(AGENPARL) - Roma, 3 Novembre 2026 - Teheran avverte che un nuovo attacco degli Stati Uniti e di Israele potrebbe provocare una risposta militare senza limiti geografici. La stampa conservatrice iraniana indica installazioni occidentali dalla Grecia alla Gran Bretagna e sostiene che i missili della Repubblica islamica potrebbero raggiungere obiettivi fino a 5.000 chilometri. Gli esperti invitano alla cautela sulle reali capacità dell’arsenale iraniano, mentre i negoziati con Washington restano bloccati e nuovi raid americani alimentano il rischio di escalation
L’Iran alza il livello dello scontro con gli Stati Uniti e minaccia di estendere un’eventuale nuova guerra fino al territorio europeo, includendo tra i possibili bersagli le infrastrutture militari americane e della NATO presenti in Italia, Gran Bretagna, Grecia, Romania, Albania e Cipro. Gli avvertimenti arrivano dai vertici militari della Repubblica islamica, da esponenti del Parlamento e dalla stampa conservatrice vicina al potere, che nelle ultime ore ha iniziato a indicare esplicitamente le installazioni occidentali fuori dal Medio Oriente come potenziali obiettivi di rappresaglia. La minaccia si inserisce in una fase di forte tensione tra Teheran e Washington, segnata dal timore di una ripresa delle operazioni militari su vasta scala dopo le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre. Al momento non esistono conferme indipendenti di un piano iraniano per colpire specifiche basi europee, ma l’ampliamento della lista dei possibili bersagli rappresenta un segnale politico e strategico che coinvolge direttamente anche i governi del continente.
La nuova linea è stata delineata dalla Guida suprema Mojtaba Khamenei, che il 31 ottobre ha chiesto alle forze armate di prepararsi a rispondere a eventuali attacchi americani o israeliani in maniera immediata ed efficace, senza restrizioni geografiche. Secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale iraniana IRNA e confermato dalle ricostruzioni di Euronews e Radio Free Europe/Radio Liberty, Khamenei ha inoltre ordinato un aggiornamento dell’elenco degli obiettivi potenziali, includendo una gamma più ampia di interessi statunitensi e israeliani, sia materiali sia immateriali. Il messaggio è stato rafforzato dal capo di Stato maggiore delle forze armate, Abdolrahim Abdollahi, che ha prospettato una risposta di dimensioni superiori a quelle sperimentate nelle precedenti fasi del conflitto. Teheran vuole così far comprendere a Washington che una nuova offensiva non sarebbe necessariamente circoscritta a Israele, al Golfo Persico o alle basi americane già coinvolte negli scontri.
Le basi europee nelle minacce della stampa iraniana
Il quotidiano ultraconservatore Kayhan, pubblicato sotto la supervisione di un rappresentante della Guida suprema, ha dato particolare risalto alla possibilità di estendere le operazioni militari fino al cuore dell’Europa. Nell’edizione del 3 novembre, il giornale ha indicato esplicitamente Gran Bretagna, Italia, Grecia, Romania e Cipro tra i Paesi che ospitano installazioni americane o della NATO potenzialmente esposte a un attacco. Kayhan ha sostenuto che la Repubblica islamica sarebbe in grado di colpire obiettivi situati a distanze comprese tra 4.000 e 5.000 chilometri, presentando questa capacità come un elemento destinato a modificare gli equilibri militari con l’Occidente. La pubblicazione di queste affermazioni non equivale a un ordine operativo, ma assume un peso particolare perché proviene da uno degli organi di stampa più vicini agli ambienti intransigenti del sistema politico iraniano.
Il tema non è limitato a Kayhan. Anche Hamshahri ha rilanciato l’ipotesi di un ampliamento del raggio d’azione delle forze iraniane, concentrandosi sulle infrastrutture militari americane situate fuori dal Medio Oriente. Radio Free Europe/Radio Liberty ha raccolto inoltre le dichiarazioni dell’ex ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki, secondo il quale un nuovo conflitto non avrebbe più carattere esclusivamente regionale e potrebbe raggiungere l’Europa. Il commentatore conservatore Ali Qolhaki ha individuato in Gran Bretagna, Italia, Grecia e Germania alcuni dei Paesi maggiormente esposti per la presenza di strutture militari statunitensi. Le indicazioni non coincidono perfettamente, ma convergono su un punto: Teheran intende presentare la rete di basi e infrastrutture americane in Europa come parte del possibile teatro di un futuro confronto.
