(AGENPARL) - Roma, 21 Agosto 2026 - La ricostruzione della Libia può rappresentare molto più di un grande programma di infrastrutture, edilizia e opere pubbliche. Può diventare l’occasione per ridisegnare il modello economico del Paese, costruire una nuova base industriale, creare occupazione qualificata e trasformare gli investimenti internazionali in uno strumento di sviluppo nazionale. Ma, in un Paese ancora segnato dalla frammentazione istituzionale, la ricostruzione pone anche una questione politica fondamentale: chi deve stabilire le priorità, negoziare con gli investitori e decidere come e dove utilizzare le risorse?
È attorno a questi due grandi interrogativi che si sviluppa questa nuova intervista a Mohamed Al-Mazoughi, che mette in relazione il futuro della ricostruzione con la sua strategia “Made in Libya” e con il progetto di unificazione dello Stato.
Per Al-Mazoughi, ricostruire non può significare semplicemente realizzare nuove strade, abitazioni, aeroporti e infrastrutture per poi continuare a importare dall’estero gran parte di ciò che serve al Paese. Una strategia di questo tipo potrebbe ricostruire fisicamente la Libia senza modificarne le debolezze economiche strutturali. La sfida, nella sua visione, è utilizzare gli investimenti necessari alla ricostruzione come leva per creare fabbriche, filiere produttive, imprese libiche, competenze professionali e trasferimento tecnologico.
Da questa impostazione nasce il significato politico ed economico attribuito al “Made in Libya”. Al-Mazoughi propone che i grandi contratti pubblici e i progetti strategici siano accompagnati da criteri chiari e misurabili relativi al contenuto locale, all’occupazione di lavoratori libici, alla formazione e al trasferimento di tecnologia. Gli investitori stranieri, nella sua visione, non dovrebbero essere considerati soltanto appaltatori, ma partner dello sviluppo, chiamati a lasciare nel Paese una capacità produttiva destinata a durare oltre la conclusione dei singoli progetti.
Il settore dei materiali da costruzione rappresenta un esempio concreto. Produrre in Libia mattoni, ceramica, gesso e altri materiali necessari alla ricostruzione potrebbe contribuire a ridurre le importazioni, sviluppare catene di fornitura nazionali, creare occupazione e offrire nuove opportunità a ingegneri, tecnici e piccole e medie imprese libiche.
Ma l’industrializzazione, secondo Al-Mazoughi, non può concentrarsi esclusivamente su Tripoli. La proposta è quella di costruire una mappa industriale nazionale, capace di distribuire gli investimenti tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan sulla base delle risorse, delle caratteristiche economiche e delle potenzialità di ciascun territorio. L’equilibrio degli investimenti assume così anche un significato politico: creare opportunità nelle diverse regioni può contribuire a ricostruire la fiducia dei cittadini nello Stato e trasformare lo sviluppo economico in un fattore di coesione nazionale.
Ed è proprio qui che la ricostruzione incontra la questione dell’unificazione istituzionale.
In presenza di autorità e centri decisionali concorrenti, esiste il rischio che grandi investimenti e accordi internazionali vengano negoziati separatamente, producendo infrastrutture e interessi economici paralleli e finendo per consolidare, anziché superare, la divisione del Paese. Al-Mazoughi propone per questo un “Piano nazionale pluriennale di ricostruzione e sviluppo”, inserito nel quadro di un governo unificato e fondato su priorità comuni nei settori delle infrastrutture, dell’edilizia abitativa, dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e dell’industria.
La stessa cornice dovrebbe valere per tutti gli investitori internazionali. Che il capitale provenga dalla Cina, dall’Europa o da altri Paesi, il principio indicato è quello di una sola Libia, un unico quadro giuridico e istituzioni unificate. Selezione dei progetti, assegnazione dei contratti, impiego delle risorse pubbliche e stato di avanzamento delle opere dovrebbero essere sottoposti a criteri pubblici, concorrenza, trasparenza, controllo e audit indipendenti.
