(AGENPARL) - Roma, 17 Ottobre 2026 - La giornalista e Communication Expert riflette sul rapporto tra progresso tecnologico, intelligenza emotiva e responsabilità sociale. Dall’educazione digitale alla tutela delle persone vulnerabili sui social, fino alla proposta di un programma nazionale di formazione e di nuovi protocolli di sicurezza per le dirette online.
L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il modo in cui comunichiamo, lavoriamo, apprendiamo e costruiamo le nostre relazioni. Ma alla crescente capacità delle tecnologie di elaborare informazioni e offrire risposte corrisponde un analogo sviluppo della nostra capacità di ascoltare, comprendere e prenderci cura degli altri?
È da questo interrogativo che prende forma la riflessione della dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e Communication Expert, che nel suo libro introduce il concetto di «debito di umanità» e propone, attraverso la visione di Umanità 5.0, una prospettiva di innovazione nella quale il progresso tecnologico non sia disgiunto dalla crescita etica, culturale e relazionale della società.
Al centro della sua analisi si colloca una contraddizione della contemporaneità: viviamo in un mondo sempre più connesso, nel quale la possibilità di comunicare è pressoché continua, ma la disponibilità all’ascolto e la qualità delle relazioni non sembrano necessariamente crescere con la stessa rapidità.
Il tema assume una particolare rilevanza nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale, sulla responsabilità delle piattaforme digitali e sulla necessità di formare cittadini capaci di utilizzare consapevolmente strumenti sempre più sofisticati, senza delegare loro il pensiero critico, il giudizio e l’autonomia personale.
Nell’intervista, Pelliccia affronta anche la dimensione umana della comunicazione digitale, raccontando un’esperienza personale di ascolto di una giovane in grave difficoltà durante una diretta social e illustrando le ragioni che l’hanno portata ad avviare un’iniziativa gratuita di ascolto e orientamento attraverso Instagram.
La riflessione si estende quindi alle possibili risposte istituzionali: dalla proposta di un programma nazionale permanente di educazione all’intelligenza artificiale e alla cittadinanza digitale, fino all’ipotesi di incontri formativi nelle sedi parlamentari e all’introduzione di procedure più efficaci per segnalare situazioni di grave pericolo durante le dirette sulle piattaforme social.
Ne emerge una visione che non contrappone l’essere umano alla tecnologia, ma richiama la necessità di governare l’innovazione attraverso conoscenza, responsabilità e tutela della dignità personale.
Domanda. Nel libro introduce il concetto di «debito di umanità». Che cosa significa concretamente e quali sono, secondo lei, i segnali più evidenti che la nostra società stia accumulando questo debito mentre accelera sul piano tecnologico?
Valentina Pelliccia: Il «debito di umanità» è il concetto che ho elaborato per descrivere una delle contraddizioni più profonde della contemporaneità: l’asimmetria tra l’accelerazione del progresso tecnologico e la maturazione etica, emotiva e relazionale della società. Non è un indicatore economico, ma una categoria interpretativa che invita a ripensare il significato stesso di progresso.
Abbiamo costruito macchine capaci di elaborare miliardi di informazioni, ma non sempre siamo altrettanto capaci di riconoscere la sofferenza di chi ci è accanto. Abbiamo democratizzato l’accesso alla comunicazione, senza democratizzare nella stessa misura la capacità di ascoltare. La connessione è diventata permanente, la relazione non necessariamente più profonda.
Il paradosso purtroppo emerge quando una persona trova più facilmente una risposta in un sistema artificiale che attenzione nel proprio ambiente umano. Non significa che l’intelligenza artificiale possieda empatia autentica, ma che dobbiamo interrogarci sulla disponibilità dell’ascolto nella nostra società.
La questione richiama l’intelligenza emotiva studiata da Daniel Goleman, l’etica della responsabilità di Hans Jonas e la riflessione di Emmanuel Levinas sull’alterità. L’altro non è una funzione da utilizzare, ma una persona la cui vulnerabilità ci interpella.
