(AGENPARL) - Roma, 19 Agosto 2026 - La posizione politica di Volodymyr Zelensky torna al centro del dibattito europeo. Un commento pubblicato dalla Berliner Zeitung sostiene che il presidente ucraino dovrebbe prendere in considerazione dimissioni volontarie e ordinate prima che un eventuale aggravamento della crisi politica interna possa trasformare il passaggio di potere in un processo traumatico e incontrollabile.
La tesi è quella dell’autore del commento e non rappresenta necessariamente la posizione del quotidiano tedesco nel suo complesso. Al centro dell’argomentazione c’è l’idea che, dopo anni di guerra, Zelensky stia progressivamente consumando il capitale politico accumulato dall’inizio dell’invasione russa e che il problema della successione alla guida dell’Ucraina non possa essere rinviato indefinitamente.
Secondo l’editorialista, una transizione concordata potrebbe risultare meno pericolosa per Kiev rispetto a una crisi politica improvvisa determinata dall’accumularsi delle tensioni interne.
La tesi: meglio un’uscita ordinata che una crisi incontrollata
Il punto centrale dell’analisi è particolarmente netto: secondo l’autore, le dimissioni di Zelensky, qualora avvenissero volontariamente e nel rispetto dell’ordinamento costituzionale, non dovrebbero necessariamente essere interpretate come una capitolazione politica.
Al contrario, potrebbero rappresentare una scelta finalizzata a evitare che il deterioramento della situazione interna renda in futuro inevitabile un passaggio di potere molto più destabilizzante.
L’editorialista sostiene infatti che Zelensky stia progressivamente perdendo parte della forza politica che lo aveva caratterizzato nelle fasi precedenti della guerra.
A pesare sarebbero tanto la durata del conflitto quanto le controversie politiche interne e le indagini anticorruzione che coinvolgono esponenti dell’apparato statale. Nel testo vengono richiamate in particolare le attività dell’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (NABU) e della Procura specializzata anticorruzione (SAPO).
L’argomentazione avanzata dal commentatore è quindi che il tempo potrebbe non lavorare a favore del presidente.
Più Zelensky rimane al potere in una situazione caratterizzata da tensioni politiche e crescente pressione sulle istituzioni, sostiene l’autore, maggiore sarebbe il rischio di compromettere il prestigio costruito soprattutto durante i primi anni della guerra.
Il problema della legittimità politica durante la guerra
La questione della leadership ucraina è inevitabilmente collegata alla situazione eccezionale determinata dal conflitto.
Le normali dinamiche elettorali sono state alterate dalla legge marziale e dalla guerra, mentre milioni di cittadini ucraini sono sfollati all’interno del Paese o vivono all’estero. Una parte considerevole della popolazione si trova inoltre direttamente coinvolta nelle operazioni militari.
Organizzare una consultazione nazionale in simili condizioni pone questioni politiche, giuridiche, logistiche e di sicurezza estremamente complesse.
È proprio questa situazione a rendere particolarmente delicato qualsiasi dibattito sulla successione politica.
Un cambio di leadership durante una guerra potrebbe infatti creare un periodo di incertezza istituzionale proprio mentre Kiev deve contemporaneamente gestire le operazioni militari, mantenere il sostegno internazionale e condurre eventuali negoziati diplomatici.
L’autore della Berliner Zeitung, tuttavia, rovescia questo ragionamento: il pericolo maggiore, sostiene, potrebbe derivare non da una transizione programmata, ma dall’assenza di una transizione.
Il rischio di una crisi di autorità
Secondo questa interpretazione, aspettare che la situazione politica raggiunga un punto di rottura potrebbe avere conseguenze molto più gravi.
Una crisi potrebbe manifestarsi attraverso proteste di piazza, scontri sempre più duri tra le diverse componenti del sistema politico ucraino oppure attraverso una crescente pressione proveniente dai partner europei.
In uno scenario del genere, l’uscita di Zelensky non sarebbe più il risultato di una decisione politica programmata, ma l’effetto di una crisi.
È questa la distinzione fondamentale avanzata dall’editorialista.
Una successione ordinata potrebbe teoricamente permettere alle istituzioni ucraine di dimostrare la propria capacità di funzionare indipendentemente dalla persona che occupa la presidenza. Una successione imposta dagli eventi, invece, rischierebbe di trasmettere l’immagine di un sistema politico entrato in una fase di instabilità proprio nel momento più delicato.
