(AGENPARL) - Roma, 28 Ottobre 2026 - L’intervento del Presidente del Consiglio regionale Gianluca Pasqui in occasione della seduta aperta “a dieci anni dal sisma”. Muccia, 28 ottobre 2026
Signor Presidente della Regione, assessori, colleghi consiglieri regionali, sindaci, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni e delle comunità locali, cari cittadini, grazie per essere qui.
Desidero innanzitutto ringraziare il sindaco Stefano Antonelli e tutta la comunità di Muccia per l’accoglienza riservata oggi all’Assemblea legislativa delle Marche.
Ci sono luoghi nei quali il trascorrere del tempo non riesce a cancellare il significato di una data. Qui, nell’entroterra marchigiano, il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre del 2016 continuano a rappresentare una linea di confine nella vita delle persone. C’è ciò che esisteva prima del terremoto e ciò che è venuto dopo. Ci sono le case nelle quali si abitava, le strade percorse ogni giorno, i luoghi di lavoro, le scuole, le piazze nelle quali ci si incontrava, e c’è il ricordo del momento in cui tutto questo è stato improvvisamente messo in discussione.
Sono trascorsi dieci anni. Un periodo sufficientemente lungo per vedere crescere una generazione di ragazzi, per assistere alla trasformazione delle nostre comunità, per misurare quanto sia stato fatto e quanto, ancora oggi, attenda di essere restituito a questi territori.
Eppure, per chi ha vissuto quei giorni, alcuni ricordi conservano una precisione che il tempo non ha attenuato.
Parlo anche per esperienza personale.
Nel 2016 ero sindaco di Camerino. Ho conosciuto direttamente la paura di quelle ore e il peso delle decisioni che un amministratore è chiamato ad assumere quando la vita di un’intera comunità viene sconvolta. Ho visto quanto possano essere fragili le certezze sulle quali costruiamo la nostra esistenza quotidiana e quanto, nelle situazioni più difficili, diventi importante poter contare su qualcuno che si assuma la responsabilità di esserci.
Quell’esperienza appartiene alla mia storia personale e istituzionale. Ha cambiato profondamente il mio modo di guardare al territorio, alle persone e al significato stesso del servizio pubblico.
Ed è anche per questo che ho e abbiamo fortemente voluto che il Consiglio regionale delle Marche si riunisse oggi qui, a Muccia.
La scelta di portare l’Assemblea legislativa fuori dalla propria sede, di farla arrivare in uno dei territori maggiormente segnati dal terremoto, esprime una convinzione che considero fondamentale: le istituzioni devono essere presenti dove le persone vivono, lavorano, affrontano le difficoltà e costruiscono il proprio futuro.
Per un giorno, abbiamo voluto invertire una consuetudine. Sono abitualmente i cittadini, i sindaci e gli amministratori locali a raggiungere le sedi delle istituzioni regionali per rappresentare problemi, richieste e necessità. Oggi siamo noi a venire qui, perché riteniamo che la vicinanza istituzionale debba manifestarsi anche attraverso la disponibilità a incontrare direttamente i territori.
Questo luogo, questa seduta e la presenza di tanti rappresentanti delle nostre comunità danno un significato concreto a quella volontà.
E desidero sottolineare che si tratta di un indirizzo che stiamo cercando di tradurre anche nell’attività ordinaria dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale.
Penso al progetto “Le Marche, le Comunità Operanti”, nato per favorire un rapporto stabile tra l’Assemblea legislativa e le realtà che contribuiscono ogni giorno alla vita della nostra regione: amministrazioni comunali, imprese, associazioni, università, volontariato, comunità locali. Attraverso un percorso di incontri distribuiti sul territorio, abbiamo voluto riconoscere il valore delle esperienze che nascono nei nostri centri, anche nei più piccoli, e che troppo spesso rimangono lontane dai luoghi nei quali si assumono le decisioni.
Penso anche a “Francesco nelle Marche, Terra dei Fioretti – 800 anni”, il progetto con il quale l’Ufficio di Presidenza ha inteso celebrare l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, valorizzando il legame profondo tra il francescanesimo e la storia della nostra regione.
Quel percorso richiama principi che, al di là delle convinzioni personali di ciascuno, conservano un significato civile di straordinaria attualità: la solidarietà, l’attenzione alle persone più fragili, il rispetto della dignità umana, il senso di appartenenza a una comunità.
Sono iniziative differenti, ma rispondono a un orientamento comune dell’Ufficio di Presidenza: rendere il Consiglio regionale un’istituzione sempre più presente, riconoscibile e capace di ascoltare.
Oggi, a Muccia, questo orientamento assume una responsabilità ancora maggiore.