Recentemente, durante una diretta TikTok, mi sono imbattuta in una giovane che manifestava intenzioni suicidarie. Ho cercato di ascoltarla e indirizzarla verso un aiuto adeguato. Successivamente mi ha ringraziata e continua a scrivermi. Non posso affermare di averle salvato la vita, ma quell’incontro mi ha fatto riflettere: se una persona arriva a manifestare pubblicamente una disperazione così profonda, dobbiamo chiederci quali possibilità di ascolto e assistenza abbia trovato prima di quel momento.
Da questa esperienza è nata anche la mia iniziativa di ascolto e orientamento gratuito attraverso Instagram, che vorrei estendere a TikTok, nel rispetto delle competenze dei professionisti della salute mentale.
Non possiamo attribuire automaticamente ai social media la responsabilità di ogni disagio psicologico. Talvolta rappresentano il luogo in cui una sofferenza preesistente diventa visibile. Il problema è comprendere se siamo capaci di riconoscerla e attivare una risposta.
Il debito di umanità si accumula proprio quando aumentano le possibilità di raggiungerci, ma non crescono proporzionalmente la responsabilità di esserci, la capacità di comprendere e le condizioni concrete per aiutare.
Una società non diventa più evoluta soltanto perché possiede strumenti più intelligenti. Lo diventa quando utilizza quella intelligenza per rendere meno invisibile la fragilità umana.
Domanda. Lei sostiene che l’intelligenza artificiale non vada demonizzata, ma governata. Quali competenze umane dovremmo rafforzare oggi per evitare che efficienza, automazione e comodità si traducano in una perdita di autonomia, pensiero critico e qualità delle relazioni?
Valentina Pelliccia: La prima competenza da recuperare è la capacità di pensare autonomamente. L’intelligenza artificiale può assisterci nell’elaborazione delle informazioni, ma non dovrebbe esonerarci dall’esercizio del dubbio, della verifica e del giudizio.
La psicologia cognitiva parla di cognitive offloading, ossia della delega di determinate attività mentali a strumenti esterni. È un processo che può essere vantaggioso, ma diventa problematico quando rinunciamo sistematicamente a esercitare capacità essenziali per la nostra autonomia.
Dobbiamo rafforzare il pensiero critico, la metacognizione, l’intelligenza emotiva, l’alfabetizzazione algoritmica e la responsabilità individuale. Sapere utilizzare una tecnologia non significa necessariamente comprenderne il funzionamento, gli interessi economici sottostanti o le conseguenze.
Pensiamo ai social media. Molti sistemi di raccomandazione utilizzano segnali comportamentali per prevedere quali contenuti possano interessarci. Il tempo di visualizzazione, le interazioni e altri dati possono contribuire a orientare la distribuzione dei contenuti. È l’economia dell’attenzione: una parte del valore economico delle piattaforme dipende dalla capacità di conquistare e mantenere il nostro interesse.
Occorre insegnare a distinguere ciò che cattura l’attenzione da ciò che possiede un autentico valore informativo. Un algoritmo può prevedere una preferenza senza conoscere davvero una persona. Analogamente, un sistema generativo può formulare una risposta convincente senza garantirne la veridicità.
Non possiamo pretendere di educare correttamente all’intelligenza artificiale senza una solida educazione digitale che comprenda social media, privacy, marketing comportamentale, disinformazione, manipolazione e gestione consapevole delle emozioni.
La regolamentazione europea rappresenta un passaggio fondamentale. Il Regolamento (UE) 2024/1689, noto come AI Act, introduce un quadro di governo dell’intelligenza artificiale, mentre il Digital Services Act rafforza le responsabilità delle piattaforme digitali.
Ma il diritto, da solo, non può insegnare il discernimento. Può disciplinare condotte e responsabilità; la cultura deve formare coscienze.
