(AGENPARL) - Roma, 14 Ottobre 2022 - (AGENPARL) – ven 14 ottobre 2022 L’ECONOMIA NON OSSERVATA NEI CONTI NAZIONALI | ANNI 2017-2020
La crisi del 2020 colpisce anche l’economia non osservata: crolla del 14,1% e l’incidenza scende al 10,5% del Pil
Nel 2020 il valore dell’economia non osservata si riduce a 174,6 miliardi di euro. L’economia sommersa si attesta a poco più di 157 miliardi di euro mentre le attività illegali superano di poco i 17 miliardi. Rispetto al 2019, il valore dell’economia non osservata si è ridotto complessivamente di quasi 30 miliardi.
Sono 2 milioni 926 mila le unità di lavoro irregolari nel 2020, in calo di circa 660 mila rispetto all’anno precedente.
142 mld
Il valore della sotto-dichiarazione e del lavoro irregolare nel 2020, -25 miliardi rispetto al 2019
L’incidenza delle due componenti sul Pil scende all’8,6% dal 9,3% dell’anno precedente -25%
La riduzione del valore aggiunto connesso all’impiego di lavoro indipendente irregolare rispetto al 2019
Il peso della sotto-dichiarazione si riduce di 10 punti percentuali nelle micro-imprese -18,4%
Il calo delle unità di lavoro irregolari rispetto al 2019
La componente del lavoro non regolare dipendente scende del 16,6% (-429,7 mila unità), quella del lavoro indipendente del 22,9% (-229,8 mila unità) La crisi pandemica impatta in maniera significativa sull’economia non osservata
L’economia non osservata è costituita dalle attività produttive di mercato che, per motivi diversi, sfuggono all’osservazione diretta, la cui misurazione pone particolari problemi. Essa comprende, essenzialmente, l’economia sommersa e quella illegale.
Le principali componenti dell’economia sommersa sono costituite dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione del valore aggiunto) o generato mediante l’utilizzo di lavoro irregolare. Ad esso si aggiunge il valore dei fitti in nero, delle mance e una quota che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell’offerta e della domanda. Quest’ultima integrazione contiene, in proporzione non identificabile, effetti collegabili a fenomeni di carattere puramente statistico e elementi ascrivibili a componenti del sommerso non completamente colte attraverso le consuete procedure di stima.
L’economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, sia quelle che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. Le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi Ue sono la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di sigarette.
Nel 2020 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a 174,6 miliardi di euro, con una flessione del 14,1% rispetto all’anno precedente (203,3 miliardi di euro), più accentuata rispetto alla contrazione del Pil indotta dalla crisi pandemica (-7,6%). L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è di conseguenza ridotta di 0,8 punti percentuali, portandosi al 10,5% dall’11,3% del 2019.
La contrazione è stata generalizzata per tutte le componenti dell’economia non osservata: il valore aggiunto da sotto-dichiarazione è diminuito di 10,7 miliardi di euro rispetto al 2019, quello generato dall’impiego di lavoro irregolare di 14,6 miliardi, mentre le altre componenti hanno registrato un calo di 1,2 miliardi. Per la prima volta dal 2015, anche l’economia illegale ha segnato una contrazione, riducendosi di oltre 2,1 miliardi rispetto all’anno precedente.
Con riferimento al 2019 si osserva una lieve variazione del peso relativo delle diverse componenti: a una riduzione della quota ascrivibile al lavoro irregolare (dal 37,9 al 35,7%) fa fronte un aumento dell’incidenza della sotto-dichiarazione (dal 44,5 al 45,6%), dell’economia illegale (dall’9,5 al 9,9%) e delle altre componenti del sommerso (dall’8,1 all’8,7%).