Desidero rivolgere un pensiero di profonda riconoscenza anche a quanti si mobilitarono nell’emergenza: la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, le Forze dell’Ordine, le Forze Armate, la Croce Rossa, gli operatori sanitari, i volontari e i tanti cittadini che offrirono il proprio aiuto. In quelle settimane abbiamo visto persone affrontare condizioni durissime con una generosità della quale conserveremo sempre memoria.
E consentitemi di rivolgere un riconoscimento particolare ai sindaci dei territori colpiti.
Chi ha amministrato un Comune durante e dopo il terremoto conosce la solitudine di certe decisioni, la difficoltà di rispondere a bisogni enormi disponendo di strumenti spesso insufficienti, la responsabilità di dover continuare a rappresentare un punto di riferimento anche quando il futuro appare incerto.
Molti amministratori hanno sostenuto quel peso per anni, condividendo con i propri cittadini la precarietà e le attese, continuando a lavorare anche quando i risultati sembravano lontanissimi.
A tutti loro va il rispetto dell’intera Assemblea legislativa.
Oggi dobbiamo anche riconoscere i progressi compiuti. Molte abitazioni sono state recuperate, numerosi cantieri sono stati completati, edifici pubblici e luoghi simbolici sono tornati a disposizione delle comunità. Sono risultati importanti, che meritano di essere riconosciuti.
Ma una ricorrenza come questa ci impone anche di affrontare con chiarezza la parte del lavoro che rimane da compiere.
Sono convinto che non potremo dichiarare conclusa la ricostruzione finché ai territori colpiti dal sisma non saranno stati restituiti tutti i servizi e i presìdi essenziali di cui disponevano prima del terremoto.
È una questione che riguarda direttamente la dignità delle nostre comunità.
Ricostruire un edificio significa restituire uno spazio. Ricostruire una comunità richiede che quello spazio torni a essere abitato, vissuto, attraversato dalle relazioni umane. Richiede scuole nelle quali far crescere i figli, strutture sanitarie accessibili, collegamenti efficienti, luoghi di lavoro, servizi pubblici e opportunità che permettano alle persone di continuare a scegliere questi territori per il proprio futuro.
E significa anche riconoscere che il ritorno alla normalità non può coincidere semplicemente con il ripristino materiale di ciò che esisteva nel 2016.
In questi dieci anni il mondo è cambiato, sono cambiate le esigenze delle famiglie, le condizioni economiche, le prospettive dei giovani. Abbiamo dunque il dovere di restituire ciò che è andato perduto, rendendolo più sicuro, più funzionale e adeguato ai bisogni di oggi.
La sanità, innanzitutto. Per chi vive nelle aree interne, la possibilità di ricevere assistenza tempestiva e qualificata rappresenta una condizione essenziale per continuare ad abitare questi luoghi. La distanza dai servizi sanitari pesa sulle famiglie, sugli anziani e sulle persone più fragili. È una questione che richiede attenzione costante, programmazione e una visione capace di considerare le caratteristiche geografiche del nostro entroterra.
Lo stesso vale per l’istruzione.
Una scuola è certamente un luogo nel quale si studia, ma nei piccoli Comuni è anche una ragione concreta per restare. La sua presenza incide sulle scelte di una giovane coppia, sulle prospettive di un paese, sulla possibilità di conservare una comunità viva. Difendere e qualificare l’offerta formativa nell’entroterra significa investire direttamente nel futuro di questi territori.
Accanto alla scuola e alla sanità ci sono i trasporti, le infrastrutture digitali, le attività produttive, il commercio, i servizi amministrativi. E c’è la necessità di costruire progetti di sviluppo territoriale che mettano in relazione i Comuni, valorizzino le risorse locali e creino opportunità di lavoro.
Vorrei, a questo proposito, fra i tanti, richiamare un esempio concreto, che conosco particolarmente bene.
Scelgo di farlo proprio oggi, qui a Muccia, perché siamo a pochi chilometri da Camerino e perché ritengo che questa vicenda abbia un significato che va oltre il territorio direttamente interessato.
Mi riferisco alla Casa circondariale di Camerino, che prima del terremoto rappresentava l’unico istituto penitenziario della provincia di Macerata.
Il carcere venne evacuato il 27 ottobre 2016, a seguito dei danni provocati dal sisma. Nel marzo del 2022 un decreto del Ministero della Giustizia ha disposto la chiusura definitiva dell’istituto e la dismissione dell’immobile.
A dieci anni dal terremoto, la provincia di Macerata attende ancora una risposta sulla restituzione di questa funzione.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché, in un’occasione come questa, abbia scelto di parlare proprio di un carcere.
La ragione è semplice: il caso di Camerino dimostra quanto possa essere incompleta una ricostruzione che recupera gli edifici senza riuscire a ripristinare tutte le funzioni che un territorio aveva prima della calamità.