Al-Mazoughi introduce però un elemento ulteriore: la ricostruzione non deve necessariamente attendere che ogni aspetto della divisione politica sia stato risolto. Può iniziare prima, a condizione che i progetti vengano collocati all’interno di un quadro nazionale comune, evitando che ogni territorio costruisca sistemi separati.
Una rete elettrica nazionale, una strategia comune per l’acqua, infrastrutture stradali capaci di collegare Tripoli, Bengasi, Sabha e le altre città, una politica industriale nazionale e organismi comuni di controllo non rappresenterebbero soltanto opere materiali. Diventerebbero, nella sua impostazione, strumenti attraverso i quali ricostruire concretamente lo Stato libico.
È questa forse la tesi centrale che emerge dall’intervista: la Libia non dovrebbe essere costretta a scegliere tra ricostruzione e unificazione. Al contrario, la ricostruzione può diventare uno degli strumenti dell’unità nazionale.
Per Al-Mazoughi, quindi, la vera misura del successo non sarà quanti miliardi verranno investiti o quanti cantieri saranno aperti. La domanda decisiva sarà ciò che rimarrà nel Paese una volta spese quelle risorse.
Se resteranno fabbriche, imprese libiche più forti, ingegneri e tecnici formati, infrastrutture moderne, istituzioni trasparenti e un’economia maggiormente produttiva, la ricostruzione avrà contribuito alla nascita di una nuova Libia. Se, invece, dopo aver speso miliardi il Paese tornerà a dipendere dalle importazioni e dalla rendita petrolifera, sarà stata ricostruita una parte di ciò che era stato distrutto, ma non sarà stato costruito un nuovo modello di sviluppo.
La sfida delineata da Al-Mazoughi è dunque quella di trasformare la ricostruzione in industrializzazione, gli investimenti esteri in capacità produttiva nazionale e le infrastrutture in strumenti di unità dello Stato. In questa prospettiva, “Made in Libya” non rappresenta soltanto un marchio economico, ma l’ambizione di fare della ricostruzione il punto di partenza di un Paese più produttivo, autonomo e unito.
«Made in Libya non è soltanto uno slogan economico: è una politica nazionale»
Domanda. Dalla ricostruzione all’industrializzazione: quale spazio per il “Made in Libya”? L’interesse della società cinese Nantong a finanziare impianti per la produzione in Libia di materiali da costruzione — dai mattoni alla ceramica e al gesso — potrebbe trasformare la ricostruzione in un’occasione di industrializzazione, riducendo le importazioni e favorendo occupazione, competenze e trasferimento tecnologico. Lei ha indicato nel “Made in Libya” uno dei pilastri della sua visione economica: se fosse alla guida di un governo unificato, quali condizioni imporrebbe agli investitori stranieri affinché i capitali destinati alla ricostruzione non producano soltanto cantieri e profitti, ma lascino nel Paese fabbriche, tecnologia, competenze e posti di lavoro qualificati? Sarebbe favorevole a introdurre quote minime di produzione locale, occupazione libica e trasferimento tecnologico nei grandi contratti pubblici? E come garantirebbe che questi investimenti interessino non soltanto Tripoli, ma anche Cirenaica e Fezzan, trasformando la ricostruzione in uno strumento di riequilibrio economico e unità nazionale?
Mohamed Al-Mazoughi: Credo che dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo alla ricostruzione della Libia. Ricostruire non dovrebbe significare semplicemente costruire strade, abitazioni, aeroporti e infrastrutture per poi tornare a importare dall’estero tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Se facessimo questo, potremmo ricostruire i nostri edifici, ma non costruiremmo un’economia nazionale sostenibile.
Per me, “Made in Libya” non è semplicemente uno slogan economico; è una politica nazionale. La Libia dispone di risorse, energia, posizione geografica e mercato. Ciò di cui ha bisogno è un ambiente stabile, istituzioni efficienti e investimenti seri nelle persone e nei settori produttivi.
