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Piacenza, 25 aprile 2026
Oggetto: 81° anniversario della Liberazione, il discorso della sindaca
Tarasconi
Nell'81° anniversario della Liberazione, rivolgo il saluto di Piacenza,
Medaglia d'Oro al Valor Militare per la Resistenza, a tutte le autorità
civili e militari, alle associazioni combattentistiche e d'arma, alla
senatrice Albertina Soliani che ringrazio per la sua presenza come oratrice
ufficiale di questa cerimonia. Lo faccio a nome di tutte le cittadine e i
cittadini che onorano, insieme a noi, il significato della ricorrenza
odierna.
Per me, il 25 aprile è nelle lacrime di mio nonno Franco, che non riusciva
a trattenerle mentre mi raccontava, quando ero bambina, di suo fratello
Vincenzo, partigiano nella 142° Brigata della Divisione Val d'Arda,
disperso in battaglia a Prato Barbieri il 6 gennaio 1945. Non aveva ancora
vent'anni. Il suo nome è inciso nel marmo sotto le arcate di Palazzo
Gotico, dove pochi istanti fa abbiamo reso il nostro tributo, in un
silenzio raccolto ed eloquente, a tutti coloro che hanno dato la vita per
la libertà.
Condivido, su questo palco, un ricordo personale, perché credo che la
Liberazione non si celebri solo nella solennità gioiosa del tricolore, o
nell'unità che si respira in una piazza gremita e vestita a festa, ma che
debba essere per ciascuno di noi, nell'intima adesione ai valori di cui è
il simbolo, un momento di profonda consapevolezza. Come se ognuna di quelle
famiglie che hanno pianto i propri cari, tra le macerie di un Paese ferito
e disgregato, devastato dall'abisso del nazifascismo e dalla guerra, fosse
anche la nostra.
Oggi più che mai, mentre vanno purtroppo spegnendosi le voci degli ultimi
testimoni, dobbiamo continuare a farci carico – e impegnarci per essere
all'altezza – dell'eredità morale e del coraggio, della dignità e della
coerenza con cui, dopo l'8 settembre del '43, generazioni di italiani di
ogni estrazione sociale e provenienza rifiutarono di piegarsi alle
ideologie e alla violenza del regime, gettando il seme da cui sarebbero
germogliati la nostra Repubblica e i principi cardine della sua
Costituzione. "Che si fonda – ha riaffermato il presidente Sergio
Mattarella – sulla lotta di Liberazione, matrice di libertà e democrazia".
Proprio come avvenne per quel movimento straordinario e composito che fu la
Resistenza, capace di unire percorsi ed esperienze eterogenee verso un
unico obiettivo più grande, così le madri e i padri costituenti riuscirono
ad accantonare e superare le differenze per trovare un punto di incontro,
capace di restituire speranza e di dare un futuro al Paese.
Perché, vedete, è davvero "la gente che fa la storia", come ha scritto
Francesco De Gregori in una delle sue canzoni più belle e potenti, a
volerci dire che la memoria non si coltiva nella retorica di un discorso,
ma si costruisce e si rinnova, in ogni tempo, nel richiamo costante alle
scelte e al sacrificio di chi lotta al fronte, di chi si batte per
difendere la pace, di chi, attraverso il dialogo, persegue un mondo più
giusto. Di chi RESISTE.
Eccolo, allora, il filo che si snoda lungo un cammino iniziato oltre
ottant'anni fa, quando "la gente che fa la storia" furono i Caduti dei
Guselli e di Rio Farnese, di Monticello e di Barriera Genova. Ma anche le
vittime di stragi indicibili, da Marzabotto a Sant'Anna di Stazzema, di cui
ritroviamo l'eco in quest'epoca segnata ancora una volta dalla barbarie di
conflitti, persecuzioni, violazioni della sovranità e dei diritti umani di
ogni popolo che subisce il sopruso delle armi o di una dittatura.
E fecero la storia gli oltre 8000 "resistenti" ufficialmente censiti nella
nostra provincia, di cui più di 6000 combattenti tra i quali – ci dice
l'Enciclopedia della Resistenza Piacentina – quasi 500 donne, ricordando
però che molte di più, in realtà, furono coloro che diedero un contributo
determinante alla Liberazione, non solo imbracciando un fucile ma mettendo
a rischio la propria incolumità come staffette, infermiere, in fondamentali
ruoli organizzativi e di cura. A loro, madri della Repubblica democratica
che per la prima volta, 80 anni fa, ebbero il diritto di esprimere il
proprio voto e di essere elette, rendiamo l'omaggio e il riconoscimento che
troppo spesso non ricevettero. Nel nome di Rita Cervini e della staffetta
Medina Barbattini, sopravvissuta all'orrore di Ravensbruck, prime donne a
sedere nel Consiglio comunale di Piacenza. Della partigiana Giuseppina
Buttafuoco, prima donna nominata dal Cln nell'assise cittadina provvisoria.
Di Luigia Repetti, fucilata contro il muro del cimitero urbano, di Maria
Macellari scomparsa forse mentre portava a compimento l'ultima missione.
A ogni donna che ha pagato, per la nostra libertà, il prezzo più alto,
vorrei dedicare i versi conclusivi di una poesia che racconta il ritorno di
un uomo maturo, dopo la fine della guerra, al campo di margherite in cui
venne sepolta la sua compagna partigiana: "… sotto la terra immemore, il
tuo corpo giovane si è fatto fiore. La rozza croce non c'è più, nella marea
di pallide corolle tu sei tornata a vivere, con la tua fame di ideali e di
pane".
Per quegli stessi ideali, viva la Resistenza, viva l'Italia libera e onesta
che ci è stata affidata da coloro cui oggi – e sempre – va il nostro
pensiero grato e commosso. Buon 25 aprile!
(AGENPARL)
