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Teheran invita i cittadini iraniani a evitare gli spostamenti non essenziali nei tre Paesi europei, citando disordini e possibili problemi ai trasporti. Un avviso consolare che arriva mentre le proteste contro il caro vita attraversano diverse città del continente La prudenza, evidentemente, non conosce confini. Neppure quelli geopolitici. Il ministero degli Esteri iraniano ha invitato i propri cittadini…

Il consigliere di Zelensky denuncia nuovi problemi nelle comunicazioni satellitari utilizzate dalla difesa aerea. Il limite di velocità resta in vigore e coinvolgerebbe anche gli elicotteri impegnati contro i droni russi Secondo le autorità ucraine, le restrizioni che interessano i collegamenti satellitari utilizzati dalle forze armate continuano a creare difficoltà operative e avrebbero ora conseguenze anche su un importante canale di trasmissione dati impiegato dagli elicotteri nella difesa contro i droni russi. Stando a quanto riportato da RIA Novosti, che riprende un messaggio pubblicato dal consigliere sul proprio canale Telegram, il limite di velocità applicato ai terminali Starshield non sarebbe stato rimosso. La misura, introdotta nei giorni scorsi, continua dunque a rappresentare un ostacolo per alcune attività militari ucraine che richiedono collegamenti satellitari stabili su piattaforme in rapido movimento. La novità riguarda gli elicotteri utilizzati nella difesa contro i velivoli senza pilota. Beskrestnov sostiene che le restrizioni abbiano interessato un canale importante per la trasmissione delle informazioni a questi mezzi, aggiungendo un’ulteriore difficoltà a quelle già segnalate per i droni intercettori e le operazioni logistiche. Non sono stati diffusi dettagli tecnici sufficienti per stabilire quali apparecchiature siano coinvolte, quanti elicotteri abbiano subito limitazioni o in quale misura ne sia stata ridotta l’efficacia operativa. Le conseguenze indicate dal consigliere restano quindi dichiarazioni della parte ucraina, non una valutazione indipendente dell’impatto militare. Il limite di velocità e le difficoltà operative La controversia è emersa a metà ottobre, quando le autorità ucraine hanno denunciato l’introduzione, senza preavviso, di restrizioni al funzionamento dei terminali Starshield installati su mezzi in movimento. Secondo una fonte del ministero della Difesa ucraino citata da Ukrinform il 14 ottobre, la limitazione riguarda una soglia nominale di 160 chilometri orari, oltre la quale il collegamento satellitare può interrompersi. La stessa fonte ha riferito che, in determinate condizioni operative, le interruzioni sarebbero state registrate anche a velocità inferiori. Le difficoltà hanno interessato soprattutto i droni utilizzati per missioni di intercettazione, ricognizione e attacco, ma anche alcune attività di supporto logistico. Reuters ha documentato le proteste ucraine per le restrizioni, mentre Associated Press ha riferito dei contatti avviati da Kiev con SpaceX e le autorità statunitensi per ottenere una soluzione. Il problema non riguarda un’interruzione generale della rete satellitare in Ucraina. Starshield è il servizio sviluppato da SpaceX per applicazioni governative e militari, distinto dalla normale offerta commerciale Starlink. Le limitazioni segnalate interessano specifiche condizioni di impiego, soprattutto quando i terminali vengono utilizzati su piattaforme mobili. Questa distinzione è importante perché alcune funzionalità inizialmente compromesse sarebbero state ripristinate, senza che ciò comportasse necessariamente l’eliminazione del limite di velocità. Le nuove dichiarazioni di Beskrestnov indicano proprio la persistenza di quest’ultimo problema. Una dipendenza tecnologica ancora irrisolta La vicenda era già stata esaminata da Agenparl nell’approfondimento del 16 ottobre, Ucraina, Starshield e i limiti della sicurezza europea, dedicato alle conseguenze delle restrizioni satellitari e alla dipendenza delle capacità militari europee da infrastrutture tecnologiche statunitensi. Il nuovo elemento relativo agli elicotteri amplia il quadro delle possibili conseguenze operative. I collegamenti satellitari non servono soltanto