Pertanto, se fossi alla guida di un governo unificato, considererei gli investitori stranieri partner dello sviluppo, non semplicemente appaltatori incaricati di realizzare progetti. Ogni grande progetto che riceva finanziamenti pubblici o benefici di un contratto pubblico dovrebbe creare un valore reale all’interno della Libia: fabbriche, occupazione qualificata per i libici, formazione, conoscenze e trasferimento tecnologico.
Sì, sono favorevole a stabilire requisiti chiari e misurabili relativi al contenuto locale, all’occupazione libica, alla formazione e al trasferimento tecnologico, in particolare nei grandi contratti pubblici e nei progetti strategici. Tuttavia, questi requisiti devono essere realistici e misurabili, affinché non diventino un ostacolo agli investimenti, ma piuttosto un meccanismo capace di garantire che una quota crescente del valore generato da questi progetti rimanga nell’economia libica.
Nel caso dell’industria dei materiali da costruzione, per esempio, la creazione in Libia di fabbriche per la produzione di mattoni, ceramica, gesso e altri materiali potrebbe ridurre il costo delle importazioni, creare posti di lavoro, sviluppare filiere locali e offrire opportunità a ingegneri, tecnici e piccole e medie imprese libiche.
L’aspetto più importante è che “Made in Libya” non deve diventare un progetto limitato a Tripoli o a una singola città. Abbiamo bisogno di una mappa industriale nazionale che distribuisca gli investimenti sulla base dei vantaggi economici e delle potenzialità di ciascuna regione.
Tripoli e la Grande Tripoli possono fungere da centri per i servizi e per le industrie a maggiore valore aggiunto, mentre molte aree della Cirenaica e del Fezzan possiedono un notevole potenziale nei settori legati all’energia, alla trasformazione delle materie prime, all’agricoltura, alla logistica e ad altre attività produttive.
Ritengo che distribuire equamente gli investimenti tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan non sia soltanto una questione di sviluppo: è anche una questione di unità nazionale. Quando i cittadini di ogni regione percepiscono che lo Stato investe nelle loro comunità e crea opportunità per i loro giovani, l’economia stessa diventa uno strumento per ricostruire la fiducia tra i libici.
Non vogliamo investimenti che arrivino in Libia per poi andarsene portando con sé profitti e competenze. Vogliamo investimenti che arrivino in Libia, costruiscano in Libia, assumano libici, li formino, trasferiscano loro tecnologia e lascino un’economia più forte di quella che hanno trovato.
Questa è la filosofia del “Made in Libya”: fare della ricostruzione il punto di partenza dell’industrializzazione, anziché un’altra fase di dipendenza dalle importazioni.
«La ricostruzione può diventare uno strumento per ricostruire lo Stato libico»
Domanda. Chi dovrebbe decidere la ricostruzione della Libia in un Paese ancora segnato dalla divisione istituzionale? Parallelamente all’interesse di Nantong, Tripoli sta accelerando sul nuovo Piano regolatore della Grande Tripoli, che punta a intervenire su edilizia residenziale, infrastrutture, trasporti, servizi e sviluppo urbano di lungo periodo. La vera sfida sarà però trasformare accordi e manifestazioni d’interesse in investimenti concreti, all’interno di un quadro di certezza normativa, trasparenza e sicurezza. Non esiste il rischio che grandi accordi industriali e programmi di ricostruzione definiti mentre persistono centri di potere concorrenti finiscano per consolidare economicamente la divisione del Paese? Quale architettura istituzionale proporrebbe affinché investimenti cinesi, europei e internazionali siano inseriti in un unico Piano nazionale di ricostruzione e sviluppo, sottoposto a criteri pubblici per la selezione dei progetti, la concessione dei contratti e il controllo dei finanziamenti? E può la ricostruzione diventare, nella sua visione, non semplicemente una conseguenza dell’unificazione politica, ma uno degli strumenti attraverso cui ricostruire concretamente l’unità dello Stato libico?