FIGURA 1. LE COMPONENTI DELL’ECONOMIA NON OSSERVATA
Anni 2017-2020, valori in milioni di euro, incidenze sul PIL in valori percentuali
milioni di euro incidenza % milioni di euro incidenza % milioni di euro incidenza % milioni di euro incidenza %
Economia sommersa 194,965 11.2 188,931 10.7 183,893 10.2 157,366 9.5
da Sottodichiarazione 98,473 5.7 93,953 5.3 90,397 5.0 79,710 4.8
da Lavoro irregolare 80,234 4.6 78,034 4.4 77,033 4.3 62,427 3.8
Altro 16,257 0.9 16,944 1.0 16,463 0.9 15,228 0.9
Attività illegali 18,896 1.1 19,238 1.1 19,411 1.1 17,283 1.0
Economia non osservata 213,862 12.3 208,169 11.8 203,304 11.3 174,649 10.5
Valore aggiunto 1,557,796 1,589,576 1,611,368 1,502,119
PIL 1,736,593 1,771,391 1,796,649 1,660,621
Ulteriore contrazione del sommerso nelle costruzioni e nel terziario
Nel 2020, il complesso dell’economia sommersa vale 157,4 miliardi, il 9,5% del Pil, in calo di 26,5 miliardi rispetto all’anno precedente.
La componente legata alla sotto-dichiarazione vale 79,7 miliardi mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare è pari a 62,4 miliardi (erano, rispettivamente 90,4 e 77,0 l’anno precedente). Le componenti residuali ammontano a 15,2 miliardi, in calo rispetto ai 16,4 del 2019.
La diffusione del sommerso economico risulta fortemente legata al tipo di mercato di riferimento piuttosto che alla tipologia di bene/servizio prodotto. Al fine di cogliere in maniera più accurata questa caratteristica del fenomeno, nel descriverlo si utilizza una disaggregazione settoriale che tiene in considerazione la specificità funzionale dei prodotti/servizi scambiati piuttosto che le caratteristiche tecnologiche dei processi produttivi. Nella classificazione utilizzata a questo fine, le attività industriali sono distinte in Produzione di beni di consumo, Produzione di beni di investimento e Produzione di beni intermedi (che include il comparto energetico e della gestione dei rifiuti). Nel terziario, le attività dei Servizi professionali sono considerate separatamente dagli Altri servizi alle imprese.
Nel complesso, i settori dove è più alto il peso del sommerso economico sono gli Altri servizi alle persone, dove esso costituisce il 34,2% del valore aggiunto del comparto, il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (22,1%) e le Costruzioni (19,3%). Negli Altri servizi alle imprese (4,8%), nella Produzione di beni d’investimento (3,7%) e nella Produzione di beni intermedi (1,7%) si osserva invece un’incidenza minore.
Rispetto all’anno precedente, nel contesto di una riduzione del peso del sommerso sul complesso delle attività produttive (-0,7 punti percentuali sul totale), i cali più marcati si riscontrano per i Servizi professionali, dove l’incidenza si è ridotta di 2,5 punti percentuali, nei Servizi alle persone e nelle Costruzioni, con una contrazione di 1,4 punti percentuali in entrambi i comparti. L’andamento del 2020 rafforza la tendenza alla riduzione dell’impatto del sommerso già evidenziata nel 2019 per Costruzioni e terziario.
Il contributo all’attività produttiva del valore aggiunto sotto-dichiarato ha un ruolo significativo nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,5% del totale del valore aggiunto), negli Altri servizi alle persone (11,3%), e nelle Costruzioni (11,1%). Il fenomeno risulta invece meno rilevante negli Altri servizi alle imprese (2,3% del totale del settore), nella Produzione di beni di investimento (2,5%) e nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,6%).
D’altra parte, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare ha una maggiore incidenza negli Altri servizi alle persone (22,0% del valore aggiunto totale), dove è rilevante il peso del lavoro domestico. Il fenomeno risulta invece limitato nei tre comparti dell’industria in senso stretto (con un impatto compreso tra l’1,1 e il 2,6%) e negli Altri servizi alle imprese (1,5%). Nel settore primario il valore aggiunto sommerso, generato solo dalla componente di lavoro irregolare, rappresenta il 16,9% del totale del comparto agricolo.