alla guida dei droni: possono sostenere anche la circolazione delle informazioni tra piattaforme diverse, contribuendo al coordinamento delle attività di sorveglianza e intercettazione. Quando la continuità di queste comunicazioni dipende da condizioni stabilite all’esterno della catena di comando ucraina, un cambiamento tecnico può incidere sulla pianificazione delle missioni. La questione assume particolare rilievo nella difesa contro gli attacchi russi condotti con velivoli senza pilota, che richiedono tempi di reazione rapidi e un coordinamento costante tra i diversi sistemi impiegati. Resta aperto il problema delle responsabilità. Elon Musk ha attribuito alle autorità statunitensi il controllo delle condizioni operative del servizio Starshield utilizzato in ambito militare. Le ricostruzioni giornalistiche sull’origine delle restrizioni hanno però presentato versioni differenti e non consentono di stabilire con certezza chi abbia disposto le specifiche modifiche né per quale motivo. Anche l’ipotesi che le limitazioni siano collegate alle tensioni politiche tra Washington e Kiev resta da dimostrare. Le dichiarazioni dei rappresentanti ucraini e le contestazioni provenienti dall’amministrazione americana devono essere considerate separatamente dalle conseguenze tecniche segnalate sul campo. Secondo le informazioni diffuse nei giorni scorsi, il ministero della Difesa ucraino ha avviato contatti con gli Stati Uniti, SpaceX e i partner della NATO, mentre vengono valutati canali di comunicazione alternativi. Non risulta tuttavia confermata una soluzione definitiva alla restrizione di velocità.…

La Russia denuncia l’aumento delle attività militari e di ricognizione dell’Alleanza nel Mar Nero. La Romania propone un comando congiunto con Bulgaria e Turchia, mentre gli attacchi con droni contro navi mercantili accrescono le preoccupazioni per la sicurezza della regione. La crescente presenza militare della NATO nel Mar Nero rischia di provocare nuovi incidenti e un ulteriore aggravamento delle tensioni con la Russia. È l’avvertimento lanciato da Vladislav Maslennikov, direttore del Dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri russo, in un’intervista pubblicata il 20 ottobre dal quotidiano Izvestia. Le dichiarazioni arrivano mentre la Romania propone un nuovo comando militare regionale e la Bulgaria chiede un rafforzamento delle difese dell’Alleanza, dopo una serie di attacchi contro il traffico mercantile e di incursioni di droni. Secondo Maslennikov, la NATO avrebbe intensificato le attività di sorveglianza aerea e di raccolta di informazioni, utilizzando anche velivoli da ricognizione operativi dalla Romania. Il diplomatico sostiene che i dati acquisiti vengano trasferiti alle autorità ucraine e che l’aumento delle operazioni occidentali renda più probabili incidenti anche involontari. A sostegno delle sue preoccupazioni ha richiamato l’episodio del marzo 2023, quando un drone statunitense MQ-9 Reaper precipitò nel Mar Nero dopo un’interazione con aerei militari russi. Le accuse sul trasferimento di informazioni a Kiev rappresentano la posizione di Mosca e non sono accompagnate, nell’intervista, da elementi che consentano una verifica indipendente. Al centro del confronto diplomatico si trova la proposta avanzata dalla Romania per istituire un comando militare congiunto degli Stati NATO affacciati sul Mar Nero. Il ministro della Difesa romeno Radu Miruță ha proposto al suo omologo bulgaro una lettera comune indirizzata ai vertici dell’Alleanza, con l’obiettivo di creare una struttura di coordinamento regionale. Il progetto prevede una rotazione della sede e della guida tra i Paesi partecipanti. Bucarest si è dichiarata disponibile a ospitare e dirigere il comando a partire dal 2028. Per la fase precedente, Miruță ha indicato la possibilità di una sede sulla costa turca, con la partecipazione di ufficiali romeni e bulgari. Si tratta tuttavia di una proposta, non di una decisione già approvata dalla NATO. Il ministro ha motivato l’iniziativa con la necessità di affrontare minacce che non possono più essere considerate problemi esclusivamente nazionali. Dagli attacchi ai mercantili alla risposta militare La proposta romena arriva