(AGENPARL) - Roma, 24 Agosto 2026 - La data del 30 settembre non segnerà soltanto la fine ufficiale della missione della Coalizione Globale in Iraq, ma rappresenterà il punto di partenza per un processo epocale volto a riportare tutte le armi sotto l’esclusivo controllo dello Stato. È quanto dichiarato dal consigliere per la sicurezza nazionale del Primo Ministro, Qasim al-Araji, in un’intervista al programma “Al-Mashhad” di Al-Iraqiya News
Un passaggio cruciale che ridisegna non solo gli equilibri interni di Baghdad, ma l’intera architettura geopolitica del Medio Oriente, toccando direttamente i rapporti con Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita in un momento di profonda trasformazione regionale.
La fine della tutela straniera e la mossa degli Stati Uniti Il disimpegno della Coalizione Globale — nata nel 2014 per contrastare la minaccia dell’ISIS — arriva al termine di un percorso concordato e lungamente negoziato. Per gli Stati Uniti, l’uscita dalle basi di combattimento fisse ed esposte agli attacchi non rappresenta una sconfitta politica, ma una transizione ponderata verso normali rapporti bilaterali di cooperazione economica e di intelligence. Riducendo la propria presenza militare diretta sul campo, Washington confida che il governo iracheno riesca a stabilizzare definitivamente il Paese e ad arginare in autonomia le minacce dei gruppi armati non statali.
Il rebus delle milizie e il “dialogo” con l’Iran Il nodo più complesso e spinoso per Baghdad resta senza dubbio la gestione delle fazioni armate e delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Al-Araji ha ribadito con forza che il governo intende agire senza provocazioni, escludendo preventivamente qualsiasi scontro militare — da lui definito una “linea rossa” invalicabile — e puntando invece su una strategia di disimpegno negoziato e graduale. Per l’Iran, la cacciata della coalizione occidentale rappresenta indubbiamente un obiettivo storico di lungo corso finalmente raggiunto. Tuttavia, Teheran osserva con grande attenzione e circospezione il tentativo di Baghdad di accentrare il monopolio della forza: l’obiettivo iraniano è evitare che il processo di smantellamento o integrazione delle milizie amiche tagli i ponti con i suoi alleati locali, accettando di fatto la “facciata” della sovranità irachena pur di preservare la propria proiezione strategica e la propria influenza regionale.
Il pragmatismo dell’Arabia Saudita e la sicurezza dei confini In questo scacchiere complesso si inserisce a pieno titolo anche l’interesse strategico dell’Arabia Saudita. Riad guarda con favore evidente agli sforzi messi in campo da Baghdad per riprendere il pieno controllo del territorio e disarmare le fazioni fuori controllo, considerandolo un passo essenziale per blindare i propri confini da possibili attacchi e droni. Non a caso, la proposta irachena di istituire un consiglio congiunto di coordinamento della sicurezza con Iran e Arabia Saudita testimonia plasticamente la volontà di Baghdad di farsi perno diplomatico per disinnescare le tensioni regionali.
Con la scadenza di fine settembre, l’Iraq punta dunque a compiere una trasformazione storica e irreversibile: passare da terreno di scontro e proxy wars tra potenze a Stato sovrano a tutti gli effetti, capace di gestire in totale autonomia la propria sicurezza interna e la propria collocazione sulla scena diplomatica internazionale.