Per l’Italia, l’avvertimento richiama inevitabilmente l’attenzione sulle installazioni utilizzate dalle forze statunitensi, a partire dalla base aerea di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, e da Sigonella, in Sicilia. Entrambe rivestono un ruolo strategico nelle attività militari e logistiche americane, sebbene con funzioni differenti. Non risulta tuttavia che le autorità iraniane abbiano annunciato ufficialmente un piano per colpire queste specifiche strutture. La distinzione è importante perché le minacce pubblicate dai giornali di Teheran riguardano categorie di obiettivi e Paesi ospitanti, non necessariamente installazioni già selezionate per un’operazione. Anche l’eventuale utilizzo di una base presente sul territorio di uno Stato europeo per sostenere attività americane non implica automaticamente la partecipazione di quel Paese a un attacco contro l’Iran.
La nuova dottrina annunciata dai comandanti iraniani
Le dichiarazioni dei vertici militari suggeriscono che la leadership iraniana voglia superare almeno sul piano politico alcune delle restrizioni adottate in passato. Il portavoce dell’esercito, Mohammad Akraminia, ha avvertito che un nuovo conflitto potrebbe coinvolgere territori non raggiunti dalle precedenti operazioni. Il comandante dei Basij Ghassem Ghorayshi ha sostenuto che non dovrebbero più esistere limiti prestabiliti alla selezione degli obiettivi, alla gittata dei missili e all’ampiezza delle operazioni. Secondo Ghorayshi, le restrizioni precedentemente osservate derivavano da decisioni assunte durante la leadership di Ali Khamenei, mentre l’attuale fase richiederebbe una maggiore libertà d’azione per le forze armate.
L’interpretazione di queste parole resta però controversa. Il quotidiano riformista iraniano Etemad ha sottolineato che esistono differenze sostanziali tra chiedere missili a maggiore gittata, possedere le tecnologie necessarie a realizzarli e adottare una decisione politica formale per modificarne l’impiego. Un’analisi condivisa anche da esperti militari occidentali, secondo i quali l’espressione utilizzata dalla Guida suprema potrebbe riferirsi non soltanto alla distanza dei bersagli, ma anche alla possibilità di colpire Paesi del Golfo finora esclusi dalle rappresaglie in virtù di intese politiche o considerazioni diplomatiche. La minaccia di una guerra senza confini geografici, quindi, non dimostra di per sé che l’Iran abbia acquisito nuovi sistemi d’arma capaci di raggiungere l’intero continente europeo.
Il precedente delle operazioni condotte nel Golfo conferma comunque che Teheran considera le infrastrutture militari americane all’estero uno strumento di pressione contro Washington. Dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, le forze iraniane hanno colpito obiettivi in diversi Paesi della regione, sostenendo di voler prendere di mira gli interessi statunitensi e non gli Stati ospitanti. Questa strategia ha già provocato tensioni con governi che non avevano partecipato direttamente alle offensive contro la Repubblica islamica. Un’eventuale estensione delle operazioni all’Europa seguirebbe una logica analoga, ma comporterebbe conseguenze diplomatiche e militari molto più ampie, soprattutto nel caso di attacchi contro installazioni situate sul territorio di Paesi membri della NATO.
I missili iraniani possono davvero raggiungere la Gran Bretagna?
La questione centrale riguarda la capacità effettiva dell’arsenale iraniano di trasformare le minacce in attacchi a lunga distanza. Le affermazioni di Kayhan su missili capaci di raggiungere obiettivi fino a 5.000 chilometri non trovano, allo stato attuale, una conferma equivalente nelle principali valutazioni indipendenti disponibili. Il Center for Strategic and International Studies, nel repertorio aggiornato al 17 giugno 2026, attribuisce ai principali missili balistici iraniani gittate generalmente intorno ai 2.000 chilometri. Il Sejjil viene indicato come operativo con una portata di circa 2.000 chilometri, mentre per il Khorramshahr viene riportata una gittata analoga. Il missile da crociera Soumar è accreditato di una distanza stimata tra 2.000 e 3.000 chilometri, con alcune incertezze sulle caratteristiche operative.
Questo non significa che l’Iran sia necessariamente incapace di sviluppare vettori più potenti. Jeremy Binnie, analista militare della società specializzata Janes, ha spiegato a Radio Free Europe/Radio Liberty che la portata di determinati missili può essere aumentata riducendo il peso della testata. Il Khorramshahr, per esempio, potrebbe teoricamente raggiungere circa 3.000 chilometri con una configurazione alleggerita. Un’operazione del genere comporterebbe però una riduzione del carico trasportabile e non garantirebbe automaticamente la stessa precisione o efficacia militare. La capacità di raggiungere un determinato punto geografico deve infatti essere distinta dalla possibilità di colpire un obiettivo con sufficiente accuratezza e superare le difese aeree e antimissile presenti lungo la traiettoria.
