(AGENPARL) - Roma, 17 Agosto 2026 - PREMESSA:
Conosco il Generale di Corpo d’Armata Carmelo Burgio dal 1980. Eravamo entrambi Tenenti e prestavamo servizio nella Caserma Vannucci, in reparti diversi: lui al Battaglione Carabinieri Paracadutisti e io al 2° Battaglione Paracadutisti, entrambi della “Folgore”.
Ci siamo poi ritrovati, da Tenenti Colonnelli, a Sarajevo nel 1996-97 e, successivamente, entrambi con il grado di Colonnello, in Iraq. Da allora il suo percorso professionale è proseguito fino ai vertici dell’Arma, raggiungendo il grado di Generale di Corpo d’Armata.
A pochi giorni dalla sua candidatura a Sindaco di Milano, ho proposto al Direttore di Agenparl di realizzare un’intervista con il Generale Burgio e ho ottenuto la sua disponibilità a rispondere ad alcune domande.
Sono consapevole che, a questo punto, un programma politico-amministrativo vero e proprio sia probabilmente ancora in fase di elaborazione. Per questo ho cercato di formulare domande che non chiedessero tanto risposte già confezionate, quanto che potessero far emergere orientamenti, priorità e possibili linee guida della politica che il Generale Burgio intenderebbe seguire qualora fosse eletto Sindaco di Milano.
È questo l’intento dell’intervista: offrire al lettore alcuni primi spunti per comprendere quale idea di Milano, e quale visione del ruolo del Sindaco, possano emergere dalle parole del candidato.
Spero di essere riuscito nel mio intento.
Intervista:
1. Domanda: Sicurezza: quali saranno i primi tre provvedimenti che adotterà nei primi 100 giorni per rendere Milano più sicura, e con quali risorse?
Risposta: Riterrei necessario intervenire fornendo la massima collaborazione a Prefettura e Forze di Polizia a competenza nazionale per il contrasto alla criminalità comune, quella che più soffre il cittadino. In secondo luogo occorre intervenire contro il degrado urbano, ottenendo la certezza del “daspo urbano” per il quale sono competenti le Autorità di Pubblica Sicurezza. Non si può far finta di non vedere senza tetto abbandonati ovunque. Se in parte son italiani, e occorre prendersene cura, proviamo a pensare al gran numero di persone che sono illegalmente sul nostro territorio nazionale, e non si è in grado di assorbire nel mondo del lavoro. Per essi l’unica soluzione pratica che intravedo è quella del rimpatrio. Infine ritengo che tutti debbano avere parità di diritti e doveri. Se in Friuli multiamo 3 ragazzini che vendono la limonata, si deve essere in grado di multare anche altri che si dedicano al commercio illegalmente. Altrimenti lo Stato si dimostra forte coi deboli, e debole ove rischia di non riuscire.
2. D: Polizia locale: quanti agenti mancano oggi a Milano e quanti ne assumerà concretamente durante il suo mandato?
R: Ad oggi ci sono circa 3200 unità tra dirigenti, ufficiali, agenti, in grado di “produrre circa 230 pattuglie nelle 24 ore per il controllo del territorio. Servirebbero almeno 250-300 agenti in più, considerando l’agente di polizia locale di quartiere (con compiti di prossimità e presidi fissi nei 9 Municipi (come per esempio San Siro, Rogoredo, Lambrate, quartieri più complessi). Da pochi mesi è stato attivato un progetto di A.I. per il controllo del territorio, con un nucleo dedicato che andrà implementato, ubicato piazza Beccaria. Utile anche l’incremento delle risorse umane della Polizia Locale, che deve essere dotata di TASER e “CAM” collegate al programma di AI ubicato al Comando di p.zza Beccaria. Sarà necessario inoltre attivare un tavolo di confronto con le associazioni di terzo e quarto settore dei 9 municipi. Richiederò in incremento delle telecamere di sorveglianza e programmerei un incremento dell’illuminazione pubblica, e l’installazione di colonnine per la chiamata diretta delle Forze dell’Ordine. Promuoverei anche una più decisa integrazione operativa fra FFP a competenza nazionale e Polizia Locale. Ciascuno nel proprio ambito, combinando gli sforzi, si migliora il rendimento generale. Senza dimenticare la vigilanza privata. Esiste un programma del Ministero dell’Interno, “1000 occhi sulla città”, volto ad integrare anche gl’Istituti di Vigilanza Privata, che potrebbero fornire prezioso contributo anche nella prima ricognizione di una sospetta situazione di rischio/illegalità, fornendo utili informazioni immediate per intervento mirato delle FF.P.
