(AGENPARL) - Roma, 2 Gennaio 2026 - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro avvertimento al regime iraniano, dichiarando che Washington è pronta a intervenire per proteggere i manifestanti anti-governativi qualora Teheran ricorresse a una repressione violenta. Il messaggio è stato diffuso venerdì attraverso la piattaforma Truth Social, dove Trump ha scritto che gli Stati Uniti “verranno in soccorso” dei manifestanti pacifici se il governo iraniano continuerà a “sparare e uccidere”, come da lui affermato.
Le dichiarazioni arrivano mentre l’Iran è attraversato da proteste diffuse a livello nazionale, scoppiate la scorsa settimana in seguito al drammatico crollo del rial – sceso fino a circa 1,42 milioni per dollaro USA – e aggravate da una serie di crisi interne, tra cui la carenza idrica e le difficoltà energetiche. La destituzione del governatore della banca centrale, Mohammad Reza Farzin, è stata interpretata come un segnale di forte insoddisfazione da parte della guida suprema Ali Khamenei.
Secondo diverse fonti indipendenti, tra cui Iran International e il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), la repressione avrebbe già causato almeno sette vittime in un solo giorno, mentre le proteste continuano ad espandersi a nuove città. I manifestanti hanno preso di mira simboli del potere statale, tentando di incendiare stazioni di polizia, uffici governativi e sedi delle forze Basij, con cori apertamente ostili al regime come “morte al dittatore” e “morte a Khamenei”.
Nonostante il regime non abbia ancora imposto un blackout totale di Internet – una misura spesso adottata in passato – le autorità hanno risposto chiudendo uffici governativi, università e attività commerciali in gran parte delle province, ufficialmente per risparmiare energia. Mercoledì, secondo Iran International, gli uffici statali erano chiusi in 26 delle 31 province del Paese.
Nel suo messaggio, Trump ha scritto: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire”. Una presa di posizione che ha immediatamente provocato la reazione di Teheran. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha accusato il presidente americano di minacciare una “interferenza straniera” e ha definito le sue parole “una palese violazione del principio più fondamentale del diritto internazionale”.
Anche figure di primo piano del sistema di potere iraniano hanno risposto con toni durissimi. Ali Shamkhani, rappresentante di Khamenei nel Consiglio di difesa, ha avvertito che qualsiasi intervento che minacci la sicurezza dell’Iran “verrà fermato prima di provocare una risposta deplorevole”. Più articolata ma non meno minacciosa la dichiarazione di Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, che ha invitato a distinguere tra proteste economiche e “interferenze”, avvertendo però che un intervento statunitense “destabilizzerebbe l’intera regione” e metterebbe a rischio la sicurezza dei soldati americani.
Nel frattempo, a Teheran sono comparsi striscioni governativi anti-americani e anti-israeliani, con riferimenti agli attacchi del giugno scorso contro obiettivi in Israele, Qatar e infrastrutture energetiche. L’Iran continua a sostenere, nonostante le smentite internazionali, di aver “sconfitto” Stati Uniti e Israele in quel confronto. In realtà, il conflitto era culminato con l’ordine di Trump di colpire tre siti nucleari chiave iraniani – Natanz, Fordow e Isfahan – operazione che l’ex presidente ha definito un “successo militare spettacolare” capace di rallentare in modo decisivo il programma nucleare iraniano.
Le proteste attuali sono considerate le più estese dal 2022, anno segnato dalla morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale per una presunta violazione delle regole sull’hijab. Il nuovo scontro verbale tra Washington e Teheran, sullo sfondo di un Paese in fermento, rischia ora di alimentare ulteriormente le tensioni regionali e internazionali.