dopo settimane di crescente insicurezza lungo le rotte commerciali del Mar Nero occidentale. Già il 6 ottobre, come ricostruito da Agenparl nell’articolo Mar Nero, la tensione arriva sulle rotte della NATO, tre navi mercantili erano rimaste coinvolte in due distinti episodi davanti alle coste di Romania e Bulgaria. Gli attacchi avevano evidenziato la vulnerabilità dei collegamenti marittimi tra Ucraina, Turchia e Mediterraneo, sollevando interrogativi sulla sicurezza delle aree vicine ai Paesi dell’Alleanza. Una settimana dopo, il 13 ottobre, un nuovo attacco contro due mercantili al largo della Bulgaria aveva provocato l’affondamento di una nave e il danneggiamento della Chelsea 3. Sofia aveva annunciato un confronto con la NATO, precisando tuttavia che non disponeva di prove definitive sull’identità dei responsabili. La distinzione resta importante: le accuse politiche rivolte alla Russia non equivalgono a un’attribuzione ufficialmente accertata dei singoli episodi. Le preoccupazioni si sono ulteriormente accentuate a metà ottobre, quando altri droni hanno colpito navi mercantili nei pressi delle coste romene. Il 17 ottobre, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa di Bucarest, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti da caccia F-16 romeni sopra le acque territoriali del Paese. Il ministro Miruță ha indicato come probabile l’impiego di droni di fabbricazione russa, mentre la NATO ha ribadito la propria disponibilità a intervenire per proteggere gli alleati. La Bulgaria ha chiesto formalmente all’Alleanza ulteriori aerei da combattimento e sistemi di difesa contro i droni. Per Sofia, la protezione dello spazio aereo e della navigazione commerciale è diventata una priorità immediata, anche per le conseguenze economiche che gli attacchi possono produrre sulle rotte, sui costi assicurativi e sulle attività portuali. Il ruolo della Turchia e la presenza italiana La cooperazione tra Romania, Bulgaria e Turchia dispone già di una struttura operativa. Dal 2024 i tre Paesi partecipano al gruppo navale MCM Black Sea, costituito per individuare e neutralizzare le mine presenti nella regione. L’iniziativa rappresenta un precedente concreto per il coordinamento militare tra gli alleati rivieraschi, anche se il nuovo comando proposto da Bucarest avrebbe compiti più ampi. La posizione della Turchia rimane particolarmente delicata. Ankara controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli e, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, applica le restrizioni previste dalla Convenzione di Montreux al transito delle navi militari. Queste limitazioni rendono più complesso il rafforzamento navale attraverso unità provenienti da Paesi esterni alla regione e accrescono l’importanza delle capacità già presenti lungo le coste del Mar Nero. Nel dispositivo difensivo NATO sul fianco sudorientale è coinvolta anche l’Italia, che guida il gruppo tattico multinazionale dell’Alleanza schierato in Bulgaria. È una responsabilità già esistente, distinta dalla proposta romena. Al momento non risultano decisioni su un eventuale coinvolgimento italiano nella futura struttura di comando. Da Mosca, il rafforzamento delle infrastrutture militari occidentali viene invece interpretato come un ulteriore passo verso la militarizzazione della regione. Gli analisti interpellati da Izvestia ritengono possibile una risposta russa attraverso maggiori capacità di sorveglianza, difesa antiaerea e contrasto ai droni. Non escludono neppure nuovi contatti diplomatici con Ankara, considerata un interlocutore fondamentale per gli equilibri regionali. Il confronto riflette due letture profondamente diverse della sicurezza nel Mar Nero. Per Romania e Bulgaria, l’aumento delle capacità difensive risponde a minacce già manifestatesi contro il territorio e il traffico commerciale. Per il governo russo, invece, l’espansione delle attività NATO accresce il rischio di uno scontro. La proposta di un comando regionale, ancora da discutere all’interno dell’Alleanza, diventa così un nuovo elemento di una crisi nella quale la guerra in Ucraina, la libertà di navigazione e la presenza militare delle potenze rivierasche sono sempre più strettamente collegate.