3. D: Periferie: quali sono i quartieri che considera prioritari e qual è il suo piano per contrastare contemporaneamente criminalità, spaccio e degrado urbano? R: Le principali zone “a rischio” sono i quartieri decentrati ed i nodi di scambio. Corvetto, Quarto Oggiaro, Rogoredo, via Padova, Zamagna, Aretusa, via Gola, via Bolla , le stazioni, parco di Lambrate. Non dimentichiamo poi le zone della Movida (Navigli, c.soComo, p.zza Gae Aulenti, via Lecco, arco della pace. Chiarisco peraltro che la competenza sull’ordine e la sicurezza pubblica rimane del Prefetto e delle Forze di Polizia. Il Comune tuttavia deve essere loro a fianco, fornendo le richieste risorse, e sostenendo l’impegno, senza cercare facili consensi elettorali con continue e “buoniste” critiche. Il Comune può anche promuovere, con le FF.P. a competenza generale, accordi di collaborazione con la cittadinanza. L’ho riscontrato in più città straniere. Non parlo assolutamente di vigilantes o ronde. Ma sapere che in un’area i cittadini (perbene) siano disposti a segnalare alle autorità ogni episodio di illegalità – anche con la tutela dell’anonimato – crea insicurezza in chi vive nell’illegalità. Girando per Washington ricordo gli adesivi a pali della luce e cassonetti, recanti la scritta “Attenzione, qui abbiamo aderito al programma WATCHGUARD, e segnaliamo ogni illecito alla nostra polizia”. Beh, onestamente mi sentivo controllato, e anche se nulla di male stessi facendo o avessi intenzione di fare. La cosa mi colpiva.
4. D: Degrado: molti cittadini denunciano strade sporche, scarsa illuminazione, occupazioni abusive e manutenzione insufficiente. Quali obiettivi concreti si impegna a raggiungere e in quali tempi?
R: Come ho detto prima, la competenza ricade sulla Prefettura, ma il Comune deve essere leale e fornire fattivo sostegno. Per cui va proseguito – ad esempio – il programma di rifacimento del manto stradale, evitando interventi di scarsa qualità che richiedono sempre ulteriori spese, alimentando il pozzo senza fondo degli sperperi. Penso poi possa essere utile incrementare anche il numero delle telecamere, che hanno valenza repressiva, ma anche preventiva. Può essere utile verificare la possibilità di assegnare maggiori poteri e risorse economiche ai municipi, per la gestione e manutenzione di strade e verde pubblico. Un imperativo è fornire risposte in tempi brevi, eliminando lungaggini e storture, che spesso sono solo giustificazioni per non fare. Ma degrado è anche consentire a una religione o una etnia di fare i propri comodi. Faccio un esempio: la moschea. Come uomo di legge non mi oppongo a progetti che hanno tutti i crismi della legalità, ma mi oppongo a quelli redatti aggirando intelligentemente la normativa, “cuciti addosso” a chi si vuole favorire. Come mi oppongo che coloro che hanno una religione diversa dalla mia, possano compiere illeciti che tali sono per la legge italiana. Non si può perseguire chi uccide con crudeltà un cagnolino, e lasciar fare a chi macella con crudeltà – in pratica – del bestiame. Siamo in Italia. Se proprio qualcuno ritiene irrinunciabile la commissione di atti non in linea con le leggi italiane, torni a casa. Prima che giunga a cambiare le nostre leggi, frutto di una tradizione nostra.
5. D: Sicurezza e inclusione: come intende evitare che le periferie diventino luoghi nei quali i cittadini percepiscono una presenza dello Stato e del Comune soltanto quando c’è un’emergenza?
