(AGENPARL) - Roma, 25 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Wed 25 February 2026 CONFARTIGIANATO IMPRESE SARDEGNA
COMUNICATO STAMPA 25 FEBBRAIO 2O26
LAVORO – L’allarme degli artigiani sardi: non si trova il 55% dei
lavoratori qualificati richiesti. Addetti vecchi e senza ricambio
generazionale e danni alle imprese per oltre 200 milioni. Giacomo
Meloni (Presidente Confartigianato Sardegna): “Le imprese offrono
aumenti salariali e più tempo libero ma non basta: necessario il
supporto delle Istituzioni e delle scuole: puntare su formazione
qualificante”.
Il mercato del lavoro sardo continua a fare i conti con il fenomeno
del mismatch, la difficoltà delle imprese isolane, in particolare
quelle artigiane, nel reperire personale qualificato.
I dati, paradossali, analizzati dall’Ufficio Studi di Confartigianato
Imprese Sardegna, su fonte Excelsior 2025, parlano chiaro: le piccole
e medie aziende hanno programmato l’assunzione di 15.290 addetti ma ne
hanno trovati solo 6.840, con una difficoltà di reperimento che è
arrivata al 55,3%, contro il 53,7% del 2024, equivalente a 8.450
unità. Questo divario grava sul comparto per 206 milioni di euro di
danni causati da mancati introiti. In questo difficoltoso contesto
cresce anche l’età media dei dipendenti: 43 anni contro i 38 di circa
20 anni fa.
Considerando tutto il panorama delle imprese sarde, è difficile
reperire il 46,3% (nel 2024 era il 42%) della manodopera necessaria,
pari a 74.190 posti.
“Nelle aziende artigiane della Sardegna cresce il lavoro ma aumenta la
mancanza di figure professionali adeguate – lancia l’allarme Giacomo
Meloni, Presidente di Confartigianato Imprese Sardegna – per questo
c’è sempre urgenza di una strategia sistemica che possa invertire
questo preoccupante trend sfavorevole alle attività produttive e
all’intero sistema economico sardo”. “Le aziende stanno reagendo alla
difficoltà di reperimento di personale puntando su aumenti salariali,
sulla flessibilità degli orari e rafforzando la collaborazione con
scuole e istituti tecnici – continua Meloni – tuttavia, gli sforzi
degli imprenditori non bastano: serve un impegno comune con le
Istituzioni per costruire un sistema formativo moderno, capace di
soddisfare i nuovi fabbisogni professionali delle aziende”. “Il
problema della carenza del personale – rimarca il Presidente – non si
ripercuote solo sulle imprese ma anche sui cittadini-consumatori che
devono affrontare tempi lunghi per le loro richieste o, nei casi più
difficili, non vedono soddisfatte affatto le loro richieste. Questo lo
vediamo tutti i giorni quando cerchiamo dei professionisti, per
esempio, del sistema casa”.
Secondo Confartigianato Sardegna, le cause del fenomeno sono
molteplici. Sul lato dell’offerta pesa innanzitutto la crisi
demografica, aggravata dall’invecchiamento della popolazione e
dall’elevata inattività giovanile. Incide anche il disallineamento tra
formazione e fabbisogni delle imprese: nel 35,7% dei casi la
difficoltà deriva dalla mancanza di candidati, nel 18,9% da una
preparazione inadeguata. A questi fattori si aggiungono la rapidità
della transizione digitale, che rende più complesso l’aggiornamento
del sistema della formazione, e le nuove aspettative delle giovani
generazioni, sempre meno attratte dal posto fisso e più orientate
verso forme di lavoro autonomo.
Il Presidente di Confartigianato Sardegna sottolinea anche come
“bisogna rafforzare il legame tra scuola e impresa, investire
sull’apprendistato professionalizzante e sulla formazione duale, ma
anche sulla contrattazione collettiva, valorizzando strumenti di
welfare e bilateralità che nell’artigianato rappresentano un elemento
distintivo. Solo così sarà possibile rendere le imprese più attrattive
e trattenere competenze decisive per la competitività dell’Isola”.
“Formare un giovane oggi – conclude Meloni – significa garantire
domani la continuità delle nostre imprese”.
Sono 73 le professioni che risultano più difficili da reperire nelle
MPI: due su tre sono difficili da trovare.
