(AGENPARL) - Roma, 31 Marzo 2026 - La giustizia non si esaurisce tra le mura di un tribunale. Esiste un confine sottile, dove il diritto cede il passo all’umanità e quel confine è tracciato dall’istituto della grazia. Non una scorciatoia per sfuggire alla pena, né una revisione del processo, ma un atto individuale di clemenza che il Presidente della Repubblica concede ai sensi dell’Articolo 87 della Costituzione.
La concessione della grazia si rivolge al singolo individuo. La sua attivazione segue il rigido binario dell’articolo 681 del c.p.p., che regolamenta le procedure per la domanda: un iter che coinvolge il condannato, i suoi affetti e il vaglio istruttorio del Ministero della Giustizia. Tuttavia, il cuore della decisione resta nelle mani del Quirinale. La storica sentenza 200/2006 della Corte Costituzionale ha infatti blindato la discrezionalità del Capo dello Stato, sottraendola ai veti politici per restituirla alla sua funzione originaria: mitigare il rigore della legge per eccezionali ragioni umanitarie.
Al 31 dicembre 2025, il bilancio dei provvedimenti di clemenza individuale dall’inizio della Repubblica conta 42.406 atti, come da fonti del Quirinale. La cronaca recente ci restituisce un quadro di estrema selettività. Nel 2025, il Presidente Mattarella ha concesso la grazia a soli 5 soggetti, portando il totale dei suoi due mandati a 62 atti. Tra questi, ha fatto discutere la grazia parziale concessa ad Hamad Abdelkarim Alla Faraj, condannato a 30 anni per omicidio plurimo. Un caso divisivo che, però, solleva una domanda ancora più profonda: se la grazia può toccare reati così gravi, perché sembra così lontana per chi sta semplicemente scomparendo per vecchiaia?
Non c’è un limite numerico alla Grazia, ma c’è un limite morale alla sofferenza inutile. Se la separazione dei poteri impone rispetto per le sentenze definitive, la Costituzione impone il rispetto per la persona. È necessario che la politica e le istituzioni guardino con più coraggio a quei casi umani che affollano le nostre carceri. Concedere la grazia a un anziano non significa negare il delitto, ma riaffermare che lo Stato è più forte e più umano del male che combatte. Perché una giustizia che non sa distinguere tra una persona nel pieno delle forze e una al tramonto della vita, rischia di essere solo una fredda vendetta burocratica.
Mentre il dibattito pubblico si concentra sui casi mediatici, nei corridoi degli istituti penitenziari si consuma il dramma silenzioso dell’anzianità. È l’autunno in cella. Il carcere ha un odore diverso per chi ha superato i settanta o gli ottant’anni. È l’odore della medicina, della memoria che sbiadisce e di una dignità che si sgretola giorno dopo giorno tra salute precaria, malattie croniche che il sistema fatica a gestire e un isolamento sociale dovuto a famiglie che non esistono più. Si palesa qui il paradosso del tempo: punire una persona che non è più, psicologicamente e fisicamente, la stessa persona che ha commesso il reato decenni prima. Quando la pena viene giudicata sproporzionata rispetto alla condotta attuale o alle condizioni fisiche, la permanenza in cella smette di essere rieducazione e diventa tortura