operativo di 60 anni, lo studio attribuisce al progetto un impatto annuale complessivo sul valore aggiunto pari a circa 1,6 miliardi di franchi.
La centrale contribuirebbe inoltre a sostenere 2.905 posti di lavoro.
Le imposte dirette versate da persone fisiche e giuridiche alle amministrazioni federali, cantonali e comunali raggiungerebbero circa 95 milioni di franchi all’anno.
Questi numeri spiegano perché l’analisi di un investimento nucleare non possa limitarsi al costo iniziale del reattore: l’impatto deve essere distribuito sull’intero ciclo di vita dell’infrastruttura.
Il rapporto tra sostegno pubblico e benefici
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda il sostegno statale necessario.
Secondo i risultati riportati, per ogni franco di sovvenzione investito, al netto della componente di sovvenzione statale considerata dal modello, si otterrebbe un impatto netto sul PIL pari a circa 1,50 franchi, accompagnato da 0,15 franchi di entrate fiscali.
Quando vengono inclusi anche gli effetti più ampi sulle infrastrutture, sul clima e sull’ambiente, il beneficio economico complessivo stimato salirebbe fino a 5,20 franchi per ogni franco di finanziamento.
Lo studio sostiene inoltre che il fabbisogno di sostegno per kilowattora sarebbe comparabile con quello individuato da altre analisi recenti e vicino a quello delle energie rinnovabili.
È un punto politicamente importante, perché sposta il confronto dalla domanda «quale tecnologia necessita di sussidi?» a quella più complessa: quale combinazione di investimenti pubblici produce il sistema elettrico più sicuro ed economicamente efficiente nel lungo periodo?
Il grande problema dell’EPR: costi e ritardi
Lo studio non elimina però il principale argomento contro la costruzione di nuove grandi centrali nucleari in Europa: il rischio finanziario.
Le esperienze maturate con precedenti progetti EPR europei hanno mostrato quanto ritardi, complessità di costruzione e aumenti dei costi possano modificare radicalmente l’economia di una centrale.
Per un progetto che richiede molti anni tra autorizzazione, finanziamento, progettazione e costruzione, anche un aumento relativamente contenuto del costo del capitale può produrre effetti enormi.
È per questo che la discussione sulla competitività del nuovo nucleare è strettamente collegata alla questione della ripartizione del rischio tra investitori, operatori, consumatori e Stato.
Un reattore completato nei tempi e nei costi previsti presenta un profilo economico completamente diverso rispetto a uno che accumula anni di ritardo.
Il confronto con lo studio ETH-PSI
Il quadro diventa ancora più interessante se confrontato con uno studio pubblicato a fine giugno dal Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich) e dal Paul Scherrer Institute (PSI).
Quell’analisi era arrivata a una conclusione più prudente: nelle condizioni attuali, la costruzione di nuovi reattori nucleari in Svizzera non sarebbe competitiva.
Il nucleare potrebbe tuttavia diventarlo attraverso sostegno pubblico, strumenti per mitigare il rischio finanziario e una significativa riduzione dei costi di costruzione.
Le due analisi non sono necessariamente incompatibili.
Al contrario, convergono su una questione essenziale: la fattibilità economica del nuovo nucleare dipende in larga misura dalle condizioni finanziarie e dalla capacità di controllare il rischio di costruzione.
BAK Economics attribuisce inoltre particolare importanza ai benefici macroeconomici, infrastrutturali e di sicurezza dell’approvvigionamento che vanno oltre il semplice costo di produzione del megawattora.
Dal dopo Fukushima al possibile cambio di rotta
Il dibattito rappresenta un cambiamento profondo rispetto alla politica adottata dalla Svizzera dopo Fukushima.
Dopo l’incidente avvenuto in Giappone nel marzo 2011, governo e Parlamento svizzeri decisero di orientarsi verso l’abbandono progressivo della produzione nucleare.
La Strategia energetica 2050, entrata in vigore il 1° gennaio 2018, ha consolidato questa impostazione: nessuna sostituzione dei reattori esistenti con nuove centrali e maggiore sviluppo delle energie rinnovabili e dell’idroelettrico.
Il progressivo cambiamento delle condizioni energetiche europee ha però riportato al centro questioni come sicurezza degli approvvigionamenti, volatilità dei prezzi, elettrificazione e necessità di disporre di generazione programmabile a basse emissioni.
Nell’agosto dello scorso anno il Consiglio federale svizzero ha quindi presentato un progetto legislativo volto ad abolire il divieto nazionale di costruire nuove centrali nucleari.
Revocare il divieto non significa costruire automaticamente
Questo passaggio è fondamentale.
Eliminare il divieto non significherebbe decidere immediatamente di realizzare una centrale. Significherebbe piuttosto restituire il nucleare all’insieme delle opzioni tecnologiche disponibili per il futuro sistema energetico svizzero.
Economiesuisse sostiene precisamente questa impostazione: se il divieto venisse revocato, il Paese conserverebbe la possibilità, qualora diventasse necessario, di sostituire parte dell’attuale capacità nucleare con impianti moderni e compensare una quota del previsto deficit invernale.
La decisione finale dipenderebbe comunque da costi, tecnologia disponibile, procedure autorizzative, struttura finanziaria, evoluzione delle rinnovabili, domanda elettrica e condizioni del mercato europeo.
La variabile decisiva è il tempo
Esiste infine una questione che potrebbe risultare ancora più importante del costo: quando prendere una decisione.
Se Leibstadt dovesse effettivamente uscire dal sistema nel 2044 e un eventuale nuovo EPR fosse operativo soltanto intorno al 2050, emergerebbe un intervallo temporale nel quale la capacità nucleare esistente sarebbe già diminuita mentre quella sostitutiva non sarebbe ancora disponibile.
Considerando i lunghi tempi necessari per pianificare, autorizzare e costruire una grande centrale, aspettare che il deficit energetico si manifesti prima di prendere una decisione potrebbe significare intervenire troppo tardi.
Per questo il confronto svizzero sul nucleare riguarda sempre meno una contrapposizione ideologica tra atomo e rinnovabili e sempre più una questione di gestione del rischio energetico di lungo periodo.
Il vero interrogativo: quanto vale la sicurezza energetica?
Lo studio commissionato da Economiesuisse non chiude il dibattito. Al contrario, lo rende più complesso.
Un nuovo EPR richiederebbe capitali enormi, una struttura finanziaria capace di contenere il costo del denaro e una gestione rigorosa del rischio di costruzione. Le esperienze europee dimostrano che questi problemi non possono essere sottovalutati.
Ma anche rinunciare a nuova capacità nucleare comporta costi e rischi: maggiori investimenti in reti, accumuli e capacità alternativa, maggiore esposizione alle importazioni e necessità di garantire l’equilibrio del sistema durante l’inverno.
La domanda fondamentale diventa quindi non semplicemente quanto costa costruire una centrale nucleare, ma quanto costerebbe alla Svizzera costruire un sistema elettrico altrettanto sicuro senza quella centrale.
Ed è proprio su questo terreno che probabilmente si giocherà la nuova fase della politica energetica elvetica: stabilire quale combinazione di nucleare, idroelettrico, rinnovabili, accumulo, reti e scambi internazionali possa garantire elettricità abbondante, competitiva e a basse emissioni quando gli attuali reattori avranno raggiunto la fine della loro vita operativa.
