(AGENPARL) - Roma, 5 Ottobre 2026 - L’inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza sul Corriere della Sera conferma, con i numeri, ciò che denuncio da tempo: il ceto medio pensionato è stato impoverito a colpi di legge, e a denunciarlo è un’inchiesta giornalistica, non l’opposizione di Palazzo.
Chi oggi prende 2.826 euro lordi al mese, circa 1.917 netti, tra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro lordi. Come lui sono circa 3,3 milioni di persone. Il Centro studi Itinerari previdenziali colloca il ceto medio tra 2.400 e 5.300 euro lordi. Non sono pensioni d’oro. Sono il frutto di una vita di contributi. Tra il 2023 e il 2025, con il ritorno al sistema a classi, a questi assegni sono stati sottratti altri 14.519 euro lordi. In soli due anni, 2023 e 2024, il governo Meloni ha risparmiato 10 miliardi sulla rivalutazione. Dieci miliardi, non un’inezia di bilancio: un prelievo sul potere d’acquisto di chi non può più rinnovare un contratto.
Richiamo i miei interventi: sul Libro bianco Inps, il 31 luglio 2025, ho definito quella riforma un esercizio teorico se non si esce a 60 anni, con sistema retributivo, per i redditi fino a 60.000 euro, con riscatto gratuito della laurea e pensioni minime adeguate; il 22 dicembre 2025 ho chiesto il superamento della legge Fornero, che resta una soglia assassina a 67 anni; il 4 agosto 2026 ho detto a Conte di smettere il teatrino delle poltrone e mettere in programma le pensioni, finanziandole con tassazione equa delle big tech, recupero dell’evasione e taglio delle spese militari non essenziali; il 9 agosto 2025 ho chiesto una protesta a oltranza contro un governo che colpisce anziani e lavoratori.
Il punto che nessuno vuole nominare è più antico di Meloni. Nel 1992, con la riforma Amato, fu abolita la scala mobile. Da allora nessun governo — di centro, di centrosinistra, tecnico, di centrodestra — ha pensato di ripristinarla. Le pensioni non seguono più i salari. Seguono un’inflazione recuperata a singhiozzo, con regole cambiate quindici volte in trent’anni. L’Ocse definisce il meccanismo italiano «quasi discrezionale». Il patto tra lo Stato e chi ha versato per una vita è saltato, e non l’ha fatto saltare un solo esecutivo.
A questo si aggiunge la spinta verso la gestione privata dei contributi. Spostare il risparmio previdenziale obbligatorio nelle mani dei fondi significa esporre i cittadini a rischi di mercato che non hanno scelto, commissioni, e a un rendimento che non è un diritto. La pensione pubblica non è un prodotto finanziario. È salario differito.
Lo stesso segno si legge sul Tfr e sul Tfs dei dipendenti pubblici. La Corte costituzionale, con le sentenze 159/2019 e 130/2023 e con l’ordinanza 25/2026, ha già detto che attese di anni e rateizzazione ledono il diritto a una retribuzione adeguata. Il Parlamento ha ridotto il primo rinvio da dodici a nove mesi e si è fermato lì, con la Consulta che ha fissato al 14 gennaio 2027 il termine per una riforma vera, altrimenti la norma cade, con un impatto stimato fino a 15,6 miliardi. Non applicare una sentenza della Corte è il segnale di una rapacità che non ha nulla della destra sociale da cui la carriera di Giorgia Meloni è partita. Non c’è intenzione di politiche sociali in questa legislatura, e non ce ne sarà traccia in una eventuale prossima.
Non è meglio la sinistra delle poltrone. Conte tace sulle pensioni e discute di leadership. A ricostruire lo sfruttamento del ceto medio è Gabanelli, non l’opposizione attuale.
Serve un soggetto politico nuovo, fuori dal ricambio tra chi fa cassa sui pensionati e chi amministra il malcontento. Beppe Grillo, con la battaglia sul simbolo e l’idea di un movimento che rimetta al centro reddito, pensioni e Stato sociale, è oggi una speranza concreta. Non nostalgia: un’alternativa.
Lo dichiara Marinella Pacifico, già senatrice della Repubblica, XVIII legislatura.