Il Royal United Services Institute britannico ha affrontato direttamente l’ipotesi di un attacco contro il Regno Unito. Secondo l’analista Sidharth Kaushal, un missile iraniano potrebbe teoricamente raggiungere circa 4.000 chilometri utilizzando una testata di peso compreso tra 450 e 550 chilogrammi. Una configurazione simile consentirebbe di provocare danni significativi a un edificio, ma comporterebbe limitazioni importanti in termini di precisione e capacità distruttiva. Inoltre, il vettore dovrebbe attraversare uno spazio aereo protetto, con il rischio di essere individuato e intercettato. La possibilità teorica di raggiungere la Gran Bretagna non equivale dunque alla disponibilità dimostrata di una capacità di attacco affidabile contro il territorio britannico.
Un caso particolarmente significativo è quello di Diego Garcia, la base militare congiunta angloamericana nell’Oceano Indiano, situata a quasi 4.000 chilometri dall’Iran. Secondo le autorità britanniche, Teheran avrebbe tentato di colpire l’installazione il 20 marzo, senza riuscirci, mentre almeno un funzionario iraniano ha negato che l’operazione sia avvenuta. L’episodio, ricostruito anche da Radio Free Europe/Radio Liberty, resta quindi controverso per quanto riguarda la responsabilità e le modalità dell’eventuale attacco. È però indicativo dell’attenzione rivolta alle infrastrutture militari occidentali collocate ben oltre il Golfo Persico, considerate strategiche per le operazioni americane nell’area indo-pacifica e mediorientale.
Cipro e l’Europa sudorientale, le aree più esposte
Non tutte le installazioni europee presentano lo stesso livello di esposizione. La posizione geografica di Cipro e di alcune aree dell’Europa sudorientale le rende più vicine al territorio iraniano rispetto alle basi situate in Gran Bretagna o nell’Europa occidentale. Già ad agosto il Financial Times aveva riferito, citando fonti informate sulle valutazioni militari iraniane, che Teheran stava esaminando la possibilità di colpire obiettivi americani nell’Europa sudorientale qualora Washington avesse intensificato gli attacchi. Tra le località menzionate figurava la Bulgaria, dove la base di Bezmer era stata autorizzata a ospitare velivoli americani per il rifornimento in volo. Anche Cipro veniva considerata un possibile scenario di rappresaglia.
L’isola mediterranea presenta una situazione particolarmente delicata per la presenza delle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, che ricadono in aree di sovranità del Regno Unito. Nel marzo 2026, la base di Akrotiri era stata colpita da un drone, episodio che aveva già mostrato come il conflitto mediorientale potesse produrre conseguenze dirette nel Mediterraneo orientale. A luglio, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi aveva inoltre avvertito il governo cipriota della necessità di impedire che installazioni straniere sull’isola fossero utilizzate per operazioni contro la Repubblica islamica. Nicosia aveva riferito di aver ricevuto rassicurazioni britanniche sull’assenza di un impiego delle basi contro l’Iran, ribadendo la propria volontà di non essere trascinata nelle ostilità.
Un attacco contro infrastrutture militari situate in Europa avrebbe implicazioni diverse a seconda del territorio coinvolto. Nel caso di un Paese membro della NATO, potrebbe aprirsi una discussione sull’applicazione dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, che disciplina la difesa collettiva in caso di attacco armato contro uno degli alleati. La disposizione non impone automaticamente a tutti gli Stati membri di entrare in guerra, ma prevede che ciascuno adotti le misure ritenute necessarie per assistere il Paese colpito. La Repubblica di Cipro, invece, non appartiene all’Alleanza Atlantica, mentre le basi britanniche presenti sull’isola hanno uno status giuridico distinto. Un eventuale attacco contro queste installazioni solleverebbe quindi questioni specifiche relative alla sovranità britannica e alla risposta di Londra.
Non soltanto missili: il rischio di sabotaggi e attacchi informatici
La minaccia iraniana all’Europa non si esaurisce nella possibilità di utilizzare missili balistici o droni a lunga distanza. Le valutazioni degli apparati di sicurezza occidentali indicano che Teheran potrebbe ricorrere anche a strumenti indiretti, dalle operazioni clandestine agli attacchi informatici, passando per sabotaggi contro infrastrutture sensibili. Il 28 ottobre, Le Monde ha riferito delle crescenti preoccupazioni dei servizi di intelligence europei per le attività attribuite all’Iran e alle reti a esso collegate. Tra i rischi segnalati figurano operazioni di sorveglianza, incendi dolosi, sabotaggi e progetti di attacco contro interessi israeliani, comunità ebraiche, oppositori del regime e strutture militari.
Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano francese, le autorità britanniche hanno segnalato numerosi arresti collegati a presunte attività ostili riconducibili a Teheran, mentre altri procedimenti giudiziari in Europa hanno riguardato operazioni di sorveglianza e possibili attentati organizzati attraverso intermediari e reti criminali. Le autorità iraniane respingono le accuse di coinvolgimento in queste attività. Il quadro resta comunque rilevante perché un’eventuale escalation potrebbe svilupparsi attraverso strumenti meno visibili rispetto al lancio di missili, rendendo più complessa l’attribuzione delle responsabilità e la gestione della risposta politica.
Anche le infrastrutture energetiche e le comunicazioni rappresentano un elemento di vulnerabilità. Le minacce iraniane hanno già riguardato gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo, mentre alcune ricostruzioni giornalistiche hanno riferito di valutazioni su possibili operazioni contro cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Questi scenari non devono essere confusi con attacchi già decisi o imminenti, ma mostrano come il confronto possa estendersi a settori strategici per l’economia internazionale. Un’interruzione significativa delle rotte energetiche, delle comunicazioni o delle attività portuali potrebbe avere ripercussioni anche su Paesi geograficamente lontani dal teatro delle operazioni.
Nuovi raid americani mentre la diplomazia cerca un accordo
L’escalation verbale iraniana si accompagna a una situazione militare ancora instabile. Nella notte tra il 2 e il 3 novembre, gli Stati Uniti hanno condotto nuovi attacchi contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz. Un funzionario americano ha riferito che le operazioni erano dirette contro sistemi missilistici terra-aria utilizzati per minacciare mezzi statunitensi. Esplosioni sono state segnalate sulle isole di Qeshm e Hengam e nell’area di Bandar Abbas. I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver abbattuto un drone americano MQ-9 nei cieli della parte orientale dello Stretto. Le rispettive versioni degli avvenimenti non coincidono completamente e alcuni dettagli operativi non risultano verificabili in maniera indipendente.
Gli attacchi sono avvenuti proprio alla vigilia del voto americano di metà mandato, nonostante Donald Trump avesse precedentemente lasciato intendere che avrebbe evitato nuove operazioni contro l’Iran prima delle elezioni. La Casa Bianca continua a mantenere aperta la possibilità di un’ulteriore escalation, ma il presidente ha anche espresso la convinzione che Teheran voglia raggiungere un accordo. La strategia americana sembra quindi oscillare tra pressione militare e disponibilità negoziale, mentre le autorità iraniane insistono sul fatto che nuove offensive provocherebbero rappresaglie più ampie. La situazione è resa ancora più fragile dalla presenza di numerosi fronti regionali collegati al conflitto, che possono alimentare nuovi scontri anche in assenza di una decisione politica di tornare a una guerra su vasta scala.
Sul piano diplomatico, il Qatar continua a svolgere un ruolo centrale nei contatti indiretti tra Washington e Teheran. Secondo Reuters, il 3 novembre un alto funzionario iraniano ha riconosciuto che le parti rimangono lontane da un accordo, nonostante l’intensificazione degli sforzi di mediazione. Una delegazione qatariota si è recata a Teheran per discutere una versione aggiornata della proposta negoziale esaminata negli ultimi giorni. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che la Repubblica islamica ha presentato una risposta ferma e ragionevole e che ora spetta agli Stati Uniti decidere se accettare un percorso diplomatico. Lo stesso Ghalibaf ha ribadito che un eventuale errore di valutazione americano potrebbe provocare una reazione imprevedibile e non limitata geograficamente.
Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro con Washington
Uno dei principali ostacoli a un’intesa resta il controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. L’Iran condiziona la riapertura stabile della rotta marittima alla fine del blocco navale imposto dagli Stati Uniti e all’accoglimento di una serie di richieste economiche e politiche. Teheran ha proposto un percorso negoziale articolato in più fasi, che comprende anche la revoca delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e lo sblocco di attività finanziarie congelate all’estero. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha affermato che, in presenza di un accordo, la riapertura dello Stretto potrebbe avvenire nell’arco di due giorni, anziché nei sette inizialmente previsti.