FIGURA 2. INCIDENZA DELLE COMPONENTI DELL’ECONOMIA SOMMERSA SUL VALORE AGGIUNTO
PER ATTIVITÀ ECONOMICA. Anno 2020, valori percentuali
La crisi incide di più sul sommerso nelle micro-imprese
Nel corso del 2020, le conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 hanno causato la più forte contrazione dell’attività produttiva del secondo dopoguerra, con una caduta del valore aggiunto in valori correnti del 6,8% rispetto all’anno precedente. La crisi economica ha colpito il sistema produttivo in maniera asimmetrica in termini settoriali e dimensionali, quale conseguenza sia degli interventi di limitazione dell’attività produttiva e della possibilità di fruire di alcuni servizi, sia per l’inevitabile modifica dei comportamenti di consumo e investimento. A cavallo della crisi pandemica, inoltre, sono stati messi a punto interventi di politica economica (incentivazione dei pagamenti elettronici, super-bonus edilizio, diverse meccaniche di “ristoro” alle attività produttive e di sostegno ai lavoratori) che hanno avuto un impatto significativo sui comportamenti delle imprese e dei consumatori.
L’effetto congiunto di una crisi asimmetrica e degli interventi di policy hanno prodotto un mutamento anche nelle caratteristiche settoriali e dimensionali del fenomeno del sommerso economico.
Rispetto al triennio precedente, in cui si era già registrata una riduzione generalizzata del sommerso economico all’interno del sistema produttivo, nel 2020 in alcuni settori questa tendenza si è accentuata. In particolare, l’incidenza del sommerso si è sensibilmente ridotta nei Servizi professionali (-3,9 punti percentuali nel 2020 rispetto al periodo 2017-2019), nelle Costruzioni (-2,8) e negli Altri servizi alle persone (-2,1). Anche nel comparto del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, al netto della dinamica delle altre componenti del sommerso (essenzialmente dovuta al settore dei trasporti), la diminuzione della sotto-dichiarazione e del lavoro irregolare avrebbe prodotto una riduzione di 1,5 punti dell’impatto del sommerso.
La riduzione della quota di sommerso nelle Costruzioni e nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione è stata guidata dalla contrazione del valore aggiunto generato attraverso l’utilizzo di lavoro irregolare (-2,2 e -1,4 punti percentuali rispettivamente), mentre nei Servizi professionali e negli Altri servizi alle persone la diminuzione è stata essenzialmente indotta dalla dinamica della componente di sotto-dichiarazione (-3,0 e -1,2 punti rispettivamente).
Tale tendenza è da ricondursi a una quasi generalizzata riduzione dell’impatto del sommerso economico nelle imprese individuali. In tale segmento produttivo, infatti, la componente di sotto-dichiarazione ha mostrato un’incidenza in calo di circa 10 punti percentuali, a fronte di una sostanziale stabilità riscontrata, invece, per le piccole e medie imprese.
Per quel che attiene al lavoro irregolare, infine, fra il 2019 e il 2020, si è registrata una riduzione del 25% del valore aggiunto generato dai lavoratori indipendenti irregolari (che incidono in maniera più rilevante sulle imprese di piccolissime dimensioni) e un calo di oltre il 15% di quello connesso all’impiego di dipendenti irregolari nelle imprese con meno di cinque addetti.
FIGURA 3. VARIAZIONE DELL’INCIDENZA DELLE COMPONENTI DELL’ECONOMIA SOMMERSA SUL VALORE AGGIUNTO PER ATTIVITA’ ECONOMICA. Anni 2020 VS. Media 2017-2019, punti percentuali
Forte calo del lavoro non regolare
Il ricorso al lavoro non regolare da parte di imprese e famiglie è una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano. Sono definite non regolari le posizioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative.