I muratori sono difficili da reperire al 68,9% (7.650 unità),
personale senza qualifica per servizi di pulizia e generici al 45%,
autisti di camion e mezzi pesanti al 64,4% (3.960 unità), elettricisti
al 73,2% (2.240), acconciatori al 64,5%, meccanici e manutentori di
automobili, 78,5%, idraulici al 54,3%, autisti di taxi e furgoni al
46,3%, addetti alle macchine confezionatrici al 14,1%, conduttori di
macchine per movimento terra al 64,4%, panettieri e pastai al 66,1%,
personale di sicurezza 44,6%, estetisti e truccatori al 52%. Senza
dimenticare analisti e progettisti di software con 77,6%, tecnici
esperti in applicazioni con 70,3%, tecnici della gestione di cantieri
edili con 69,7%, tecnici programmatori con 69,4%, elettricisti nelle
costruzioni civili con 68,7%, assemblatori e cablatori di
apparecchiature elettriche con 68,7%, montatori di carpenteria
metallica con 66,9%, operai addetti a telai meccanici per la tessitura
e la maglieria con 66,7% e ingegneri civili con 66,6%.
Più di un lavoratore su due è difficile da reperire dalla attività per
Installatori e riparatori di apparati elettrici ed elettromeccanici
con 65,1%, falegnami e attrezzisti di macchine per la lavorazione del
legno con 64,7%, carpentieri e falegnami nell’edilizia con 64,7%,
conduttori di macchinari per il movimento terra con 63,5%,
pasticcieri, gelatai e conservieri artigianali con 62,8%, disegnatori
industriali con 62,3%, meccanici e montatori di macchinari industriali
con 62,1%, autisti di taxi, conduttori di automobili, furgoni e altri
veicoli con 60,3%, operai addetti macchinari confezioni abbigliamento
in stoffa con 58,3%, conduttori di mezzi pesanti e camion con 57,6%,
estetisti e truccatori con 56,8%, acconciatori con 55,7%, assemblatori
in serie di parti di macchine con 54%, muratori in pietra, mattoni,
refrattari con 53,8%, ingegneri industriali e gestionali con 53,2% e
tecnici della vendita e della distribuzione con 51,9%.
L’edilizia, ad esempio, è un settore che vive di lavoro umano,
competenze pratiche ed esperienza diretta. Quando muratori,
carpentieri e capicantiere vanno in pensione senza essere sostituiti,
la capacità produttiva delle imprese si riduce. L’invecchiamento delle
maestranze incide anche sui costi. Una forza lavoro in età avanzata è
più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su
assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese.
Molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie
alla disponibilità di manodopera straniera, ma fino a quando potremo
ancora fare affidamento su questa risorsa?
Mismatch e danno economico generato
Il ritardo nel trovare le persone adatte da assumere genera costi
enormi: nelle piccole imprese isolane si arriva 206 milioni di euro di
danni derivanti dai lunghi tempi di attesa di personale e dalla
mancanza di manodopera non qualificata. In particolare sono le aziende
della vecchia provincia di Cagliari a pagare il conto più caro, con
oltre 107 milioni di euro di oneri altrimenti annullabili, se in
presenza di figure professionali preparate e pronte all’assunzione;
segue la vecchia provincia di Sassari con 70milioni, Nuoro con 18 e
Oristano con 10.
La carenza di competenze frena la twin transition, digitale e green
Nell’ultimo miglio della tecnologia rimane critica la carenza di
competenze. Difatti, secondo gli ultimi dati del sistema Excelsior di
Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2025
le imprese della Sardegna faticano a trovare il 55,5% del personale a
cui sono richieste elevate competenze per l’applicazione di tecnologie
digitali quali intelligenza artificiale, cloud computing, Industrial
Internet of Things (IoT), data analytics e big data, realtà virtuale e
aumentata e blockchain. La quota sale al 56,6% per le micro piccole
imprese e raggiunge il 59,7% per l’artigianato. Rispetto al 2024, la
difficoltà è in aumento per tutti i segmenti: +1,1 punti percentuali
per le MPI, +2,8 per il totale imprese e +5,5 per l’artigianato.
Analoga criticità emerge per le competenze green, intese come capacità
di gestire prodotti e tecnologie a basso impatto ambientale. In
Sardegna il 54,3% del personale a cui sono richieste competenze
elevate nel gestire prodotti e tecnologie green risultano difficili da
reperire; la quota sale al 55% per l’artigianato e al 57% per le
micro-piccole imprese. Rispetto al 2024, la difficoltà diminuisce
nell’artigianato (-8,9 p.p.), mentre aumenta per il totale delle
imprese (+5,3 p.p.) e per le micro-piccole realtà produttive (+6,2
p.p.).