Washington considera invece necessario ottenere garanzie sulla sicurezza della navigazione e affrontare il programma nucleare iraniano all’interno di una soluzione più ampia. Teheran sostiene che i negoziati sul nucleare potranno iniziare soltanto dopo la soluzione delle questioni immediate legate al blocco navale e alle proprie condizioni di sicurezza. La sequenza delle concessioni costituisce quindi un nodo centrale: gli Stati Uniti chiedono garanzie prima di modificare le misure di pressione, mentre l’Iran pretende risultati concreti prima di assumere nuovi impegni. Il governo iraniano rivendica inoltre un ruolo nella gestione della sicurezza dello Stretto, anche attraverso un possibile coordinamento con l’Oman.
Il quadro regionale complica ulteriormente il negoziato. Araqchi ha confermato che sono in corso contatti con l’Arabia Saudita per discutere nuovi meccanismi di sicurezza, mentre nelle ultime settimane rappresentanti sauditi, turchi e pakistani hanno partecipato a incontri con funzionari iraniani. Parallelamente, gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi e le successive operazioni militari di Riad nello Yemen hanno accresciuto le tensioni intorno al Mar Rosso e allo stretto di Bab el-Mandeb. L’eventuale compromissione contemporanea delle due grandi rotte marittime della regione avrebbe conseguenze pesanti per i trasporti internazionali e per i mercati energetici, rendendo ancora più urgente una soluzione diplomatica.
Il rischio di una guerra più ampia e le conseguenze per l’Europa
Le dichiarazioni iraniane sull’Europa devono essere interpretate nel contesto di una strategia che punta ad aumentare il costo politico e militare di un eventuale nuovo attacco americano. Minacciare installazioni occidentali fuori dal Medio Oriente significa coinvolgere indirettamente nel confronto anche governi che potrebbero non avere alcun interesse a partecipare a una nuova offensiva contro Teheran. La Repubblica islamica cerca così di esercitare pressione sugli alleati degli Stati Uniti, facendo leva sul timore che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti nei rispettivi territori possa esporli a rappresaglie. Non è una strategia completamente nuova, ma la sua estensione dichiarata al continente europeo segna un cambiamento rilevante nella comunicazione politica e militare iraniana.
La credibilità delle minacce resta però disomogenea. Alcune aree dell’Europa sudorientale rientrano nelle distanze teoricamente raggiungibili da sistemi missilistici già conosciuti, mentre un attacco contro obiettivi situati nell’Europa occidentale richiederebbe capacità più avanzate, configurazioni particolari dei vettori o strumenti operativi differenti. Le valutazioni del CSIS, del RUSI e degli analisti consultati da Radio Free Europe/Radio Liberty non consentono di confermare le affermazioni della stampa iraniana su una capacità missilistica operativa di 5.000 chilometri. Non è quindi possibile equiparare le dichiarazioni dei giornali conservatori alla dimostrazione che Teheran possa colpire con precisione qualsiasi base americana in Europa.
Il pericolo non deriva tuttavia soltanto dalla gittata dei missili. Le tensioni tra Iran e Stati Uniti si sviluppano ormai attraverso una combinazione di operazioni militari, pressioni economiche, minacce alle infrastrutture e iniziative diplomatiche che procedono senza una chiara prospettiva di stabilizzazione. Un nuovo attacco americano potrebbe provocare una risposta iraniana contro obiettivi regionali, ma anche tentativi di colpire interessi occidentali in altri territori, con modalità difficili da prevedere. Per l’Europa, e in particolare per i Paesi che ospitano importanti infrastrutture militari statunitensi, questo significa dover considerare scenari di sicurezza più complessi rispetto a quelli affrontati nelle precedenti fasi del conflitto.
Il passaggio decisivo resta quello politico. Teheran sta cercando di convincere Washington che una nuova offensiva potrebbe avere conseguenze più estese e meno controllabili, mentre gli Stati Uniti mantengono la pressione militare per ottenere concessioni sullo Stretto di Hormuz, sulle sanzioni e sul programma nucleare. Le mediazioni regionali continuano, ma gli ultimi raid e l’inasprimento delle dichiarazioni dimostrano quanto sia fragile il tentativo di evitare un ritorno alle ostilità su larga scala. Le basi europee sono entrate nel linguaggio delle minacce iraniane, senza che questo dimostri l’esistenza di un attacco imminente. Il rischio è che la crescente disponibilità delle parti a evocare un conflitto senza confini finisca per rendere più difficile contenerlo, trasformando una crisi già estesa al Golfo Persico e al Mar Rosso in uno scontro capace di coinvolgere direttamente anche il continente europeo.
Fonti: Iran International, IRNA, Kayhan, Hamshahri, Etemad, Reuters, Euronews, Radio Free Europe/Radio Liberty, Financial Times, Le Monde, CSIS, RUSI, Janes.