La crisi pandemica ha avuto effetti considerevoli sul ricorso al lavoro irregolare che, per la prima volta dall’inizio della serie (1995), risulta inferiore ai 3 milioni di unità. Nel 2020, infatti, sono 2 milioni e 926 mila le unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (circa 2 milioni e 153 mila unità). L’occupazione non regolare segna, dunque, un calo del 18,4% rispetto al 2019, registrando una diminuzione pari a quasi il doppio di quella regolare (-9,9%).
Anche il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza percentuale delle ULA non regolari sul totale, risulta in forte calo nel 2020, attestandosi al 13,6%, con una contrazione di 1,2 punti percentuali rispetto al 2019; un’evoluzione particolarmente accentuata per un fenomeno strutturale caratterizzato generalmente da dinamiche molto contenute.
Il calo del tasso di irregolarità è dovuto all’effetto congiunto della dinamica negativa del lavoro non regolare e dell’input di lavoro regolare, trainata in entrambi i casi dalla componente degli occupati dipendenti, che generano circa i due terzi del calo complessivo (-429,7 mila ULA dipendenti irregolari e -1.226,9 mila ULA regolari).
Anche nel 2020 il tasso di irregolarità si conferma più elevato tra gli occupati dipendenti in confronto agli indipendenti, rispettivamente 13,9% e 13,0%. In termini di dinamica, il calo più marcato è stato registrato dagli indipendenti, il cui tasso di irregolarità scende di 1,4 punti percentuali; in particolare, nell’ultimo anno si riscontra una riduzione del 22,9% delle unità di lavoro indipendenti irregolari e un calo del 13,4% di quelle regolari. Per i dipendenti l’incidenza del lavoro irregolare scende, invece, di 1,2 punti percentuali.
FIGURA 4. UNITA’ DI LAVORO (ULA) REGOLARI E NON REGOLARI
Anni 2017-2020. Valori in migliaia,tasso di irregolarità e variazioni percentuali
Differenze settoriali nella dinamica del lavoro irregolare
Nel 2020 l’incidenza del lavoro irregolare registra una riduzione diffusa in tutti i settori di attività economica. Il comparto nel quale si osserva la flessione più consistente è quello degli Altri servizi alle persone che scende di 3,0 punti percentuali rispetto al 2019 (43,4% nel 2020 contro il 46,4% nel 2019).
Segue il comparto del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, il cui tasso di irregolarità presenta una contrazione significativa di 1,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente (13,5% nel 2020 e 15,3% nel 2019). A seguire, i due settori degli Altri servizi alle imprese e dei Servizi professionali presentano flessioni di 0,9 e 0,8 punti percentuali.
Nell’Industria in senso stretto, dove la diffusione del lavoro irregolare è già relativamente contenuta, si registrano le variazioni più basse comprese tra -0,1 e -0,3 punti percentuali (rispettivamente, Produzione di beni alimentari e di consumo -0,1, Produzione di beni di investimento -0,2 e Produzione beni intermedi, energia e rifiuti -0,3).
L’incidenza del fenomeno si riduce di 0,4 punti percentuali rispetto al 2019 nei settori dell’Agricoltura e dell’Istruzione, sanità e assistenza sociale. In particolare, per quest’ultimo comparto il calo del tasso di irregolarità è interamente riconducibile alla componente degli occupati indipendenti (-1,8 punti percentuali), mentre quella dei dipendenti risulta stabile. Diversamente, in Agricoltura il calo dell’incidenza del lavoro irregolare, nel confronto con l’anno precedente, è quasi interamente a carico della componente dipendente, che registra una riduzione di 1,5 punti percentuali rispetto al calo di 0,1 punti degli indipendenti. Un’evidenza analoga si rileva nelle Costruzioni, che riportano nel complesso una riduzione del tasso di irregolarità di 0,6 punti percentuali, a sintesi di un calo di 1,1 punti per la componente dipendente e di una stabilità per gli occupati indipendenti.