Mohamed Al-Mazoughi: Questa è una questione fondamentale, perché la ricostruzione in un Paese che rimane istituzionalmente diviso può diventare un’opportunità storica per riunificare la Libia oppure un ulteriore fattore capace di rafforzarne la divisione.
Per questo ritengo che sarebbe un errore considerare ogni progetto come un accordo separato o consentire a singole istituzioni, regioni o governi di negoziare autonomamente progetti strategici che riguardano il futuro dell’intero Paese.
La Libia ha bisogno di un quadro nazionale unificato per la ricostruzione e lo sviluppo, basato su una chiara visione economica nazionale, e non di una raccolta di accordi separati.
Nell’ambito del governo unificato che propongo, istituirei un “Piano nazionale pluriennale di ricostruzione e sviluppo”, definendo chiare priorità nazionali nei settori delle infrastrutture, dell’edilizia abitativa, dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e dell’industria.
Le regole per la selezione dei progetti devono essere chiare e pubblicamente accessibili. I contratti devono essere sottoposti a concorrenza, trasparenza e adeguati controlli, e devono esistere meccanismi indipendenti per monitorare l’utilizzo dei fondi pubblici e l’attuazione dei progetti.
Che l’investitore sia cinese, europeo o provenga da qualsiasi altro Paese, deve trovare una sola Libia, un unico quadro giuridico e istituzioni unificate.
Non credo che la soluzione sia chiudere le porte agli investimenti a causa della divisione politica. Al contrario, dovremmo utilizzare la ricostruzione come uno degli strumenti che possono aiutarci a superare quella divisione, a condizione che tutti i progetti facciano parte di un unico quadro nazionale.
Per esempio, quando costruiamo strade, reti elettriche, sistemi idrici o infrastrutture per le telecomunicazioni, non dovremmo considerarli semplicemente progetti destinati a singole città o regioni. Dovrebbero essere parti di reti nazionali capaci di collegare Tripoli, Bengasi, Sabha e tutte le città e le regioni libiche.
Allo stesso modo, quando parliamo di investimenti industriali, dovremmo definire fin dall’inizio una mappa nazionale degli investimenti che assegni a ogni regione un ruolo appropriato sulla base delle sue risorse, della posizione geografica e delle necessità di sviluppo, anziché sulla forza politica dell’attore che la controlla.
Per quanto riguarda gli investitori cinesi, europei e gli altri partner internazionali, accolgo favorevolmente qualsiasi investimento serio che rispetti la sovranità e le leggi libiche e crei una partnership reciprocamente vantaggiosa.
Ma il principio deve essere chiaro: nessun accordo è al di sopra dello Stato, nessun progetto strategico dovrebbe operare al di fuori della pianificazione nazionale e nessuna risorsa pubblica dovrebbe essere impegnata senza trasparenza e controllo.
A mio avviso, la ricostruzione può iniziare anche prima che sia stata raggiunta una completa unificazione politica, ma deve avvenire all’interno di un quadro nazionale unificato e secondo standard comuni, affinché gli investimenti non diventino uno strumento per perpetuare la divisione.
Anzi, andrei oltre: la ricostruzione stessa può diventare parte del processo di ricostruzione dello Stato libico.
Quando abbiamo un unico progetto elettrico nazionale, una strategia nazionale per l’acqua, una rete stradale nazionale, una politica industriale nazionale e istituzioni nazionali di controllo, non stiamo semplicemente costruendo infrastrutture: stiamo costruendo concretamente il moderno Stato libico.
La Libia non dovrebbe essere costretta a scegliere tra unità e ricostruzione. Dobbiamo fare della ricostruzione uno degli strumenti attraverso i quali raggiungere l’unità.
