(AGENPARL) - Roma, 4 Giugno 2026 - L’obiettivo europeo del “consumo di suolo zero al 2050” non nasce dal nulla: è il risultato di un percorso normativo e strategico che l’Unione Europea porta avanti da oltre quindici anni. Le sue radici affondano nella Strategia tematica per la protezione del suolo adottata dalla Commissione nel 2006 (COM(2006)231), il primo documento che definì il suolo come “risorsa non rinnovabile” e introdusse il concetto di degrado irreversibile legato all’impermeabilizzazione.
Questo indirizzo è stato poi rafforzato dalla Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’uso delle risorse (COM(2011)571), che per la prima volta fissò un obiettivo temporale: azzerare il consumo netto di suolo entro il 2050. La Tabella di marcia definiva il consumo di suolo come una delle principali pressioni ambientali dell’UE, responsabile di perdita di biodiversità, aumento del rischio idrogeologico e riduzione della capacità di assorbimento del carbonio.
Il principio è stato ulteriormente consolidato nel Settimo Programma di Azione Ambientale (Decisione n. 1386/2013/UE), che impegna formalmente l’Unione e gli Stati membri a “porre fine al consumo netto di suolo entro il 2050” e a ridurre in modo significativo il consumo di suolo già entro il 2020‑2030. È un programma vincolante nella direzione politica, anche se non direttamente cogente, ma che orienta tutte le normative successive.
Nel 2023 la Commissione ha compiuto un ulteriore passo con la proposta di Soil Monitoring Law (COM(2023)416), una vera e propria legge quadro europea sulla salute dei suoli, che introduce obblighi di monitoraggio, criteri di sostenibilità e indicatori comuni per tutti gli Stati membri. La proposta, ancora in fase di negoziazione, ribadisce l’obiettivo dei “suoli sani entro il 2050”, collegandolo direttamente alla riduzione dell’impermeabilizzazione e alla tutela delle superfici agricole.
In questo contesto, l’idea di “consumo di suolo zero” assume un significato molto concreto: evitare che nuove superfici agricole, naturali o seminaturali vengano coperte da cemento, asfalto o infrastrutture, comprese quelle energetiche. Ogni nuova impermeabilizzazione dovrà essere compensata da interventi di rigenerazione o de‑impermeabilizzazione altrove, secondo il principio del “no net land take”.
È una visione che si intreccia con le politiche energetiche dell’UE. Il piano REPowerEU (COM(2022)230), adottato dopo la crisi energetica del 2022, chiede agli Stati membri di accelerare sulle rinnovabili, semplificare le autorizzazioni e individuare aree idonee per gli impianti fotovoltaici ed eolici (modifiche alla Direttiva 2018/2001/UE – RED II, poi aggiornata con RED III – Direttiva 2023/2413). Ma questa accelerazione deve avvenire senza compromettere il suolo agricolo, in coerenza con gli obiettivi ambientali del Green Deal.
È qui che l’agrivoltaico diventa centrale. Gli impianti agrivoltaici avanzati, come definiti in Italia dal D.L. 63/2024 (convertito nella L. 104/2024) e dal D.Lgs. 199/2021 aggiornato con il D.Lgs. 190/2024, sono considerati compatibili con l’uso agricolo perché non consumano suolo, non lo impermeabilizzano e non interrompono la produzione agricola. Le strutture rialzate, il mantenimento dell’80% della PLV, i sistemi di monitoraggio e la reversibilità degli impianti rispondono perfettamente ai criteri europei.
L’Italia, vietando il fotovoltaico a terra in area agricola e incentivando solo l’agrivoltaico avanzato tramite il Bando PNRR Agrivoltaico (DM MASE 22 dicembre 2023 e Regole Operative GSE 2024‑2026), si colloca tra i Paesi più allineati alla traiettoria europea: più energia rinnovabile, più tutela del suolo, più resilienza agricola.
In definitiva, il “consumo di suolo zero al 2050” non è un obiettivo astratto, ma una cornice normativa che sta ridisegnando le politiche territoriali, agricole ed energetiche dell’Unione. E l’agrivoltaico, in questo scenario, non è un compromesso: è una delle soluzioni più avanzate per conciliare produzione di energia, sicurezza alimentare e protezione del paesaggio.