In generale, l’incidenza del lavoro irregolare è più rilevante nel terziario (14,5%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli Altri servizi alle persone (43,4%), dove si concentra la domanda di prestazioni lavorative non regolari da parte delle famiglie. Molto significativa risulta la presenza di lavoratori irregolari in Agricoltura (18,4%), nelle Costruzioni (13,5%) e nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (15,3%).
FIGURA 5. TASSO DI IRREGOLARITÀ DELLE ULA PER SETTORE DI ATTIVITA’ ECONOMICA E POSIZIONE PROFESSIONALE. Anno 2020, valori percentuali
Il valore dell’economia illegale scende a poco più di 17 miliardi
Nel 2020, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali hanno generato un valore aggiunto pari a 17,4 miliardi di euro, pari all’1,2% del Pil; tale valore include l’indotto, ossia il valore dei beni e servizi legali utilizzati nei processi produttivi illegali.
Si è registrata una contrazione del 10,5% del valore aggiunto, pari a 2,0 miliardi di euro, in controtendenza rispetto al 2018 e 2019, quando l’economia illegale era cresciuta, rispettivamente, di 341 e 174 milioni. Il calo significativo è da ricondursi agli effetti della pandemia da Covid-19 e delle relative misure restrittive. I consumi finali di beni e servizi illegali sono risultati pari a 19,6 miliardi di euro (corrispondenti al 2,0% del valore complessivo della spesa per consumi finali), in deciso calo di 2,4 miliardi rispetto al 2019.
Tra il 2017 e il 2020 le attività illegali hanno fatto registrare un decremento pari a poco più di 1,5 miliardi sia per il valore aggiunto sia per la spesa per consumi finali delle famiglie, con una decrescita media annua del 2,8% e del 2,5% rispettivamente; il periodo considerato è fortemente influenzato dal calo del 2020, pari al 10,5% e 10,8% per i due aggregati.
La contrazione dell’economia illegale è determinata per una parte rilevante dal traffico di stupefacenti, il cui valore aggiunto scende a 13,3 miliardi di euro nel 2020 (-1,6 miliardi rispetto al 2019), mentre la spesa per consumi si attesta a 14,8 miliardi di euro (-1,8 miliardi rispetto all’anno precedente). Nel quadriennio precedente, al contrario, per il traffico di stupefacenti si era registrato un incremento medio annuo del 2,1% per il valore aggiunto e del 2,6% per i consumi, riconducibile soprattutto alla dinamica dei prezzi.
Nello stesso periodo anche la decrescita dei servizi di prostituzione è stata rilevante. Nel 2020 il valore aggiunto e i consumi finali sono diminuiti rispettivamente del 15,3% e del 16,3% (attestandosi a 3,5 e 4,0 miliardi di euro).
Considerando l’insieme delle attività illegale, il contrabbando di sigarette nel 2020 rappresenta una quota del 3,7% del valore aggiunto (0,6 miliardi di euro) e del 4,3% dei consumi delle famiglie (0,8 miliardi di euro).
Nel periodo 2017-2020, l’indotto connesso alle attività illegali, principalmente riferibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, è diminuito: il valore aggiunto si è attestato a 1,2 miliardi da 1,3 miliardi. Anche in questo caso la diminuzione è concentrata nel 2020 (-170 milioni rispetto al 2019).
FIGURA 6. PRINCIPALI AGGREGATI ECONOMICI PER TIPOLOGIA DI ATTIVITA’ ILLEGALE
Anni 2017-2020, miliardi di euro
Glossario
Attività economica: Attività economica: attività di produzione di beni o servizi che ha luogo quando risorse quali lavoro, impianti e materie prime concorrono all’ottenimento di beni o alla prestazione di servizi. Un’attività economica è caratterizzata dall’uso di fattori della produzione, da un processo di produzione e da uno o più prodotti ottenuti (merci o prestazioni di servizi). Ai fini della produzione dell’informazione statistica, le attività economiche sono classificate secondo una nomenclatura internazionale che a livello europeo è denominata Nace Rev. 2 (per la classificazione Ateco 2007).