R: Credo sia ora di ridimensionare giustificazionismo e buonismo, per cui delinquere è sempre colpa della società. Chi ha lavorato in questo campo sa che non è esattamente così. Per delinquere spesso ci vuole adeguato “pelo sullo stomaco”. Si è sbagliato col dare servizi, bonus, sussidi, pressochè in un’unica direzione, agevolando anche concessioni di cittadinanze. Oggi lo si paga con criminali che son italiani di 2^ e 3^ generazione e non possono essere scacciati. Ma d’italiano non hanno nulla, giacchè parlano pure il dialetto, in questo caso meneghino. Un dato di fatto è eloquente, tanti dei diplomi di conoscenza della lingua italiana – necessari per ottenere la cittadinanza – destano perplessità. Concessi a persone che, per comunicare, avevano in effetti bisogno dell’interprete. Per cui includiamo chi lo merita, ed escludiamo chi non vuole essere incluso, e ritiene di essere giunto in una riserva di caccia da sfruttare. Milano, in quanto a sicurezza, è fra le peggiori città d’Europa. Va restituita al cittadino perbene la possibilità di uscire di casa, e va allontanato chi non è funzionale ad una pacifica crescita sociale. E va allontanato se delinque, ma va allontanato anche non concedendo aiuti che rendano l’Italia e Milano un paese di Bengodi, dove case popolari, sussidi, pensioni, vedono privilegiato chi italiano non è. Allo stesso tempo si deve costruire, cultura innanzitutto, la nostra. Son venuti qua per diventare italiani? Lo diventino. E basta con questi diplomi regalati da commissioni e enti, legati a volta ad alcune sigle sindacali, che – lo rammento – arrivano a dichiarare scientemente il falso. Si “costruisce” inoltre nei quartieri più a rischio, realizzando verde attrezzato e impianti sportivi. E ciò va realizzato in una cornice che privilegi la prevenzione, e l’intervento corale della società. Non bastano Forze di Polizia, Forze Armate e Magistratura. Peraltro preziosissimi. Occorre un impegno corale di famiglie, scuola, chiesa, mondo del lavoro, politica, sindacato. Un’idea da sondare è la creazione di botteghe di quartiere affidate ai giovani, da realizzare in accordo con le associazioni di categoria artigiane. Il cittadino, in qualsiasi formazione sia inserito, non deve sentirsi solo. Per me fa parte di un complesso di attori istituzionali e non, che operano congiuntamente per migliorare il livello di vita comune.
6.D: Inchieste sull’urbanistica: le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il sistema urbanistico milanese hanno sollevato interrogativi anche politici. Quali errori ritiene siano stati commessi dall’amministrazione e cosa cambierebbe?
R: Le inchieste urbanistiche hanno bloccato oltre 150 cantieri, con danni enormi per chi s’era sacrificato una vita per acquistare casa. Ma anche per il Comune, che non ha introitato gli oneri di urbanizzazione diretti ed indiretti. Risorse che potevano essere destinate, ad esempio, a digitalizzare l’amministrazione comunale e a creare un settore ove gli imprenditori italiani e internazionali potessero avere un punto di riferimento. Urbanistica peraltro è anche piste ciclabili, e tutti abbiamo presente l’elevato numero d’incidenti, su tali tracciati. Non credo occorra “integralismo ciclabile”. Una pista ciclabile tale deve essere e non deve mettere a rischio il ciclista. Mi spiego: se non si può tracciare senza lasciare in sospeso il rischio che qualcuno ci rimetta la vita, non la si traccia. Inutile dire che oggi il reato di “omicidio stradale” possa indurre a maggiore attenzione. Il morto ci scappa lo stesso. Quindi a mio parere vanno riviste, nell’ottica di salvaguardare la vita umana. Urbanistica è anche cura di tombini e caditoie che, intasati, determinano allagamenti. E qui non c’è altro da fare che maggiore vigilanza, da parte della filiera che ha la responsabilità di tali manutenzioni. In quanto al Seveso che periodicamente esonda, s’è speso un fiume di denaro in progetti. Potrebbe essere il caso di intervenire con rapidità ed efficienza. Urbanistica è anche rivisitare le scelte che hanno reso Milano una città ove i mezzi pubblici sono i più cari d’Italia, e non si enumerano le misure per scoraggiare l’impiego dell’auto privata. Urbanistica è anche pensare a chi non può permettersi i prezzi esorbitanti di palazzi disegnati da architetti di grido. Una riflessione: Milano è città in cui si può demolire una palazzina storica di 2 piani e costruire al suo posto un palazzo di 15 piani con una semplice SCIA, mentre per ottenere il permesso per un gazebo di promozione politica occorrono settimane.
7. D: Trasparenza: come garantirà che nei grandi progetti immobiliari e urbanistici ci siano regole più trasparenti e controlli realmente indipendenti, evitando qualsiasi commistione tra interessi pubblici e privati?