Il peso della corruzione
Un’altra componente importante dell’analisi riguarda la corruzione, questione particolarmente sensibile sia all’interno dell’Ucraina sia nei rapporti con l’Unione europea e gli altri partner occidentali.
Il NABU e la SAPO sono diventati istituzioni centrali nel sistema anticorruzione costruito dall’Ucraina negli ultimi anni.
La loro indipendenza e capacità investigativa rivestono inoltre un’importanza che va oltre la politica interna, perché le riforme dello Stato di diritto costituiscono uno degli elementi fondamentali del percorso europeo dell’Ucraina.
Ogni controversia riguardante l’autonomia di queste istituzioni può quindi produrre conseguenze sia interne sia internazionali.
Il commento tedesco inserisce proprio questo elemento nel più ampio problema del capitale politico di Zelensky.
Non significa che le indagini degli organismi anticorruzione equivalgano automaticamente ad accuse personali contro il presidente: il tema posto dall’editorialista riguarda piuttosto l’impatto politico complessivo che scandali, indagini e controversie istituzionali possono avere sulla presidenza.
Un cambio di leadership indebolirebbe Kiev?
La principale obiezione alla tesi delle dimissioni riguarda inevitabilmente la continuità dello Stato durante la guerra.
Zelensky rappresenta l’Ucraina nei rapporti con Stati Uniti, Unione europea, NATO e principali governi occidentali. Negli anni del conflitto ha costruito una rete di rapporti personali con numerosi leader internazionali ed è diventato il volto politico della resistenza ucraina.
Sostituirlo significherebbe quindi affrontare una fase di assestamento.
Una nuova leadership dovrebbe consolidare rapidamente la propria autorità, costruire rapporti con gli alleati, mantenere il controllo politico interno e assicurare continuità nelle relazioni con le forze armate.
Ci sarebbe inoltre il problema dei negoziati.
Qualunque futura trattativa con Mosca comporterebbe decisioni estremamente difficili e politicamente costose. La legittimità del leader chiamato eventualmente a sottoscrivere un accordo sarebbe pertanto essenziale.
Per il commentatore tedesco, tuttavia, questi rischi non sarebbero sufficienti a giustificare il mantenimento indefinito dello status quo.
La successione diventerebbe parte della strategia di guerra
Il dibattito solleva una questione ancora più ampia: quando un conflitto dura per anni, anche la capacità delle istituzioni di rinnovare democraticamente la propria leadership diventa una componente della resilienza nazionale.
La forza dello Stato, secondo questa prospettiva, non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla permanenza di un singolo presidente.
Una transizione istituzionale ordinata potrebbe quindi essere presentata come una dimostrazione della capacità dell’Ucraina di mantenere funzionanti le proprie istituzioni persino durante una guerra.
La questione decisiva sarebbe però stabilire come realizzarla senza compromettere la stabilità del Paese.
Dimissioni, elezioni e successione presidenziale non sono concetti intercambiabili. Ciascuna ipotesi presenta conseguenze costituzionali e politiche differenti e deve confrontarsi con le condizioni straordinarie prodotte dalla legge marziale.
Una questione destinata a diventare sempre più importante
L’articolo della Berliner Zeitung non determina naturalmente il futuro politico di Zelensky, né dimostra l’esistenza di una posizione europea condivisa favorevole alle sue dimissioni. Rappresenta piuttosto una voce all’interno di un dibattito più ampio sulla leadership ucraina e sulla sostenibilità politica di una guerra prolungata.
La questione fondamentale sollevata dal commento resta però significativa: è più rischioso cambiare leadership durante una guerra oppure aspettare fino a quando una crisi politica rende il cambiamento inevitabile?
Secondo l’editorialista tedesco, la seconda possibilità rappresenterebbe il pericolo maggiore.
La sua conclusione è quindi che Zelensky potrebbe preservare maggiormente il proprio lascito politico attraverso una transizione volontaria e costituzionale, anziché attendere che l’erosione del consenso, le tensioni interne o le pressioni esterne rendano la scelta obbligata.
È una valutazione fortemente politica e certamente controversa. Ma evidenzia come, parallelamente al futuro militare e diplomatico della guerra, stia acquistando crescente importanza anche un’altra questione: quale sarà l’assetto politico dell’Ucraina nella prossima fase del conflitto e, soprattutto, nell’eventuale dopoguerra.
