(AGENPARL) - Roma, 5 Ottobre 2026 - Quando Emmanuel Macron conquistò l’Eliseo nel 2017, la promessa era molto più ambiziosa di una semplice alternanza politica. L’ex ministro dell’Economia si presentava come il presidente capace di rompere contemporaneamente con la destra e con la sinistra tradizionali, modernizzare l’economia francese, rendere il Paese più competitivo e trasformare Parigi nel motore politico di una nuova Europa. A meno di un anno dalla fine del suo secondo mandato, quella promessa si confronta con una realtà molto più difficile. Bloomberg ha dedicato alla parabola francese un’analisi dal titolo inequivocabile: “How Macron’s Decade in Power Left France Europe’s Weakest Link”. La tesi è che quasi un decennio segnato da crisi globali, errori politici e crescente ricorso alla spesa pubblica abbia lasciato la Francia con rabbia sociale, crescita debole, debito crescente e investitori sempre più diffidenti. Definire la Francia “l’anello debole d’Europa” resta una valutazione editoriale di Bloomberg, non un fatto economico incontrovertibile. Ma i numeri spiegano perché una formula tanto dura trovi oggi spazio nel dibattito finanziario internazionale.
La rivoluzione promessa da Macron
Macron arrivò al potere come il candidato della trasformazione. La Francia avrebbe dovuto diventare più favorevole agli investimenti, più flessibile nel mercato del lavoro, meno appesantita dalla burocrazia e capace di ridimensionare un modello nel quale lo Stato occupava uno spazio eccezionalmente grande nell’economia. Alcune riforme sono effettivamente state realizzate. La tassazione del capitale è stata modificata, il mercato del lavoro è stato riformato, l’età pensionabile è stata innalzata e Parigi ha attratto investimenti internazionali. Sarebbe quindi scorretto sostenere che il decennio macroniano non abbia prodotto alcun cambiamento. Il problema è diverso: la trasformazione strutturale delle finanze pubbliche non è arrivata nella misura necessaria a stabilizzare il debito. E una successione straordinaria di crisi ha reso ancora più difficile raggiungere quell’obiettivo.
Prima arrivarono i Gilet Gialli
Il primo grande segnale politico esplose nel 2018. Il tentativo di aumentare la tassazione sui carburanti, presentato anche come strumento della transizione ecologica, contribuì alla nascita del movimento dei Gilet Gialli. Quella protesta mostrò una vulnerabilità destinata ad accompagnare Macron per tutto il suo mandato: la distanza percepita tra le grandi riforme elaborate a Parigi e il costo quotidiano sostenuto da una parte della Francia periferica. Carburanti, automobile, salari, pensioni e costo della vita divennero rapidamente qualcosa di più di questioni economiche. Diventarono simboli politici. Il governo arretrò su alcune misure e aumentò gli interventi a sostegno delle famiglie. Era l’inizio di una dinamica che sarebbe diventata molto più evidente negli anni successivi: ogni grande crisi avrebbe trovato nello Stato il principale ammortizzatore.
Poi arrivò la pandemia
Il Covid cambiò completamente le regole fiscali. Come praticamente tutti i governi europei, Parigi aprì i cordoni della borsa per impedire il collasso di imprese e occupazione. Il principio del quoi qu’il en coûte — costi quel che costi — divenne la formula simbolica della risposta francese. Fu una scelta presa durante un’emergenza eccezionale e non esclusivamente francese, ma ebbe conseguenze durature. Poi arrivarono la guerra in Ucraina, lo shock del gas, l’inflazione energetica e gli interventi necessari per proteggere famiglie e imprese. Secondo la ricostruzione riportata nel materiale citato, pandemia e crisi energetica hanno comportato circa 262 miliardi di euro di interventi pubblici. Il presidente arrivato all’Eliseo promettendo una rivoluzione economica si ritrovò così, per necessità politica e gestione delle emergenze, a utilizzare ripetutamente proprio lo strumento che avrebbe dovuto ridimensionare: la spesa pubblica.