Per questo non auspico una società meno tecnologica, ma una società intellettualmente più autonoma. La vera libertà non consiste nell’avere infinite risposte disponibili, bensì nel conservare la capacità di comprenderle, discuterle e, quando necessario, rifiutarle.
Domanda. «Umanità 5.0» propone di rimettere la persona al centro dell’innovazione. Se dovesse indicare una priorità concreta per scuola, imprese e istituzioni, quale intervento ritiene più urgente per costruire un futuro tecnologicamente avanzato ma non umanamente più fragile?
Valentina Pelliccia: La mia priorità sarebbe un programma nazionale permanente di educazione all’intelligenza artificiale, alla cittadinanza digitale e alla responsabilità relazionale, destinato non soltanto agli studenti, ma anche a insegnanti, genitori, lavoratori e rappresentanti delle istituzioni.
Non partiamo da zero: in Italia esistono già iniziative di educazione civica digitale e linee guida ministeriali sull’intelligenza artificiale. Ritengo tuttavia necessario renderne l’applicazione più sistematica, interdisciplinare e verificabile.
Vorrei laboratori nei licei, nelle università e nei luoghi di lavoro, nei quali si insegnino non soltanto le potenzialità dell’intelligenza artificiale, ma anche il funzionamento degli algoritmi, i meccanismi della persuasione digitale, la tutela dei dati personali, il riconoscimento delle vulnerabilità e il corretto rapporto tra tecnologia e benessere psicologico.
Proporrei anche incontri formativi nelle sedi istituzionali, a partire da Montecitorio, coinvolgendo parlamentari, esperti di diritto, neuroscienze, comunicazione, pedagogia e rappresentanti delle piattaforme. Sarebbe un’occasione per avvicinare la cultura digitale alla responsabilità legislativa. Metterei volentieri a disposizione la mia esperienza nella comunicazione e nell’analisi dei fenomeni digitali, all’interno di un progetto multidisciplinare.
Un’altra proposta riguarda la sicurezza delle dirette social. Vorrei promuovere, attraverso un confronto con le piattaforme, sistemi di segnalazione immediata, facilmente accessibili anche durante le live, per situazioni di grave pericolo, con procedure di intervento proporzionate, tutela della riservatezza e collegamenti efficaci ai servizi di emergenza. Non semplici pulsanti simbolici, ma protocolli verificabili, progettati insieme a professionisti e istituzioni competenti.
La questione è anche politica ed economica. Negli Stati Uniti, Meta e altre società tecnologiche sono state coinvolte in procedimenti relativi a presunti effetti dannosi e a caratteristiche progettuali potenzialmente capaci di favorire un utilizzo problematico dei social media. Sono vicende che richiedono attenzione giuridica e scientifica, senza generalizzazioni.
Alle imprese chiederei di integrare il benessere degli utenti e la qualità delle interazioni tra gli obiettivi di progettazione, senza considerare il tempo di permanenza l’unico parametro di successo.
Alle istituzioni chiederei di misurare non soltanto la digitalizzazione dei servizi, ma anche accessibilità, comprensibilità, inclusione e capacità dei cittadini di esercitare i propri diritti.
Alla scuola affiderei il compito più importante: insegnare ai giovani non soltanto come utilizzare gli strumenti del futuro, ma come evitare di esserne utilizzati.
In fondo, Umanità 5.0 propone un nuovo patto tra tecnologia e società. L’innovazione deve ampliare le possibilità dell’essere umano, non ridurne la libertà o sostituirne la responsabilità.
Il progresso tecnologico ci dice che cosa siamo diventati capaci di fare. Il progresso umano ci chiede perché lo facciamo, per chi e con quali conseguenze.
La vera rivoluzione del nostro secolo non sarà costruire un’intelligenza artificiale sempre più simile all’uomo, ma costruire una società nella quale l’essere umano non debba sentirsi meno ascoltato, meno compreso e meno importante delle macchine che ha creato.
