(AGENPARL) - Roma, 4 Luglio 2026 - La retorica che arriva da Teheran non è il lamento di un Paese colpito, ma l’architettura di un nuovo ordine interno. A quattro mesi dall’uccisione dell’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei il 28 febbraio, l’Iran ha smesso di parlare di “risposta” per abbracciare quella di “obbligo divino”. Il Ministero dell’Intelligence e i vertici delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) hanno cristallizzato la parola “vendetta” in una vera e propria dottrina di Stato, rendendo la punizione dei responsabili – identificati nel blocco “sionista-americano” – la condizione essenziale per la tenuta stessa della Repubblica Islamica.
Non siamo davanti a un semplice proclama di rabbia. Il richiamo alla “giustizia” invocato dal Ministero è un atto di legittimazione politica per il nuovo leader, l’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei. Inquadrare l’uccisione del predecessore come “il più grande atto criminale della storia contemporanea” permette al regime di azzerare le critiche interne: chiunque si opponga alla linea dura si pone, per definizione, al di fuori del perimetro della “difesa della nazione”.
La Marina dell’IRGC, con le parole del contrammiraglio Ali Ozmaei, aggiunge il tassello bellico: la “ritorsione divina” non è più una possibilità strategica, ma una promessa di fede. In questo sistema, il martirio dell’Ayatollah diventa il collante che tiene insieme la popolazione e i ranghi militari, trasformando ogni cerimonia funebre in una mobilitazione permanente.
Teheran sta comunicando in modo inequivocabile che non esiste via d’uscita diplomatica. Il regime ha alzato la posta: ha vincolato la propria credibilità alla rappresaglia. Il messaggio è chiaro: per sopravvivere al passaggio di testimone, il nuovo vertice iraniano ha bisogno di una guerra (anche solo narrativa) che giustifichi la propria esistenza. La caccia ai responsabili dell’incursione di febbraio non è più solo una questione di sicurezza, è la missione fondante su cui si gioca la continuità del potere.