Il problema arriva quando l’emergenza diventa struttura
Spendere durante una pandemia non dimostra di per sé irresponsabilità fiscale. Proteggere famiglie e imprese durante uno shock energetico non equivale automaticamente a cattiva politica economica. La questione è ciò che accade dopo. Quando l’emergenza termina, bisogna riportare deficit e debito su una traiettoria sostenibile. Ed è precisamente qui che la Francia incontra oggi le difficoltà maggiori. La Commissione europea, nelle previsioni riportate nel testo, stimava per la Francia una crescita di appena 0,8% nel 2026, un deficit pubblico pari al 5,1% del PIL e un debito al 118,1% del PIL. A politiche invariate, il debito sarebbe destinato a superare il 120% nel 2027. Sono numeri difficili perché combinano tre problemi: crescita debole, deficit elevato e costo crescente del servizio del debito.
Il debito diventa più pericoloso quando il denaro costa di più
Per molti anni la Francia, come gran parte dell’Europa, ha potuto convivere relativamente facilmente con un debito elevato perché i tassi d’interesse erano bassissimi. Quel mondo è finito. Secondo i dati riportati nell’articolo, gli interessi sul debito pubblico francese sono saliti al 2,2% del PIL nel 2025 e sono previsti al 2,6% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. Questo significa che una quota crescente delle entrate pubbliche deve essere destinata semplicemente a finanziare il debito accumulato. Sono risorse che non possono contemporaneamente finanziare scuole, ospedali, difesa, infrastrutture, transizione energetica o riduzioni fiscali. Ed è qui che il problema finanziario diventa politico.
I mercati hanno iniziato a mandare un messaggio
Il 5 ottobre l’euro è sceso ai minimi da 17 mesi contro il dollaro mentre aumentavano le preoccupazioni per la situazione fiscale e politica francese. Secondo la ricostruzione contenuta nell’articolo, il rendimento dei titoli francesi a dieci anni si è avvicinato al 5% e lo spread rispetto ai Bund tedeschi ha superato i 150 punti base. Il mercato non sta dicendo che la Francia sia insolvente e non sta dicendo che Parigi sia la nuova Grecia del 2010. Un paragone simile sarebbe fuorviante per dimensioni economiche, struttura finanziaria e capacità fiscale. Sta dicendo qualcosa di più semplice: prestare denaro alla Francia viene percepito come più rischioso rispetto al passato. E quindi gli investitori chiedono un premio maggiore.
Il circolo vizioso del debito
Qui può nascere una dinamica pericolosa. Il debito aumenta, gli investitori diventano più prudenti, i rendimenti salgono, rifinanziare il debito diventa più costoso, gli interessi aumentano e il deficit diventa più difficile da ridurre. Servono nuove tasse o tagli, la politica li ostacola e gli investitori diventano ancora più prudenti. È il motivo per cui la credibilità fiscale non è un concetto astratto: una volta deteriorata, costa denaro reale. La Francia prevede per il 2027 un’emissione record di circa 340 miliardi di euro di debito, mentre una parte dei titoli emessi negli anni dei tassi bassissimi dovrà essere rifinanziata a costi molto superiori. Il governo ha presentato un piano che punta a circa 54 miliardi di euro di risparmi e interventi per ridurre il deficit, ma deve farlo approvare da un Parlamento politicamente frammentato.
Ed è qui che l’economia incontra la crisi politica. Macron non possiede più la maggioranza parlamentare che caratterizzò la prima fase della sua presidenza. La decisione di sciogliere l’Assemblée Nationale e convocare elezioni anticipate nel 2024 ha prodotto una frammentazione che ha reso molto più difficile costruire maggioranze stabili. Da quel momento ogni bilancio è diventato una battaglia. Ogni taglio genera opposizione, ogni aumento fiscale genera opposizione e ogni tentativo di riforma può trasformarsi in una crisi di governo. Nel testo viene inoltre ricordato che Moody’s mantiene sul rating sovrano francese un outlook negativo e considera la capacità delle istituzioni di affrontare le sfide fiscali un elemento decisivo per la valutazione futura.
La battaglia finale del macronismo sarà il bilancio
Non una grande riforma europea, non un nuovo progetto diplomatico, non un discorso alla Sorbona. Il vero test conclusivo potrebbe essere molto più prosaico: far tornare i conti. Il governo punta a ridurre il deficit attraverso una combinazione di congelamenti, risparmi e modifiche fiscali. La difficoltà consiste nel fatto che l’aggiustamento arriva proprio quando la crescita è debole e la società è politicamente esasperata. Tagliare troppo può deprimere ulteriormente l’economia. Tagliare troppo poco può spaventare i mercati. Aumentare le tasse può provocare nuove proteste. Non aumentarle significa trovare risparmi ancora più profondi. È il classico problema di un governo che possiede sempre meno capitale politico proprio quando avrebbe bisogno di utilizzarne di più.
