(AGENPARL) - Roma, 18 Marzo 2026 - C’è un gesto che più di ogni statistica racconta l’Italia reale: il cittadino che sollecita.
Telefona. Scrive. Invia email. Manda PEC. Torna allo sportello. Chiede notizie della pratica, del pagamento, dell’autorizzazione, del cantiere, della risposta che non arriva. Attende. Richiama. Riformula. E poi ricomincia.
Non si tratta di episodi isolati, ma di una prassi consolidata. È questa l’Italia dei continui solleciti, un Paese in cui il rapporto tra cittadino e amministrazione si è progressivamente rovesciato. Non è più lo Stato a garantire tempi certi e risposte; è il cittadino a dover inseguire lo Stato. Non è più l’istituzione a rendere effettivi i diritti; è il privato a consumare tempo, pazienza e spesso dignità per ottenere ciò che dovrebbe essere ordinario.
Da qui nasce una conseguenza profonda e sistemica: gli italiani si arrangiano. Costruiscono percorsi paralleli, suppliscono alle inefficienze pubbliche, si affidano a reti informali, relazioni, intermediazioni. Non per furbizia, ma per necessità. Perché quando l’organizzazione pubblica arretra, l’arrangiarsi diventa una forma di adattamento civile.
Questa non è una deformazione marginale del sistema. È il sistema.
La parola che meglio definisce l’Italia contemporanea non è crisi. Non è nemmeno declino. È ritardo. Un ritardo strutturale, profondo, sedimentato, che si manifesta in ogni ambito: nei progetti del Pnrr, nella realizzazione degli Ospedali di comunità, nei cantieri della banda ultralarga, nei pagamenti alle imprese, nelle autorizzazioni, nelle gare, nei cronoprogrammi continuamente riscritti. E ciò che più inquieta è che il ritardo non appare più come un’anomalia da correggere, ma come una normalità da gestire.
I numeri confermano ciò che i cittadini vivono quotidianamente. In Italia, l’aggiudicazione di un bando europeo richiede in media 279 giorni, contro una media europea di circa 121. Un divario che non può essere spiegato soltanto con la complessità normativa. È il segnale di una difficoltà strutturale nel trasformare decisioni in atti e atti in risultati.
In una democrazia moderna, la lentezza può essere tollerata solo se produce qualità, controllo, affidabilità. Ma in Italia la lentezza non genera qualità: genera attrito. Un’energia che si disperde in passaggi ridondanti, verifiche sovrapposte, competenze frammentate, catene decisionali che non decidono. E questo attrito, alla fine, si scarica sempre sugli stessi: cittadini, imprese, territori.
Basta guardare al Pnrr. Doveva essere l’occasione della modernizzazione accelerata; rischia di diventare il più evidente specchio della nostra difficoltà organizzativa. Gli Ospedali di comunità avanzano con lentezza, mentre la sanità territoriale richiederebbe tempestività ed efficacia. I cantieri della banda ultralarga procedono tra ritardi, riprogettazioni, costi crescenti, autorizzazioni che si moltiplicano, mentre la scadenza del 2026 si avvicina senza che il sistema dimostri di governarla pienamente.
Il problema non è il singolo ritardo. È la sua ripetizione sistematica. È la sua capacità di ripresentarsi identico in contesti diversi, come un tratto strutturale dell’azione pubblica.
In questo quadro, il Giubileo 2033 assume un significato che va ben oltre la dimensione religiosa. Rappresenta il banco di prova più importante per la capacità del Paese di programmare. Il Giubileo del 2025, pur con risultati significativi, ha mostrato limiti evidenti: interventi avviati in ritardo, opere completate parzialmente, una gestione spesso improntata alla corsa contro il tempo. Non un fallimento, ma una lezione ancora aperta.
Il 2033 offre una possibilità diversa. Il tempo c’è. Ma proprio qui si annida il rischio maggiore: sprecarlo fino a trasformarlo, ancora una volta, in emergenza.
Il nodo italiano non è la mancanza di tempo. È l’incapacità di usarlo. Si conoscono le scadenze, le risorse, gli obiettivi. Eppure il sistema continua a comportarsi come se fosse costantemente sorpreso dagli eventi. È questo il vizio più profondo della nostra amministrazione: trasformare il prevedibile in urgente, il programmabile in eccezione.
La scelta è ormai inevitabile: continuare con la logica della rincorsa oppure costruire una vera cultura della programmazione.
Qui la questione diventa politica, nel senso più alto del termine. Perché riguarda la capacità dello Stato di garantire diritti, tempi certi, credibilità istituzionale. In un Paese in cui tutto richiede solleciti, il cittadino smette di essere titolare di diritti e diventa, progressivamente, un richiedente. Si afferma una logica informale in cui contano l’insistenza, la relazione, il canale giusto. È un terreno che indebolisce la fiducia e alimenta disuguaglianze.
È in questo contesto che torna una domanda scomoda, ma inevitabile:
“L’Italia appartiene a cento uomini. Siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all’Italia?”
È una provocazione, certo. Ma richiama un tema centrale: la responsabilità della classe dirigente. Perché un sistema che spreca sistematicamente il tempo dei cittadini è, prima di tutto, un sistema che non si assume pienamente le proprie responsabilità.
Non basta più richiamare la complessità. La complessità va governata.
Non basta annunciare riforme. Occorre verificarne gli effetti.
Non basta fissare obiettivi. Occorre rispettare le scadenze.
Il vero passaggio è uno solo: passare dalla cultura del sollecito alla cultura della responsabilità.
Responsabilità significa tempi certi, cronoprogrammi vincolanti, competenze adeguate, procedure semplificate, responsabilità individuabili. Significa superare la dispersione decisionale e rendere chiaro chi deve fare cosa, e entro quando. Perché finché il ritardo non avrà un responsabile, continuerà a riprodursi.
Il Pnrr e il Giubileo 2033 rappresentano due passaggi decisivi. Non solo per la realizzazione di opere, ma per la credibilità complessiva del Paese.
La questione, in fondo, è semplice: trasformare il tempo da problema a risorsa.
Se questo non accadrà, il rischio è evidente: disporre di strumenti straordinari e continuare a produrre risultati ordinari.
E allora l’Italia resterà ciò che oggi appare: un Paese che non manca di capacità, ma che fatica a metterle a sistema. Un Paese che conosce le soluzioni, ma non riesce a renderle operative nei tempi necessari.
Un Paese che continua a rincorrere ciò che avrebbe potuto programmare.
E un Paese in cui il cittadino deve sempre sollecitare non è semplicemente un Paese lento.
È un Paese che ha smesso di vergognarsi del proprio disordine.