In definitiva, per me la domanda non è semplicemente quanti miliardi di dollari verranno spesi in Libia. La vera domanda è: che cosa rimarrà ai libici dopo che quel denaro sarà stato speso?
Se rimarranno fabbriche, solide imprese libiche, ingegneri e tecnici formati, infrastrutture moderne, istituzioni trasparenti e un’economia produttiva, allora potremo dire che la ricostruzione ha avuto successo.
Ma se spenderemo miliardi di dollari e poi torneremo alle importazioni e alla dipendenza dal petrolio, non avremo costruito una nuova economia. Avremo semplicemente ricostruito ciò che era stato distrutto.

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Mohamed Al-Mazoughi: «Reconstruction must become the starting point for Libya’s industrialisation and national unity»
Libya’s reconstruction can represent far more than a major programme of infrastructure, construction and public works. It can become an opportunity to redesign the country’s economic model, build a new industrial base, create skilled employment and transform international investment into an instrument of national development. Yet, in a country still marked by institutional fragmentation, reconstruction also raises a fundamental political question: who should set the priorities, negotiate with investors, and decide how and where resources should be allocated?
These two major questions are at the heart of this new interview with Mohamed Al-Mazoughi, who links the future of reconstruction to his “Made in Libya” strategy and to the project of reunifying the state.
For Al-Mazoughi, reconstruction cannot simply mean building new roads, housing, airports and infrastructure while continuing to import from abroad much of what the country needs. Such a strategy might physically rebuild Libya without addressing its structural economic weaknesses. In his vision, the challenge is to use the investment required for reconstruction as a lever to create factories, domestic supply chains, Libyan companies, professional skills and technology transfer.
This approach underpins the political and economic significance he attributes to “Made in Libya”. Al-Mazoughi proposes that major public contracts and strategic projects should include clear and measurable requirements concerning local content, the employment of Libyan workers, training and technology transfer. In his vision, foreign investors should not be regarded merely as contractors, but as development partners, expected to leave behind productive capacity that will endure long after individual projects have been completed.
The construction materials sector provides a concrete example. Producing bricks, ceramics, gypsum and other materials needed for reconstruction inside Libya could help reduce imports, develop domestic supply chains, create jobs and provide new opportunities for Libyan engineers, technicians and small and medium-sized enterprises.
But according to Al-Mazoughi, industrialisation cannot be concentrated exclusively in Tripoli. His proposal is to develop a national industrial map capable of distributing investment across Tripolitania, Cyrenaica and Fezzan according to the resources, economic characteristics and potential of each region. The geographical balance of investment therefore also takes on political significance: creating opportunities across different regions could help rebuild citizens’ trust in the state and transform economic development into a force for national cohesion.
It is precisely at this point that reconstruction intersects with the issue of institutional reunification.
Where competing authorities and decision-making centres continue to exist, there is a risk that major investments and international agreements will be negotiated separately, creating parallel infrastructure and economic interests and ultimately consolidating, rather than overcoming, the country’s divisions. Al-Mazoughi therefore proposes a “Multi-Year National Reconstruction and Development Plan”, established within the framework of a unified government and based on common priorities in infrastructure, housing, energy, water, transport, healthcare, education and industry.
The same framework should apply to all international investors. Whether capital comes from China, Europe or other countries, the guiding principle should be one Libya, one legal framework and unified institutions. Project selection, contract awards, the use of public resources and the progress of works should all be subject to public criteria, competition, transparency, oversight and independent auditing.
Al-Mazoughi, however, introduces an additional element: reconstruction does not necessarily have to wait until every aspect of Libya’s political division has been resolved. It can begin earlier, provided that projects are placed within a common national framework, preventing individual regions from developing separate systems.
A national electricity grid, a common water strategy, road infrastructure capable of connecting Tripoli, Benghazi, Sabha and other cities, a national industrial policy and common oversight bodies would represent more than physical infrastructure. In his approach, they would become instruments through which to concretely rebuild the Libyan state.