La Francia scopre la disciplina del mercato
Per anni il dibattito sul debito europeo ha riguardato soprattutto Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. La Francia poteva presentarsi come parte del nucleo politico dell’eurozona insieme alla Germania. Ora quella geografia sta cambiando. Il dato simbolicamente più potente non è neppure il livello assoluto del debito, ma il differenziale dei rendimenti richiesti dagli investitori. Quando il mercato comincia a separare più nettamente il rischio francese da quello tedesco, sta dicendo che la vecchia equivalenza politica tra Parigi e Berlino non coincide necessariamente con un’equivalenza finanziaria. E questo conta enormemente nell’architettura dell’euro.
La BCE non può semplicemente cancellare il problema
Durante le precedenti crisi dell’eurozona, la Banca centrale europea ha svolto un ruolo decisivo nel contenimento della frammentazione finanziaria. Ma la situazione francese presenta un problema particolare. Come ricorda il testo, un eventuale intervento attraverso strumenti anti-frammentazione incontra ostacoli perché la Francia è sottoposta alla procedura europea per deficit eccessivo e l’aumento dei rendimenti viene interpretato almeno in parte come risposta a problemi fiscali fondamentali. In altre parole, la BCE può combattere una crisi di liquidità o una frammentazione ingiustificata. Non può sostituirsi indefinitamente alla politica fiscale di uno Stato.
Macron voleva guidare l’Europa. Ora la Francia rischia di condizionarla
La Francia non è un piccolo membro dell’eurozona. È una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, seconda grande economia dell’Unione e pilastro politico dell’integrazione europea. Se perde credibilità fiscale, il problema non rimane francese. Aumenta il premio al rischio europeo, complica il lavoro della BCE, indebolisce l’euro, riduce lo spazio per investimenti comuni, rende più difficile finanziare la difesa e complica la transizione energetica. Soprattutto, indebolisce l’asse franco-tedesco proprio mentre l’Europa deve affrontare simultaneamente Russia, Ucraina, Cina, Stati Uniti, sicurezza energetica e competizione tecnologica. È questo il significato più profondo dell’espressione “anello debole”: non significa che la Francia sia improvvisamente un Paese debole, ma che una debolezza francese può diventare rapidamente una debolezza europea.
C’è anche un problema di eredità politica
Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo nel 2027. Il movimento politico costruito intorno alla sua figura dovrà quindi dimostrare di poter sopravvivere al proprio fondatore. Ed è tutt’altro che scontato. Il macronismo è nato distruggendo il tradizionale bipolarismo francese, svuotando parte del centrodestra e parte del centrosinistra e costruendo una maggioranza presidenziale intorno alla figura di Macron. Ma proprio questo successo ha prodotto una vulnerabilità: che cosa rimane quando Macron non può più essere candidato? Un partito, una cultura politica, una coalizione elettorale oppure soprattutto una macchina costruita intorno a un presidente? È una delle grandi domande del 2027.
Le Pen e la sinistra radicale aspettano
Anche qui serve precisione. I sondaggi possono cambiare rapidamente e le candidature del 2027 non sono ancora definitivamente cristallizzate. Ma la frammentazione del centro alimenta le forze che contestano più radicalmente l’eredità macroniana. Il Rassemblement National rappresenta la principale pressione da destra. A sinistra, le forze riconducibili alla France Insoumise e alla sinistra radicale contestano buona parte dell’agenda economica e sociale degli ultimi anni. Questo significa che il prossimo presidente potrebbe non limitarsi a modificare il macronismo, ma tentare di smontarne parti sostanziali. Ed è precisamente ciò che preoccupa i mercati: non soltanto il deficit di oggi, ma l’incertezza sulla politica economica di domani.