Attività illegali: rappresentano le attività produttive aventi per oggetto beni e servizi illegali, o che, pur riguardando beni e servizi legali, sono svolte senza adeguata autorizzazione o titolo. Si distinguono tre tipologie di attività: produzione e traffico di stupefacenti, servizi di prostituzione e contrabbando di tabacco.
Economia Non Osservata (NOE): include quelle attività economiche che, per motivi differenti, sfuggono all’osservazione statistica diretta. Le principali componenti della Noe sono rappresentate dal sommerso economico e dall’economia illegale; il sommerso statistico e l’economia informale ne completano lo spettro.
Economia sommersa: include tutte quelle attività che sono volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche. Esso è generato da dichiarazioni mendaci riguardanti sia fatturato e costi delle unità produttive (in modo da generare una sotto-dichiarazione del valore aggiunto), sia l’effettivo utilizzo di input di lavoro (ovvero l’impiego di lavoro irregolare). Ulteriori integrazioni derivano: dalla valutazione delle mance che i lavoratori dipendenti ricevono dai clienti in alcune attività economiche; dai risultati della procedura di riconciliazione delle stime indipendenti dell’offerta e della domanda di beni e servizi; dalla valutazione degli affitti in nero.
Prodotto interno lordo ai prezzi di mercato (Pil): il risultato finale dell’attività di produzione delle unità produttrici residenti. Corrisponde alla produzione totale di beni e servizi dell’economia, diminuita dei consumi intermedi e aumentata dell’Iva gravante e delle imposte indirette sulle importazioni. È altresì pari alla somma del valore aggiunto a prezzi base delle varie branche di attività economica, aumentata delle imposte sui prodotti (compresa l’Iva e le imposte sulle importazioni), al netto dei contributi ai prodotti.
Spesa per consumi finali delle famiglie: valore della spesa delle famiglie per l’insieme di beni e servizi acquisiti per il soddisfacimento dei propri bisogni individuali. Nel caso del settore Famiglie nel suo complesso include la spesa per consumi delle istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie.
Tassi di regolarità: misura l’incidenza delle unità di lavoro regolari rispetto al volume complessivo di unità di lavoro ed è ottenuto dal rapporto, calcolabile a livello settoriale e per dipendenti e indipendenti, tra le unità di lavoro regolari e le unità di lavoro totali, moltiplicato per cento.
Tasso di irregolarità delle unità di lavoro: rapporto percentuale tra unità di lavoro non regolari e unità di lavoro totali.
Unità di lavoro (o Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno – ULA): le unità di lavoro misurano in modo omogeneo il volume di lavoro prestato da tutti coloro i quali, a prescindere dalla propria residenza, concorrono alle attività di produzione realizzate sul territorio economico di un paese. Le unità di lavoro rappresentano tutte le posizioni lavorative (principali o secondarie) ricoperte dagli occupati, trasformate in unità equivalenti a tempo pieno. Come stabilito dal regolamento dei conti nazionali (SEC 2010), le unità di lavoro sono calcolate come rapporto tra il totale delle ore effettivamente lavorate e il numero medio di ore lavorate a tempo pieno.
Unità di lavoro non regolari: unità di lavoro relative a prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia lavoristica, fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative.
Unità di lavoro regolari: unità di lavoro relative a prestazioni lavorative svolte nel rispetto della normativa vigente in materia lavoristica, fiscale e contributiva e per le quali risulta, quindi, la registrazione negli archivi fiscali o contributivi utilizzabili a fini statistici.