This is perhaps the central argument emerging from the interview: Libya should not be forced to choose between reconstruction and reunification. On the contrary, reconstruction can become one of the instruments of national unity.
For Al-Mazoughi, therefore, the true measure of success will not be how many billions are invested or how many construction sites are opened. The decisive question will be what remains in the country once those resources have been spent.
If what remains are factories, stronger Libyan companies, trained engineers and technicians, modern infrastructure, transparent institutions and a more productive economy, reconstruction will have contributed to the emergence of a new Libya. If, however, after spending billions the country returns to dependence on imports and oil revenues, part of what was destroyed may have been rebuilt, but a new development model will not have been created.
The challenge outlined by Al-Mazoughi is therefore to transform reconstruction into industrialisation, foreign investment into domestic productive capacity, and infrastructure into an instrument of state unity. From this perspective, “Made in Libya” is not merely an economic label, but an ambition to make reconstruction the starting point for a more productive, self-reliant and united country.
«Made in Libya is not merely an economic slogan: It iIs a national policy»
Question. From Reconstruction to Industrialisation: What Role for “Made in Libya”? The interest expressed by the Chinese company Nantong in financing facilities for the production of construction materials in Libya — from bricks and ceramics to gypsum — could transform reconstruction into an opportunity for industrialisation, reducing imports while promoting employment, skills development and technology transfer. You have identified “Made in Libya” as one of the pillars of your economic vision. If you were leading a unified government, what conditions would you set for foreign investors to ensure that capital allocated to reconstruction does not merely generate construction projects and profits, but leaves behind factories, technology, expertise and skilled jobs in Libya? Would you support introducing minimum requirements for local production, Libyan employment and technology transfer in major public contracts? And how would you ensure that these investments benefit not only Tripoli, but also Cyrenaica and Fezzan, transforming reconstruction into an instrument of economic rebalancing and national unity?
Mohamed Al-Mazoughi: I believe we need to change the way we think about Libya’s reconstruction. Reconstruction should not simply mean building roads, housing, airports and facilities, and then returning to importing everything we need from abroad. If we do that, we may rebuild our buildings, but we will not build a sustainable national economy.
For me, “Made in Libya” is not merely an economic slogan; it is a national policy. Libya has the resources, energy, geographical position and market. What it needs is a stable environment, efficient institutions and serious investment in its people and productive sectors.
Therefore, if I were leading a unified government, I would treat foreign investors as development partners, not simply as contractors implementing projects. Any major project receiving public financing or benefiting from a public contract should create genuine value inside Libya: factories, qualified Libyan employment, training, knowledge and technology transfer.
Yes, I support establishing clear and measurable requirements for local content, Libyan employment, training and technology transfer, particularly in major public contracts and strategic projects. However, these requirements must be realistic and measurable, so that they do not become an obstacle to investment, but rather a mechanism to ensure that an increasing share of the value generated by these projects remains within the Libyan economy.
In the case of construction-material industries, for example, establishing factories producing bricks, ceramics, gypsum and other materials in Libya could reduce the import bill, create jobs, develop local supply chains and provide opportunities for Libyan engineers, technicians and small and medium-sized enterprises.
Most importantly, “Made in Libya” must not become a project limited to Tripoli or any single city. We need a national industrial map that distributes investment according to the economic advantages and potential of each region.
Tripoli and Greater Tripoli can serve as centres for services and higher-value industries, while many areas in Cyrenaica and Fezzan have significant potential in energy-related industries, raw-material processing, agriculture, logistics and other sectors.
I believe that distributing investment fairly among Tripolitania, Cyrenaica and Fezzan is not only a development issue; it is also a national-unity issue. When citizens in every region feel that the state is investing in their communities and creating opportunities for their young people, the economy itself becomes a tool for rebuilding trust among Libyans.