Il vero fallimento sarebbe lasciare un Paese impossibile da riformare
Il giudizio sul decennio Macron richiede più equilibrio di quanto suggeriscano gli slogan. La Francia ha attratto investimenti, ha migliorato alcuni aspetti della competitività, ha ridotto la disoccupazione rispetto ai livelli precedenti e ha realizzato riforme che per decenni erano state considerate politicamente quasi impossibili. Ma il problema fondamentale rimane: lo Stato continua a spendere molto, il deficit rimane elevato, il debito continua a crescere, la crescita è modesta e il consenso necessario per correggere la traiettoria sembra essersi ridotto. Questa è forse la contraddizione più profonda del macronismo: un presidente eletto per rendere la Francia più facilmente riformabile potrebbe lasciare una Francia politicamente ancora più difficile da riformare.
Le crisi globali spiegano molto, ma non spiegano tutto
Sarebbe troppo semplice attribuire l’intera traiettoria fiscale francese a Macron. Il presidente ha governato durante una successione di shock straordinari: pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, inflazione, rialzo dei tassi, tensioni commerciali e nuove esigenze di difesa. Tutti hanno richiesto denaro e tutti hanno ridotto lo spazio fiscale. Ma proprio questo conduce alla domanda fondamentale: se ogni nuova crisi richiede decine di miliardi di intervento pubblico, quanto margine deve conservare uno Stato durante gli anni normali per poter affrontare quelli eccezionali? La Francia entra nella prossima fase della storia europea con quel margine molto più ristretto.
Il 2027 sarà un referendum molto più grande di Macron
Le prossime elezioni presidenziali non decideranno soltanto chi entrerà all’Eliseo. Decideranno quale risposta la Francia intende dare a una domanda che attraversa ormai tutte le democrazie occidentali: come conciliare uno Stato sociale molto esteso con crescita debole, popolazione che invecchia, spese militari crescenti, transizione energetica e costo del debito molto più elevato? Non esistono soluzioni indolori. Tagliare significa scegliere. Tassare significa scegliere. Indebitarsi significa rimandare la scelta pagando interessi. Ed è precisamente quest’ultima opzione che sta diventando sempre più costosa.
La Francia non è la Grecia. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare l’Europa
Una crisi in una piccola economia dell’eurozona può essere contenuta con enormi difficoltà ma con risorse relativamente limitate. La Francia è diversa. È troppo grande economicamente, troppo importante finanziariamente e troppo centrale politicamente perché una grave crisi di fiducia possa essere considerata un problema esclusivamente nazionale. Il debito francese è una componente fondamentale del mercato obbligazionario europeo, le sue banche sono sistemiche e la sua economia è intrecciata con quella dell’intero continente. Per questo l’espressione “anello debole” deve essere letta con cautela, ma non liquidata. La Francia non è sull’orlo del default. È però diventata uno dei principali punti nei quali politica, debito e credibilità dell’eurozona si incontrano.
Il paradosso finale del macronismo
Macron era arrivato all’Eliseo promettendo di liberare la Francia dall’immobilismo. Voleva dimostrare che riformismo economico, europeismo e apertura internazionale potevano produrre contemporaneamente crescita, sovranità e stabilità. Quasi dieci anni dopo, il verdetto è molto più ambiguo. La Francia è stata riformata, ma non abbastanza da stabilizzare le finanze pubbliche. Ha protetto famiglie e imprese durante crisi eccezionali, ma accumulando nuovo debito. Ha cercato di guidare l’Europa mentre il proprio sistema politico diventava progressivamente più frammentato. Ha difeso l’integrazione europea mentre cresceva internamente il consenso per le forze che vogliono cambiarla radicalmente. E adesso il mercato sta presentando il conto.
Il vero test dell’eredità di Macron non sarà stabilire se abbia vinto tutte le battaglie politiche del suo decennio. Sarà capire se le riforme realizzate avranno lasciato alla Francia abbastanza forza economica e istituzionale per correggere ciò che non è stato risolto. Perché il rischio più grande non è che nel 2027 finisca il macronismo. I movimenti politici nascono e muoiono. Il rischio è che il prossimo presidente erediti un Paese nel quale tutti riconoscono la necessità di cambiare i conti, ma nessuna maggioranza politica sia disposta ad accettare il prezzo del cambiamento. Ed è allora che la definizione di Bloomberg smetterebbe di essere soltanto un titolo provocatorio. Diventerebbe un problema per tutta l’Europa.