Motivazioni
Ascoltando le imprese emerge come gli imprenditori di micro-piccole
imprese (MPI) individuino diverse cause alla base della difficoltà di
reperimento di personale. In primo luogo, vengono segnalati percorsi
scolastici non adeguati a formare le competenze di cui necessitano le
imprese, questa è una problematica maggiormente risentita da parte di
imprese non collocate in distretti produttivi o in aree produttive
specializzate dove spesso sono presenti istituti scolastici fortemente
interconnessi con il tessuto imprenditoriale locale. A ciò si aggiunge
la concorrenza delle imprese più strutturate, in grado di offrire sin
da subito contratti e retribuzioni più attrattive, nonché un diffuso
pregiudizio nei confronti delle piccole realtà produttive. Per molte
MPI, inoltre, le attività svolte risultano poco appetibili,
soprattutto a causa di un rapporto talvolta sfavorevole tra l’impegno
richiesto, il livello di soddisfazione e la remunerazione ottenuta.
Tempi di entrata nel ciclo produttivo dei giovani
Le MPI con dipendenti dichiarano di incontrare difficoltà non solo a
trovare personale ma anche a trattenerlo per periodi medio-lunghi,
superiori all’anno. Questa condizione ha un impatto fortemente
negativo sull’attività d’impresa, in quanto i tempi di formazione dei
neoassunti risultano particolarmente estesi: mediamente sono necessari
circa 15 mesi per rendere pienamente operativo un nuovo ingresso. Tale
dinamica limita in modo significativo la capacità delle imprese di
rispondere a un aumento degli ordini e di sostenere percorsi di
crescita.
Età dei dipendenti
Il 33,1% dei dipendenti delle imprese sarde ha più di 50 anni
L’età media dei dipendenti delle imprese sarde è di 43 anni mentre nel
2008 la media era di 38 anni.
Quindi si va verso un progressivo invecchiamento della forza lavoro.
L’invecchiamento della popolazione non è un tema solo demografico: è
anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro
imprese. In molti paesi europei, e in Italia in particolare, il
ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi.
I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da
giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un
vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo
rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità
produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto
nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare
persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le
esigenze aziendali. Il risultato è una maggiore incertezza nei
processi e una crescente fragilità organizzativa.
Il problema più profondo, però, è la perdita di capitale umano
invisibile. Con l’uscita dei lavoratori più anziani si disperdono
competenze tacite, conoscenze di processo, relazioni con clienti e
fornitori. È un patrimonio che non compare nei bilanci aziendali ma
che determina la capacità competitiva dell’impresa. Senza un passaggio
generazionale strutturato, molte piccole realtà produttive rischiano
di perdere in pochi anni i traguardi che hanno raggiunto in decenni di
duro lavoro. L’invecchiamento ha effetti anche sull’innovazione.
Aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente
nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede
a macchia di leopardo, l’automazione viene rinviata, l’integrazione
nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più
basata su produttività e conoscenza, questo ritardo diventa
cumulativo.
Le soluzioni delle imprese sarde per trovare personale adatto e per trattenerlo.
Due piccole imprese su tre (66,0%) hanno adottato interventi per
attrarre e/o trattenere il personale qualificato. Più diffusi gli
incrementi salariali, adottati dal 32,6% delle piccole imprese, e la
flessibilità negli orari di lavoro, registrata nel 28,5% dei casi.
Inoltre, le imprese adottano la concessione di maggiore autonomia sul
lavoro nel 19,4% dei casi, il coinvolgimento nelle decisioni aziendali
nel 13,4% dei casi, l’accesso a benefit aziendali (auto aziendale,
agevolazioni nella fruizione di servizi, assicurazioni personali,
ecc.) nel 12,9% dei casi, e incentivi per attività di auto-formazione
e crescita professionale, anche esterne all’impresa, nel 11,4% dei
casi.
La formazione scuola-imprese
Per reagire alla criticità relativa al personale, il 24,9% delle
imprese ha attivato o intensificato la collaborazione con le scuole,
in particolare quelle scuole ad indirizzo tecnico e professionale. Per
oltre due terzi (68,1%) delle entrate nelle micro e piccole imprese è
richiesto un titolo secondario tecnico o con qualifica o diploma
professionale; nel dettaglio per il 42,0% delle entrate è richiesta la
qualifica o diploma professionale e per il 26,1% un titolo secondario
tecnico. Se ai titoli di scuola secondaria tecnica e di qualifica o
diploma professionale sommiamo gli ITS e le lauree materie
scientifiche, tecnologiche ed ingegneristiche (STEM), per quasi tre
quarti (72,2%) delle entrate delle MPI è richiesta un’istruzione in
ambito tecnico.
Le soluzioni di sistema da approntare
Per gli Artigiani occorre un’operazione di politica economica e
culturale che avvicini la scuola al mondo del lavoro, per formare i
giovani con una riforma del sistema di orientamento scolastico che
rilanci gli Istituti Professionali e gli Istituti Tecnici, investa
sulle competenze a cominciare da quelle digitali e punti
sull’alternanza scuola lavoro e sull’apprendistato duale e
professionalizzante
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