We do not want investments to come to Libya and then leave with their profits and expertise. We want investments that come to Libya, build in Libya, employ Libyans, train them, transfer technology to them and leave behind a stronger economy than the one they found.
That is the philosophy of “Made in Libya”: to make reconstruction the starting point for industrialisation, rather than another phase of dependence on imports.
«Reconstruction can become an instrument for rebuilding the libyan state»
Question. Who Should Decide Libya’s Reconstruction Amid Institutional Division? Alongside Nantong’s interest, Tripoli is accelerating work on the new Greater Tripoli Master Plan, which aims to address housing, infrastructure, transport, public services and long-term urban development. The real challenge, however, will be to transform agreements and expressions of interest into concrete investments within a framework of legal certainty, transparency and security. Is there not a risk that major industrial agreements and reconstruction programmes developed while competing centres of power continue to exist could ultimately reinforce the country’s economic division? What institutional architecture would you propose to ensure that Chinese, European and other international investments are incorporated into a single National Reconstruction and Development Plan, governed by public criteria for project selection, contract awards and financial oversight? And, in your vision, can reconstruction become not merely a consequence of political reunification, but one of the instruments through which the unity of the Libyan state is concretely rebuilt?
Mohamed Al-Mazoughi: This is a fundamental issue, because reconstruction in a country that remains institutionally divided can either become a historic opportunity to reunify Libya or become another factor reinforcing the country’s division.
That is why I believe it would be a mistake to treat every project as a separate deal, or to allow individual institutions, regions or governments to negotiate independently on strategic projects that concern the future of the entire country.
Libya needs a unified national framework for reconstruction and development, based on a clear national economic vision, rather than a collection of separate agreements.
Under the unified government I am proposing, I would establish a multi-year “National Reconstruction and Development Plan” setting clear national priorities in infrastructure, housing, energy, water, transport, healthcare, education and industry.
The rules for selecting projects must be clear and publicly available. Contracts must be subject to competition, transparency and proper auditing, and there must be independent mechanisms for monitoring public funds and project implementation. Whether the investor is Chinese, European or from any other country, they should find one Libya, one legal framework and unified institutions.
I do not believe the solution is to close the door to investment because of political division. On the contrary, we should use reconstruction as one of the instruments that can help us overcome that division, provided that all projects form part of a single national framework.
For example, when we build roads, electricity networks, water systems or telecommunications infrastructure, we should not see them merely as projects for individual cities or regions. They should be part of national networks connecting Tripoli, Benghazi, Sabha and all Libyan cities and regions.
Likewise, when we talk about industrial investment, we should establish a national investment map from the outset, giving every region an appropriate role based on its resources, geographical position and development needs, rather than on the political power of whichever actor controls it.
As for Chinese, European and other international investors, I welcome any serious investment that respects Libyan sovereignty and laws and creates a mutually beneficial partnership. But the principle must be clear: no deal is above the state, no strategic project should operate outside national planning, and no public funds should be committed without transparency and oversight.
In my view, reconstruction can begin even before complete political unification has been achieved, but it must take place within a unified national framework and according to common standards, so that investment does not become a tool for perpetuating division.
In fact, I would go further: reconstruction itself can become part of the process of rebuilding the Libyan state. When we have one national electricity project, one national water strategy, one national road network, one national industrial policy and national oversight institutions, we are not merely building infrastructure; we are practically building the modern Libyan state.
Libya should not have to choose between unity and reconstruction. We need to make reconstruction one of the instruments through which we achieve unity.
Ultimately, the question for me is not simply how many billions of dollars will be spent in Libya. The real question is: what will remain for Libyans after that money has been spent?
If what remains is factories, strong Libyan companies, trained engineers and technicians, modern infrastructure, transparent institutions and a productive economy, then we can say that reconstruction has succeeded.
But if we spend billions of dollars and then return to imports and dependence on oil, we will not have built a new economy. We will simply have rebuilt what was destroyed.