R: Inizio con una battuta: l’Arma usa inviare i comandanti in località ove non hanno amicizie e parentele. Magari non è proprio un guaio che io non sia milanese. Entro ora con maggiore serietà nel discorso. Occorre stretta cooperazione con la Procura della Repubblica, con la Prefettura e con le forze di Polizia. Ciò è utile anche nella redazione di bandi e gare d’appalto, onde evitare siano cuciti “su misura” per l’imprenditore “amico”. A volte l’illegalità apparentemente non esiste solo perché la norma, o il bando, son stati scritti “bene”. Non bisogna aver paura delle istituzioni statali preposte a garantire la legalità. Non ci sono condizionamenti politici che tengano. E soprattutto va promosso il dibattito pubblico nel Consiglio Comunale di Milano, per le grandi opere. Vanno poi evitate le scorciatoie, come ho avuto modo di analizzare quando fui coinvolto per motivi professionali nell’EXPO 2015. Dopo la chiusura dei cantieri cosa fece la politica? Ridurre da 5 a 3 giorni lavorativi il tempo concesso alle FF.P. per raccogliere informazioni su società che partecipavano alle gare, quando un completo processo avrebbe richiesto mesi, per la “strana” propensione a partecipare da parte di società dalle caratteristiche delle “scatole cinesi”. La politica privilegiò poi gli appalti piccoli, nonostante avessimo spiegato, come DIA, che consentivano di essere aggiudicati prima, e di concludere prima i lavori. Dopo era giocoforza pagare, e quando si sarebbe riuscito a scoprire che si trattava di ditta contigua alla mafia, la stessa era già stata liquidata e i soldi spariti. Chiedemmo di posticipare il pagamento ad accertamenti esauriti, avremmo ottenuto che le ditte inquinate non si sarebbero presentate: nulla! E la cosa dà da pensare. La politica è protagonista di tante cose meravigliose, ma anche di questo.
8. D: Modello di sviluppo: Milano deve continuare a crescere puntando sui grandi investimenti immobiliari oppure è necessario cambiare modello, mettendo maggiormente al centro case accessibili, servizi e qualità della vita dei residenti?
R: 400.000 persone hanno lasciato Milano negli ultimi 10 anni, e il questore di Milano ha riferito nel 2025 che 600 donne e uomini hanno lasciato questa città per il caro vita, fatto davvero sconfortante. Milano deve avere 2 percorsi paralleli e confluenti sugli investimenti immobiliari ed urbanistici. Innanzitutto attrarre investimenti internazionali, dando certezze; quindi porre al centro il cittadino che vuol risiedere a Milano, fornendogli case a prezzi accessibili, servizi e qualità della vita. Infine una riflessione, mi pare che alcuni investimenti immobiliari spacciati per “social housing”, si siano rivelati speculazioni a 4/5000€ al mq. Vogliamo parlare dei grandi studentati di cui si sta riempiendo la città e dei canoni altissimi a cui vengono affittati? È questa la città che accoglie?
9. D: Il rapporto centro-periferie: Milano è diventata una città molto attrattiva e internazionale, ma molti residenti ritengono che i benefici della crescita non siano distribuiti equamente. Come ridurrà concretamente questa distanza? R: Milano deve diventare quartiere centrico; ogni municipio ha le dimensioni di una piccola città. Occorre sostenere commercio e imprenditoria locale, creando una città diffusa in termini culturali, commerciali e sociali. Mi sembra invece che sempre più si proceda verso un modello di città che rende il centro sempre più irraggiungibile da parte di chi è in periferia. Che magari, nel suo piccolo, a volte si innervosisce… diciamo così. Più che “inclusiva”, la città mi pare “esclusiva” o “escludente”.
10. D: La domanda finale: fra cinque anni, quali tre risultati concreti sulla sicurezza e quali tre sulle periferie vuole che i milanesi possano riconoscere come il risultato del suo mandato?
R: La sicurezza è la pre-condizione per vivere. Ce lo dicono i sondaggi, non è il mantra che deriva dalla mia formazione professionale. Sarebbe una gran vittoria assistere ad un reale abbattimento degli indici di criminalità, far sentire il milanese più sicuro e, al tempo stesso, ottenere l’allontanamento di chi è del tutto restio ad un’integrazione e inclusione. Per le periferie auspico spazi per lo sport a prezzi accessibili, evitando favoritismi etnici di qualsiasi genere, una migliore illuminazione, presidi e/o frequente vigilanza di tutti gli stake-holders della sicurezza, nei luoghi a maggior indice di rischio. Invece vedo una città che progressivamente si orienta a creare isole etnico-religiose, che rischiano di diventare ghetti, ma anche “santuari” in cui finirà per essere applicata la legge di quel gruppo piuttosto che quella dello Stato. E la situazione esploderà. Pensiamo alle banlieue parigine. Consapevole di quanto sia difficile realizzare tutto ciò che si ha in programma, mi son posto una “big picture”: Milano libera, sicura, vivibile. Ben venga se si riuscirà a iniziare questa strada, questo percorso, in modo positivo.

