
[lid] La direzione dei Musei Reali di Torino aveva garantito che entro mercoledì 15 novembre il pannello dichiarato errato sulla Somalia italiana sarebbe stato sostituito per emendare lo sbaglio. La frase storicamente errata invece ad oggi fornisce ancora informazioni false ai visitatori.
«L’ammissione dell’errore e le scuse – commenta Alberto Alpozzi – non devono essere state concordate tra la direzione dei Musei e la professoressa Ceciclia Pennaccini, co-curatrice, che su La Stampa è corsa per rilasciare un’intervista.
Il giorno seguente, ancora su La Stampa, è stato chiamato anche Gianni Oliva per difendere a spada tratta le opinioni sulla bontà delle ricerche di Del Boca e i pregiudizi del pensiero unico, affinché nessuno dissenta dal loro pensiero.»
Prosegue Alpozzi, il ricercatore che ha fatto scoppiare lo scandalo per i vari errori storici presenti in mostra: «Non solo le dichiarazioni della Pennacini e di Oliva non hanno potuto smentire la mia analisi storica ma anzi hanno confermato la mala fede nella gestione della mostra. Il pannello non è ancora stato sostituito e come se non bastasse per coprire gli errori ne vengono commessi di peggiori.
Infatti nel book shop sono comparsi in vendita da alcuni giorni due nuovi libri: uno a firma (casualmente) di Oliva e un altro intitolato “Colonialismo italiano”.»
«La scelta dei libri da promuovere nell’ambito della mostra – incalza Alpozzi – rimarca la scarsa preparazione specifica in ambito coloniale da parte di chi ne ha autorizzata la messa in vendita.
Non stupisce però, che sfogliando “Colonialismo italiano”, si noti quanto l’autrice si sia principalmente ispirata alle pubblicazioni di Angelo Del Boca, più e più volte citato nelle pagine del testo.
Ma quello che salta agli occhi è la copertina nella quale l’associazione del colonialismo italiano al solo fascismo (20 anni su 80 totali) è di una pochezza desolante ma soprattutto vi si raffigurano un paio di velivoli come gli aerei agricoli che irrorano le coltivazioni con i fertilizzanti che vorrebbero rappresentare l’utilizzo dei gas durante la guerra d’Etiopia.»
Domanda Alpozzi: «La professoressa Pennacini quando si lamenta su La Stampa di “personaggi che nulla hanno a che fare con il mondo della ricerca” (come Del Boca fu solo un giornalista e mai uno storico?) si riferisce agli autori del libro che ora viene promosso nel book shop?
L’autore della copertina con gli aerei agricoli si è diplomato alla scuola fumetti di Torino lo scorso anno ed “esordisce nelle librerie come illustratore con questo volume”.
Dell’autrice invece sappiamo dal cv che ha traslocato spesso e che di colonialismo conosce quanto appreso dai testi di Del Boca, nulla più.»
«Però il pannello iniziale della mostra si fregia di essere una mostra di storia – ricorda Alpozzi – anche se di storico oramai resta solo la collezione di errori.
È bene sapere, per chi parla di colonialismo riempiendosi la bocca di gas, che i bombardamenti con le armi chimiche avvenivano attraverso vere e proprie bombe sganciate in quota o con granate di artiglieria e non tramite irrorazione. Basterebbe leggere il tanto abusato Del Boca invece di citarlo pedissequamente.»
«Ecco quindi – conclude Alpozzi – che ai vecchi errori se ne aggiungono di nuovi, promuovendo una pubblicazione di scarso rigore scientifico. In un museo, non al circolo delle bocce.
E il testo di Oliva? Sfogliandolo a caso a pag. 87 nel capitolo 7 – “L’impiego degli aggressivi chimici” troviamo una copertina de La Domenica del Corriere in cui vi è raffigurato un bombardamento aereo, con tanto di esplosioni a terra, durante la battaglia dell’Amba Aradam.
Tutto regolare? No per nulla. Intanto le copertine de La Domenica del Corriere erano principalmente raffigurazioni di fantasia. Inoltre nella battaglia dell’Amba Aradam non vi furono bombardamenti aerei con le bombe C500T dette “speciali”, caricate a iprite, bensì tiri di artiglieria con arsina. Situazione quindi totalmente diversa da quella raffigurata.
Vogliamo anche concedere il beneficio del dubbio, come si trattasse di una pubblicazione della parrocchia e non un testo redatto da uno storico?
Va bene: le bombe “speciali” che impattavano a terra erano solo quelle al fosgene, utilizzate esclusivamente sul fronte somalo.
Ora capisco che Oliva e la Pennacini non siano dei geografi, non lo sono nemmeno io.
Però esistono gli atlanti: l’Amba Aradam non si trova in Somalia ma a circa 1.000 km dal confine somalo più prossimo.
Avanti dunque con interpretazioni fantasiose, imprecisioni, insomma fatti non documentati estranei a qualunque ricerca degna di uno storico che si voglia definire tale.»