Valore aggiunto ai prezzi base: è la differenza tra il valore della produzione di beni e servizi ed il valore dei costi intermedi sostenuti a fronte di tale produzione. La produzione è valutata ai prezzi base, cioè al netto delle imposte sui prodotti e al lordo dei contributi ai prodotti e i costi intermedi ai prezzi di acquisto. Corrisponde alla somma delle retribuzioni dei fattori produttivi e degli ammortamenti.
Nota metodologica
Introduzione
L’economia non osservata (NOE, Non-Observed Economy) include quelle attività economiche che sfuggono all’osservazione statistica diretta. L’inclusione delle diverse componenti della NOE nei conti nazionali consente di rispettare il principio dell’esaustività nella rappresentazione dei flussi economici e contribuisce a migliorare e rendere più trasparenti le stime del prodotto interno lordo e del reddito nazionale lordo, nonché garantirne la comparabilità nel tempo e con gli altri paesi.
La Noe è costituita da quattro componenti.
(1) Il sommerso economico include tutte le attività volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche. E’ costituito dall’ammontare di valore aggiunto non osservato derivante dalle dichiarazioni mendaci riguardanti il fatturato e/o i costi (sotto-dichiarazione del valore aggiunto), o dall’utilizzo di input di lavoro non regolare.
(2) L’economia illegale include le attività che producono beni e servizi illegali, o che, pur riguardando beni e servizi legali, sono svolte senza adeguata autorizzazione o titolo. Seppure il sistema dei conti nazionali dovrebbe registrare tutte le attività illegali all’interno dei confini della produzione e caratterizzate dal mutuo consenso fra i contraenti, sulla base delle indicazioni fornite da Eurostat, solo state incluse nel sistema dei conti solo il traffico di droga, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco.
(3) Il sommerso statistico include tutte le attività non osservate per motivi riferibili alle inefficienze informative che caratterizzano le basi di dati (errori campionari e non) o per errori di copertura negli archivi.
(4) L’economia informale include tutte le attività produttive svolte in contesti poco o per nulla organizzati, basati su rapporti di lavoro non regolati da contratti formali, ma definiti nell’ambito di relazioni personali o familiari.
Benché la misurazione del sommerso economico sia principalmente costituita dalla stima della sotto-dichiarazione del valore aggiunto e dal valore aggiunto generato con l’utilizzo di lavoro non regolare, ulteriori integrazioni derivano (1) dalla valutazione delle mance che i lavoratori dipendenti ricevono dai clienti in alcune attività economiche, (2) dai risultati della procedura di riconciliazione delle stime indipendenti dell’offerta e della domanda, (3) dal valore degli affitti in nero.
Infine, relativamente al valore aggiunto sotto-dichiarato e generato da input di lavoro irregolare, viene calcolato anche il valore della relativa imposta sul valore aggiunto dovuta ma non versata all’erario (frode IVA). In accordo con le indicazioni regolamentari, si considera la sola componente di frode senza la complicità della controparte. In questo contesto, infatti, l’acquirente paga l’IVA che, trattenuta dal venditore, entra nel suo valore aggiunto e, conseguentemente, nel sistema economico. Nel caso opposto, in cui invece ci sia complicità fra le parti, il valore dell’imposta non viene né pagato dall’acquirente né incassato dal venditore e, dunque, non entra nei flussi economici misurati dai conti nazionali.
La sotto-dichiarazione del valore aggiunto
La sotto-dichiarazione del valore aggiunto è connessa all’occultamento di una parte del reddito d’impresa attraverso dichiarazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi.
I metodi di stima della sotto-dichiarazione utilizzano il Frame-SBS, una base di dati di tipo censuario che, integrando fonti amministrative e indagini, fornisce informazioni sulla struttura e sui conti economici delle imprese attive che operano per il mercato.
La disponibilità di dati micro-economici censuari ha consentito di sviluppare specifiche procedure che consentono un matching efficiente fra modelli di stima e caratteristiche delle imprese. La popolazione analizzata coincide con le unità produttive attive operanti sul mercato che occupano meno di 100 addetti e non rientrano in specifiche condizioni di non trattabilità ed esclusione.