Un istituto penitenziario rappresenta una componente del sistema della giustizia. La sua assenza produce conseguenze sull’attività dei tribunali, sul lavoro degli operatori, sui trasferimenti delle persone detenute, sull’esercizio del diritto di difesa e sull’organizzazione complessiva dei servizi.
La vicenda di Camerino merita dunque una risposta che tenga conto dell’interesse dell’intera provincia.
Su questo tema mi sono impegnato negli anni, nelle diverse responsabilità istituzionali che ho ricoperto, e continuerò a farlo. Anche il Consiglio regionale ha espresso la propria attenzione attraverso atti e iniziative che richiamano la necessità di mantenere un presidio penitenziario nel territorio.
Oggi non intendo rivendicare meriti personali né trasformare questa ricorrenza in un confronto sulle responsabilità del passato.
Desidero invece riaffermare un principio: un territorio colpito da una calamità non deve finire per perdere definitivamente un servizio pubblico a causa delle conseguenze di quella calamità.
Questo vale per il carcere di Camerino e deve valere, con la stessa attenzione, per tutte le strutture e le funzioni che il terremoto ha sottratto alle nostre comunità.
La ricostruzione sarà realmente compiuta quando potremo guardare a questi territori e riconoscere che le persone hanno ritrovato condizioni di vita almeno equivalenti a quelle che avevano prima del sisma, con servizi e prospettive capaci di rispondere alle esigenze del presente.
C’è infine una questione che riguarda direttamente il futuro dell’Appennino.
Non possiamo ignorare che molti dei nostri Comuni affrontavano già prima del 2016 problemi di spopolamento, invecchiamento della popolazione e progressiva riduzione delle attività economiche. Il terremoto ha reso più gravi difficoltà che esistevano da tempo.
Per questo sarà necessario accompagnare la ricostruzione con politiche di sviluppo capaci di andare oltre i confini amministrativi dei singoli Comuni.
Abbiamo bisogno di una visione condivisa per le aree interne, di progetti che valorizzino il patrimonio ambientale, culturale e produttivo, che sostengano le imprese e favoriscano la presenza delle giovani generazioni. Abbiamo bisogno che chi desidera vivere qui possa farlo senza essere costretto a rinunciare a servizi, opportunità e diritti che altrove vengono considerati normali.
Penso ai ragazzi: nel 2016 molti di loro erano bambini. Alcuni erano appena nati. Sono cresciuti vedendo cantieri, edifici inagibili, centri storici da recuperare, famiglie impegnate a ricostruire le proprie abitudini.
A loro dobbiamo qualcosa di più di un racconto del passato.
Dobbiamo dimostrare che i luoghi nei quali sono cresciuti possono offrire possibilità reali di studio, lavoro e vita. Che il loro futuro può essere costruito anche qui, senza dover necessariamente cercare altrove le condizioni per realizzare le proprie aspirazioni.
Ed è proprio questa la responsabilità più grande che sento oggi, da Presidente del Consiglio regionale delle Marche.
Le istituzioni hanno il dovere di conservare la memoria di ciò che è accaduto, ma soprattutto di dare continuità agli impegni assunti. Devono saper riconoscere i risultati raggiunti e avere il coraggio di affrontare ciò che è rimasto irrisolto.
Per questo ho ed abbiamo voluto che l’Assemblea legislativa fosse presente a Muccia.
Per ascoltare. Per rappresentare l’attenzione dell’intera comunità regionale. Per ricordare che l’Appennino marchigiano appartiene alla storia, all’identità e al futuro di tutte le Marche.
Vorrei che da questa giornata rimanesse un messaggio chiaro.
Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il diritto di vivere nella propria terra e la possibilità di accedere ai servizi essenziali di una società civile.
Se sapremo rispettare questo principio, daremo alla ricostruzione il significato che merita.
Fra qualche anno, quando torneremo a guardarci indietro, ciò che conterà davvero sarà la vita che avremo saputo restituire a questi luoghi. Le famiglie che saranno rimaste, i giovani che avranno trovato ragioni per costruire qui il proprio futuro, i servizi tornati a funzionare, le attività economiche che saranno cresciute.
E conterà la fiducia che saremo riusciti a ricostruire tra i cittadini e le istituzioni.
Oggi, a dieci anni dal terremoto, desidero assumere questo impegno davanti ai sindaci, agli amministratori, ai cittadini e soprattutto davanti a chi, in questi luoghi, ha scelto di rimanere anche nei momenti più difficili.
Il tempo trascorso dal terremoto non può diventare una ragione per ridurre gli impegni. Deve renderci ancora più esigenti nel mantenerli.
La vicinanza delle istituzioni che oggi vogliamo testimoniare avrà valore se continuerà a manifestarsi nelle decisioni, negli interventi e nell’attenzione quotidiana verso queste comunità.
È con questo spirito che il Consiglio regionale delle Marche è qui.
Ed è con questa responsabilità che dobbiamo continuare a lavorare.