(AGENPARL) - Roma, 24 Luglio 2026 - Cutuliscio, interviene l’Ordine degli Architetti PPC di Catania
«SERVONO DECISIONI PONDERATE: RICOSTRUIAMO L’ANIMA DEL PROGETTO DI GIACOMO LEONE»
Dopo il confronto promosso sui social e l’appello del figlio di Leone, la comunità professionale lancia un messaggio a tutela dell’opera simbolo di Catania
Il presidente Alessandro Amaro: «Innovare non significa cancellare l’identità di un luogo, ma restituirgli vita, sicurezza e piena funzionalità»
CATANIA – La posizione dell’Ordine degli Architetti PPC di Catania non nasce oggi. Già a una settimana dall’incendio che, nel novembre 2025, ha distrutto la copertura del Padiglione C1 delle Ciminiere, l’Ordine aveva convocato un’assemblea aperta agli iscritti, alla presenza del sindaco, dei consulenti e dei tecnici della Città Metropolitana, dei rappresentanti degli Ordini e delle istituzioni, per avviare una riflessione sul futuro del Cutuliscio.
Da quel confronto è emersa con chiarezza una convinzione condivisa dalla comunità professionale: il Cutuliscio progettato da Giacomo Leone è ormai parte integrante dell’identità architettonica di Catania e il suo mantenimento formale rappresenta una priorità nella ricostruzione. Sul destino dell’opera, secondo l’Ordine, servono decisioni ponderate e intellettualmente oneste, capaci di distinguere tra innovazione e alterazione dell’identità. Per gli architetti, il “Ciottolo” costituisce uno degli elementi più riconoscibili dell’intero complesso delle Ciminiere, grande opera paesaggistica ormai consolidata nel contesto urbano. Per questo l’involucro esterno va ricostruito senza introdurre nuovi linguaggi architettonici, privilegiando invece materiali più performanti e resilienti rispetto a quelli degli anni Novanta, così da coniugare fedeltà al progetto originario, sicurezza, sostenibilità e innovazione.
Perché ricostruire non significa necessariamente reinventare. Sul futuro del Cutuliscio, l’Ordine degli Architetti pone una questione precisa: fino a che punto è lecito trasformare un’opera ormai entrata nell’identità e nello skyline della città? La posizione è netta: l’immagine esterna “non va toccata”, mentre per gli ambienti interni si può pensare a un ammodernamento. Non una ricostruzione nostalgica, dunque. E neppure un’automatica applicazione del “dov’era e com’era”. Ma la consapevolezza che un’architettura divenuta parte della memoria collettiva non possa essere trattata come una superficie libera sulla quale esercitare nuove ambizioni progettuali. «Non siamo contrari all’innovazione, ma a un’innovazione che per affermarsi senta il bisogno di cancellare ciò che trova – sottolinea il presidente dell’Ordine Alessandro Amaro – il Cutuliscio non è un involucro qualsiasi: è il segno conclusivo di un progetto unitario, pensato nel rapporto con le Ciminiere, il mare, l’Etna e il paesaggio urbano. La modernità, in questo caso, consiste nel restituirgli vita, sicurezza e funzione pubblica».
La riflessione è stata rilanciata dall’Ordine attraverso un sondaggio sui propri canali social, nato dalla domanda “Restaurare, reinterpretare o trasformare?”. Il confronto ha raccolto numerosi contributi e ha fatto emergere un orientamento largamente condiviso: ricostruire il Cutuliscio nella sua immagine originaria. Tra i commenti, molti hanno richiamato il valore dell’opera di Giacomo Leone, ricordando una frase dello stesso architetto: «Noi passiamo, ma le nostre opere rimangono, continuano a vivere, anche dopo di noi», quasi a ribadire che un’architettura entrata nella memoria collettiva appartiene ormai alla città oltre che al suo autore. In numerosi interventi il Cutuliscio è stato definito un’icona «tutta catanese», capace di sintetizzare il rapporto tra acqua e fuoco e di rappresentare una storia moderna che merita continuità. «Non vogliamo applicare il principio del “tutto com’era”, ma dare continuità a una storia moderna incompiuta e semplicemente iniziata»: una riflessione che allarga lo sguardo oltre l’architettura e richiama il tema della Civitas, delle relazioni, della sosta e del diritto dei cittadini a vivere pienamente gli spazi pubblici. Dal confronto emerge anche l’invito a non “capitozzare” il Cutuliscio, ma a ripensare piuttosto l’intero sistema delle Ciminiere come una rete di percorsi, piazze e spazi accessibili.
Tra le osservazioni ricorrenti vi è anche quella che considera il profilo del Cutuliscio un elemento ormai consolidato dello skyline di Catania visto dal mare, oggi ancora più significativo nel dialogo con il nuovo volume in costruzione e con le storiche ciminiere. Il recupero, secondo molti, dovrebbe diventare soprattutto l’occasione per trasformare il complesso in una struttura congressuale all’altezza degli standard contemporanei.
Non manca infine chi propone un modello ispirato alla ricostruzione di Notre-Dame: esterno restituito fedelmente e interni completamente ripensati, a dimostrazione che innovazione e tutela non sono concetti incompatibili. Tra i commenti raccolti sui social, il figlio del progettista, Giovanni Leone, ha inoltre ricordato il carattere materico dell’involucro: il nero dei lapilli di pietra lavica sul quale i gabbiani si posavano come sui faraglioni, in contrasto con l’interno bianco e luminoso della sala superiore. Una relazione precisa tra massa e vuoto, oscurità e luce, paesaggio vulcanico e spazio civico, che non può essere ridotta a un semplice problema di copertura.
È proprio questa concezione dell’opera che porta l’Ordine a respingere le tre proposte oggi sul tavolo, considerate interventi che ne snaturerebbero l’identità: la terrazza altererebbe il concept originario, la finestra non risponderebbe alla funzione congressuale della sala e il lucernario introdurrebbe un elemento fragile, oneroso da manutenere e incoerente con la compattezza dell’opera. «Abbiamo il dovere di distinguere tra trasformazione e miglioramento – prosegue Amaro – migliorare significa rendere il Cutuliscio adeguato alle esigenze contemporanee. Trasformarlo esteriormente significherebbe invece interrompere il rapporto con il progetto di Leone e con un’immagine che Catania riconosce come propria».
L’Ordine non difende, quindi, un oggetto isolato. Difende l’unità dell’intero complesso delle Ciminiere, immaginato da Giacomo Leone non come una sequenza di contenitori occasionalmente utilizzati, ma come un frammento di città attraversabile, vissuto, capace di generare incontri e relazioni. Ed è forse questo il tema più scomodo: restituire alle Ciminiere la loro anima pubblica. Aprire i percorsi, rendere fruibili gli spazi, riattivare le terrazze e i giardini pensili già previsti, superare la frammentazione e l’uso episodico del complesso. «Custodire non significa fermare il tempo – conclude il presidente Amaro – significa scegliere con consapevolezza che cosa merita di attraversarlo». L’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Catania si dichiara disponibile ancora una volta a un confronto tecnico immediato con la Città Metropolitana e con le istituzioni, per contribuire a un percorso capace di tutelare la memoria dell’opera e rilanciarne la funzione pubblica.