La popolazione di riferimento
La popolazione delle imprese sottoposte alla procedura è stata ripartita in quattro gruppi in base alle loro caratteristiche economiche, organizzative e tecnologiche, in modo da adattare i modelli di stima della sotto-dichiarazione alle peculiarità strutturali e comportamentali delle unità produttive.
1. Le unità di dimensione minima includono le imprese in cui il lavoro dell’imprenditore si può considerare fungibile rispetto a quello di un lavoratore dipendente a parità di specializzazione, orario di lavoro e attività economica. In questo caso, l’impresa coincide di fatto con il proprio titolare ed è caratterizzata da una dotazione di attrezzature assente o poco rilevante.
Ai fini di un migliore accostamento i modelli di stima ed i comportamenti economici delle unità produttive, le unità di dimensione minima sono state ulteriormente suddivise in tre sottogruppi.
Il primo sottogruppo comprende le unità in condizioni di marginalità economica e che, dunque, non sono sottoposte alla procedura di rivalutazione, in quanto gli eventuali valori anomali delle variabili economiche sono da ricondursi alla peculiarità della condizione degli imprenditori. Si tratta in particolare di soggetti che detengono altre forme di reddito (pensioni o redditi da altro lavoro dipendente) o con età anagrafica superiore a 70 anni.
Il secondo sottogruppo comprende le unità caratterizzate da una bassa capacità di produrre reddito (unità che operano in attività economiche che non richiedono competenze e formazione specializzate, che non impiegano personale esterno e i cui titolari hanno età anagrafica tra 40 e 70 anni, oppure i cui titolari hanno età anagrafica tra 30 e 40 anni, indipendentemente dalle altre caratteristiche).
Il terzo sottogruppo comprende le unità che hanno una maggiore capacità di produrre reddito (unità che operano in attività economiche che richiedono competenze e formazione altamente specializzate, indipendentemente dal fatto che impieghino o meno personale esterno, oppure che, pur operando in attività economiche che richiedono competenze meno specializzate, impiegano personale esterno).
2. Le unità micro includono le imprese che, pur impiegando fattori di produzione diversi dal lavoro dell’imprenditore e possedendo una dotazione rilevante di immobilizzazioni tecniche, sono caratterizzate da una struttura organizzativa e produttiva ridotta. In particolare, si includono in questo gruppo le unità (non incluse nella categoria precedente) che occupano meno di 10 addetti nell’industria o meno di 6 addetti nei servizi.
3. Le unità organizzate includono le piccole e medie imprese (con meno di 100 addetti) con un assetto organizzativo e produttivo più articolato, definite come le imprese con più di 10 addetti nell’industria e più di 6 addetti nei servizi.
4. Le unità appartenenti a gruppi di imprese domestici sono rappresentate da tutte quelle imprese con meno di 100 addetti che presentano collegamenti proprietari di gruppo riferibili esclusivamente ad unità residenti sul territorio nazionale.
Individuazione e correzione della sotto-dichiarazione
L’individuazione e correzione della sotto-dichiarazione è effettuata con due diversi metodi per le unità di dimensione minima e per gli altri gruppi.
All’interno delle unità di dimensione minima le imprese sotto-dichiaranti sono individuate sulla base del confronto fra il reddito desumibile dalle dichiarazioni delle imprese e una soglia definita in termini di reddito da lavoro dipendente. In questo contesto, dunque, la soglia rappresenta il costo opportunità dell’attività imprenditoriale, ovvero la soglia di indifferenza cui il soggetto si riferisce nella decisione fra lavoro imprenditoriale e lavoro dipendente: la soglia, pertanto non dovrebbe essere inferiore al reddito d’impresa. Il valore aggiunto è conseguentemente rivalutato in misura pari alla differenza fra le due grandezze.

