
(AGENPARL) – Roma, 05 aprile 2022 – Come è noto in seguito al crollo del governo libico e alla morte di Muammar Gheddafi, la comunità internazionale ha dovuto affrontare la questione dei beni che risiedono fuori dai confini della Libia.
Si tratta di beni mobili e immobili, frutto della spoliazione delle finanze libiche operata dal dittatore in 42 anni di governo.
L’importo esatto di questi beni è sconosciuto, a causa della segretezza che ha coperto le attività lecite e illecite di Gheddafi per molti anni, ma le cifre stimate vanno da 240 a 750 miliardi di dollari ed una parte significativa di questi beni si trova in Italia. E questo per vari motivi: i buoni rapporti che Gheddafi aveva con il nostro Paese, la vicinanza geografica, oltre al fatto che le compagnie petrolifere italiane erano e sono i principali partner della NOC, la Libyan National Oil Authority.
Negli anni successivi alla caduta del regime, per evitare che una così grande quantità di denaro alimentasse la guerra civile in assenza di un governo riconosciuto dalla comunità internazionale, molti di questi beni sono stati congelati.
È chiaro che, prima o poi, il Governo legalmente riconosciuto della Libia ne chiederà la restituzione.
Ora la questione riguarda proprio un’eventuale richiesta di restituzione che potrebbe rappresentare un problema significativo per il sistema bancario italiano e avere un impatto significativo sulla nostra economia.
Una richiesta di restituzione che difficilmente potrebbe essere rifiutata comporterebbe un problema di non facile soluzione per il nostro Paese.
Inoltre, considerando le attività intraprese negli ultimi anni da varie potenze straniere e il modus operandi di Haftar, è estremamente probabile che una parte non marginale di questi beni verrebbe utilizzata per acquistare armamenti e rinvigorire il conflitto interno con un ulteriore rischio causato dalla penetrazione di altri Paesi stranieri.
Inoltre, non bisogna sottovalutare la possibilità che un cambiamento di orientamento politico da parte del futuro governo libico possa creare serie ripercussioni sulla fornitura di gas e petrolio all’Italia, con evidenti conseguenze.
Ora – a quanto risulta – c’è stata una richiesta scritta per il recupero dei beni fuori dalla Libia da parte di LARMO (Libya Asset Recovery & Management Office) indirizzata al Ministero dell’Economia e delle Finanze e ad oggi non c’è stata alcuna risposta nè contatto tra le due parti.
«Il mantenimento del controllo dello Stato sulla Banca senza limiti di tempo non è in ogni caso uno scenario ipotizzabile». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Daniele Franco, nel corso di un’audizione alle commissioni riunite Finanze di Camera e Senato sulla Banca Monte dei Paschi di Siena. Il 29 marzo 2022.
«Sono molto chiari gli obblighi giuridici derivanti dalla cornice normativa europea che impediscono questa soluzione», ha sottolineato il Ministro Franco, «sebbene sia possibile anche una vendita in tempi stretti di Monte dei Paschi di Siena è ragionevole attendersi che solo dopo l’aumento capitale e la ristrutturazione si creeranno le condizioni più favorevoli per la privatizzazione».
«Se il ministro dice no allo spezzatino del Monte dei Paschi di Siena, vuol dire che il governo ha già in tasca una soluzione cioè un gruppo che acquisisce Banco Mps», ha detto il segretario generale della Fabi.
Sempre nella audizione alle Commissioni delle Finanze riunite di il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, ha confermato che la privatizzazione di MPS procederà, anche se alcune cessioni selettive potrebbero essere fatte. Permangono incertezze sui tempi di uscita del Mef dalla base di capitale della più antica banca del Mondo, sul potenziale partner che potrebbe essere italiano o estero, e sull’entità dell’aumento di capitale, 2,5 miliardi di euro, secondo il piano precedente.
Il 30 marzo Mps ha diramato un comunicato stampa secondo il quale «In ottemperanza all’informativa richiesta da Consob ai sensi dell’art 114 comma 5 del D.Lgs. n. 58/98, Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. (la “Banca”), richiamando anche quanto riportato nel Bilancio pubblicato il 21 marzo scorso, informa che, in ottemperanza alle prescrizioni della Final SREP Decision ricevuta in data 2 febbraio scorso, ha inviato alla Banca Centrale Europea il Capital Plan approvato dal Consiglio di Amministrazione in data odierna. Il Capital Plan è sviluppato secondo ipotesi coerenti con quelle del Piano Strategico 22-26 approvato dalla Banca il 17 dicembre 2021, anche per quel che concerne l’ammontare del sottostante aumento di capitale. Proseguono le interlocuzioni con tutte le Authorities coinvolte, nell’ambito dei rispettivi processi autorizzativi, riguardo cui, al momento, non è possibile ipotizzare la tempistica di completamento».
A questo punto vorrei fare alcune riflessioni.
La prima. Perché nonostante i vari tentativi di contatto ancora non c’è stato un incontro? Da sottolineare che LARMO intende discutere le possibilità per progetti umanitari e non.
La seconda. LARMO non vuole creare nessun tipo di danno sia agli Istituti di credito che Enti o Istituzioni pubbliche. Anzi l’intenzione è, al contrario, sostenere lo Stato italiano ai più alti livelli e di collaborare per la ricostruzione della Libia.
La terza. Perché non far entrare in una quota parte LARMO e gli americani (a quanto risulta avevano già manifestato interesse) nella più antica banca del Mondo? In tal modo eviteremo di spendere altri soldi dei contribuenti, di salvaguardare gli attuali livelli occupazionali nonché scongiurare il solito spezzatino. Al contrario l’Istituto potrebbe diventare un pilastro fondamentale, una sorta di Iri italo-libica-americana, per il rilancio economico della Libia e non solo.
Le soluzioni ci sono… Manca forse la volontà Politica? Ah, a saperlo.