
(AGENPARL) - Roma, 19 Maggio 2026 - Il collettivo cyber Handala, già protagonista di recenti offensive contro infrastrutture critiche e istituzioni occidentali, ha rivendicato nelle ultime ore una vasta operazione di violazione informatica ai danni della PFAP Foundation. Il gruppo, ritenuto dagli analisti internazionali un braccio operativo vicino all’intelligence iraniana, sostiene di aver esfiltrato oltre 600.000 documenti top-secret, scatenando una nuova fase della guerra ibrida che sta infiammando il 2026.
L’operazione: oltre l’hackeraggio
Secondo quanto comunicato dai canali di Handala, l’incursione nei server della fondazione — attiva nella promozione di progetti umanitari e culturali legati al mondo ebraico e a Israele — non sarebbe stato un attacco casuale. Gli hacker sostengono di aver agito per “smascherare” una presunta copertura di attività di spionaggio, finanziamento di reti di influenza e riciclaggio di capitali.
Tuttavia, gli esperti di sicurezza informatica mettono in guardia: il metodo Handala non cerca il riscatto economico (come farebbe un comune ransomware), ma la distruzione reputazionale e psicologica. La diffusione di documenti, reali o manipolati, ha l’obiettivo preciso di alimentare la sfiducia nel lavoro delle istituzioni occidentali e di creare instabilità nel quadrante mediorientale.
Il modus operandi di Handala
L’attacco alla PFAP Foundation segue un copione ormai consolidato per il collettivo:
- Esfiltrazione massiva: Pubblicazione di database, contratti e scambi email per creare un “effetto rumore” mediatico.
- Warfare narrativa: Il comunicato è infarcito di una retorica politica esplicita, volta a mobilitare l’opinione pubblica contro il “sionismo” e il sostegno occidentale alle politiche israeliane.
- Destinazione dei dati: Handala sostiene di aver condiviso il materiale con l’intelligence dell’asse della resistenza, una mossa che trasforma il semplice furto di dati in un’attività di spionaggio con finalità geopolitiche.
Un campanello d’allarme per le fondazioni
Questo attacco solleva una questione critica: la vulnerabilità delle organizzazioni no-profit e delle fondazioni che gestiscono dati sensibili. Spesso dotate di difese cyber meno sofisticate rispetto agli apparati statali o militari, queste realtà diventano bersagli “morbidi” per attori di guerra ibrida che vogliono colpire il “cuore civile” della controparte.
La rivendicazione di Handala arriva in un momento di estrema tensione internazionale, confermando che, nel 2026, il conflitto non si gioca più solo sul campo di battaglia, ma nello spazio digitale, dove un database rubato può fare più danni di un raid aereo.