(AGENPARL) - Roma, 21 Gennaio 2026(AGENPARL) – Wed 21 January 2026 COMUNE DI ANCONA
UFFICIO STAMPA
LE RAGIONI DELLA CANDIDATURA – LO SPIRITO DEL DOSSIER
Ancona nasce dove il mare si piega due volte verso la città, e in quella curva trattiene secoli di arrivi, partenze, naufragi e ripartenze che hanno insegnato a una comunità intera a vivere sul bordo mobile tra terra e acqua. Un gomito proveniente da lontano che ha sempre saputo essere difesa e accoglienza.
Qui il mare non è mai stato un paesaggio da contemplare, ma un giudice esigente e un alleato fedele. Ha portato lavoro e ricchezza, ma anche fatica, migrazioni, mescolanza di lingue, fedi e destini, trasformando un porto in un laboratorio quotidiano di convivenza e allestimenti di storie, di produzione di pensiero e costruzione di identità dinamiche.
È da questo patto antico – fragile e vigoroso – che nasce la visione che sostiene candidatura a Capitale Italiana del Mare 2026. Non è inseguire un titolo, ma assumersi fino in fondo la responsabilità di un mare che non si limita a bagnare la città: un mare che le dà forma, che la orienta, che la costringe a tenere insieme produzione e tutela, bellezza e slancio civico, memoria e innovazione, radici e rotte protese al mondo.
Un mare che diventa città.
Il patto di soglia
Al centro c’è l’idea di Ancona come città di soglia permanente: non una semplice «città di mare», ma un luogo che esiste perché abita il confine, lo attraversa, lo permea, lo sfida, lo governa. La soglia è geografica (tra Adriatico, Balcani, Mediterraneo e Appennino), storica (tra porto libero, città autonoma, nodo pontificio e piattaforma europea), umana (gli attraversamenti infiniti tra chi parte e chi arriva), ed è proprio in questa condizione liminare che la città trova il proprio nucleo archetipico.
Il mare diventa così l’elemento che obbliga continuamente Ancona a scegliere: chi vuole essere di fronte ai cambiamenti climatici, alle nuove migrazioni, alle trasformazioni dell’economia marittima.
Questo «patto di soglia» è la ragione profonda della candidatura: una città che ha imparato nei secoli a stare sul limite si offre oggi come laboratorio nazionale per imparare a governare i nuovi limiti del mare, che sono quelli ambientali, sociali, economici. Non celebra il mare come mera oleografia senza pensiero, ma si mette in gioco come luogo in cui si sperimentano regole, alleanze, forme di convivenza tra funzioni apparentemente inconciliabili: il porto industriale e il paesaggio naturale, la cantieristica avanzata e le grotte del Passetto, i traffici internazionali e il mare domestico di Palombina.
La città che si fa ponte
Dalle origini greche alla porta romana verso l’Oriente, dal porto franco alle relazioni strutturali con Spalato, Ragusa (in croato Dubrovnik), Kotor, Ancona si configura come archetipo della città-ponte, più mediatrice che dominante. In questo archetipo la forza non è nel controllo, ma nella capacità di tenere aperti i canali: scambi, rotte, dialoghi, cooperazioni, che oggi si ritrovano nella rete adriatico-ionica, nei progetti europei, nei gemellaggi.
La candidatura si fonda su questo: una città che non «possiede» banalmente il mare, ma lo condivide e lo usa per correlare territori e comunità.
Il porto come corpo vivente
Il porto non è un fondale di scenografia infrastrutturale, ma un organismo che cambia nel tempo: mercato, lazzaretto, approdo di pellegrini e missioni, poi corridoio logistico europeo, snodo di crociere e cantieristica ad alta complessità. L’archetipo è quello del «cuore esposto»: un interno vitale che però resta sempre all’aperto, attraversato da flussi e vulnerabile, dove lavoro, rischio, ricchezza e fragilità coesistono. Se c’è un luogo in Italia dove tutte le funzioni del mare convivono realmente – dal porto commerciale al mare urbano, dalla pesca alla ricerca scientifica – questo luogo è Ancona, e proprio questa convivenza concreta la legittima a proporsi come capitale.
I mari plurimi
Ancona è città degli «otto mari», e questa è una derivata archetipica potente: una sola città che ospita in sequenza continua il mare domestico dei litorali sabbiosi, il mare di frattura dell’area di frana e della Zipa, il mare della pesca, il mare della storia e della memoria, il mare industriale e dei grandi traffici, il mare verticale della falesia del Cardeto, il mare scavato dell grotte del Passetto, il mare selvaggio e protetto del Conero.
È la figura della «città-arcipelago»: non un unico fronte mare, ma una costellazione di paesaggi e pratiche che obbligano a politiche diverse, delicate, site-specific. La candidatura mostra che questo arcipelago diventa una scuola nazionale su come tenere insieme accesso, tutela, produzione, turismo, identità, senza necessariamente sacrificare l’uno all’altra.
Il meridiano adriatico
L’immagine del «Meridiano Adriatico» suggerisce Ancona anche come dispositivo di orientamento: come un meridiano geografico la città misura, connette, offre coordinate, disvela nuove ambizioni. In un Adriatico che torna centrale nelle rotte energetiche, nella mobilità, nella sicurezza e nelle politiche del mare, Ancona «assume posizione» e aiuta il Paese a farlo. La candidatura, in questa chiave, non chiede solo un riconoscimento, ma propone una funzione: fare da riferimento per paesi, amministrazioni, imprese, comunità che devono ripensare il loro rapporto con il mare.
All’interno di questi archetipi la ragione fondamentale della candidatura a Capitale del Mare 2026 si può formulare così: Ancona chiede di diventare Capitale Italiana del Mare perché è il luogo in cui il mare ha già imposto, per secoli, l’apprendimento della grammatica difficile delle coesistenze.
Coesistenza tra economia blu e tutela della biodiversità, tra porto produttivo e waterfront pubblico, tra comunità storiche e nuove presenze, tra memoria religiosa e ricerca scientifica, tra attrattività turistica e sostenibilità dei luoghi, tra mare quotidiano e mare-sistema infrastrutturale europeo.
Il 2026, in questa prospettiva, è l’occasione per rendere visibile, misurabile e replicabile questo sapere sedimentato, trasformandolo in metodo, programmi, infrastrutture leggere, alleanze internazionali. Ancona si offre quindi come laboratorio in cui il mare smette di essere un confine e diventa infrastruttura di futuro condiviso. E in questo passaggio – da confine a infrastruttura – è il cuore emotivo e politico della candidatura.
