(AGENPARL) - Roma, 10 Luglio 2026 -
«Lascia perdere, è fatto così. Ha un carattere impossibile.»
Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato questa frase? È una delle più comuni, ma dietro quello che definiamo con leggerezza “brutto carattere” può nascondersi qualcosa di molto più profondo: una sofferenza psicologica che la persona stessa spesso non riconosce.
Io l’ho imparato quasi trent’anni fa, in un luogo dove l’ultima cosa che avrei immaginato di ricevere era una lezione sulla fragilità umana: Sarajevo.
Dal giugno 1996 al marzo 1997 comandavo il Battaglione Logistico della Brigata “ Folgore” impegnato nella missione di pace in Bosnia-Erzegovina. Era un contesto operativo difficile, dove ogni uomo doveva poter contare sull’altro. Tra i militari assegnati al reparto c’erano anche alcuni Volontari in Ferma Breve che non conoscevo, arrivati proprio in vista della missione.
Uno di loro sembrava di vivere in guerra con il mondo: litigava con chiunque, contestava ogni disposizione, piccoli inconvenienti si trasformavano in ostacoli insormontabili. L’atmosfera attorno a lui era costantemente tesa. Bastava la sua presenza per creare conflitti.
Dopo alcune settimane avevo deciso di rimpatriarlo.
Prima di firmare quel provvedimento, però, decisi di confrontarmi con lo psicologo del contingente.
Lo psicologo avvicinò il giovane con grande sensibilità e lo ascoltò.
Dopo alcuni colloqui mi spiegò che quel ragazzo non era semplicemente “difficile”. Riteneva che fosse affetto da un disturbo della personalità e che, soprattutto, avesse finalmente compreso di avere un problema. Era disposto a curarsi.
Decisi di dargli fiducia e quel militare rimase con noi per l’intera missione.
Nei nove mesi successivi vidi una trasformazione che non avrei creduto possibile. Non sparirono tutte le difficoltà, ma cambiò il modo di affrontarle. Imparò ad ascoltare, a controllare gli impulsi, a gestire i rapporti con gli altri. I conflitti diminuirono progressivamente e i suoi commilitoni iniziarono a vedere una persona diversa.
Al rientro in Italia proseguì spontaneamente il percorso terapeutico iniziato durante la missione.
Quell’episodio mi offrì una lezione di vita che non ho dimenticato.
La personalità è ciò che rende ciascuno di noi unico: il modo di pensare, di reagire, di amare, di affrontare i problemi e di costruire relazioni. Ma quando questi schemi diventano estremamente rigidi, quando ogni rapporto si trasforma in uno scontro, quando il mondo sembra sempre contro di noi e la sofferenza invade ogni ambito della vita, può esserci qualcosa che va oltre il carattere.
Esistono infatti i disturbi della personalità: condizioni cliniche riconosciute che possono compromettere profondamente la qualità della vita e delle relazioni. Non sono una colpa, sono patologie che meritano attenzione, comprensione e cure adeguate.
Il problema è che chi ne soffre, molto spesso, non si considera malato.
È convinto che siano gli altri a sbagliare.
Così il tempo passa.
In famiglia si smette di discutere per evitare litigi. Si evitano certi argomenti. Si accettano imposizioni irragionevoli pur di mantenere una pace apparente. Gli amici si allontanano. I rapporti con i parenti si interrompono. Talvolta perfino i figli diventano spettatori silenziosi di un equilibrio costruito sulla paura del conflitto.
È una prigione invisibile.
E più passa il tempo, più quelle mura diventano spesse.
Per questo non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto.
Rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra non significa essere deboli. Significa avere il coraggio di affrontare una difficoltà che, se ignorata, rischia di travolgere non solo chi ne soffre, ma anche tutte le persone che gli vogliono bene.
L’esperienza vissuta a Sarajevo mi ha lasciato oltre a innumerevoli immagini di una città ferita dalle bombe, anche il ricordo di quel giovane volontario del suo “disturbo della personalità” (che ahimè ho rilevato anche in altre occasioni e contesti e non solo durante il servizio).
Ho imparato che dietro a ciò che definiamo superficialmente “brutto carattere” può celarsi una sofferenza autentica e cosa più importante: che il cambiamento è possibile a condizione che si abbia il coraggio di riconoscere il problema e la volontà di affrontarlo.
E la sofferenza, quando viene riconosciuta e curata, può smettere di distruggere la vita di chi la porta dentro e di chi gli vive accanto
Il carattere non è una condanna.
La diagnosi non è una vergogna.
Il cambiamento non è un’utopia.
La vera sconfitta è continuare a chiamare “carattere” ciò che, con il coraggio di chiedere aiuto, potrebbe finalmente trovare una cura.
Forse il “libretto di istruzioni” della vita non esiste davvero oppure qualcuno nell’infanzia, non ha avuto la fortuna di riceverlo ma anche da adulti, si può ancora imparare a scriverne le pagine mancanti.
