(AGENPARL) - Roma, 25 Settembre 2026 - Dopo quasi quarant’anni l’Italia riapre formalmente la porta all’energia nucleare. Ma tra decidere di tornare all’atomo e produrre il primo megawatt nucleare esiste una distanza enorme.
Ed è proprio in quella distanza che si giocherà la vera partita.
Il 23 settembre il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sull’energia nucleare sostenibile, dopo il precedente passaggio alla Camera. Il provvedimento non autorizza la costruzione immediata di una centrale: consegna al governo il compito di ricostruire entro dodici mesi il quadro normativo necessario per rendere nuovamente possibile il nucleare in Italia.
Dovranno essere definite le regole per autorizzazioni, sicurezza, localizzazione degli impianti, gestione dei rifiuti radioattivi, ricerca e formazione.
È quindi l’inizio di un percorso, non il suo punto di arrivo.
Ed è una distinzione fondamentale, perché mentre la politica italiana torna a discutere di reattori, il sistema energetico europeo sta cambiando a una velocità molto maggiore rispetto ai tempi con cui normalmente vengono costruite le infrastrutture nucleari.
L’Italia non ha ancora deciso dove costruire una centrale
Il voto del Parlamento rappresenta una svolta politica importante, ma non significa che domani inizieranno i cantieri.
Non è stato ancora scelto un sito. Non è stato selezionato un modello di reattore. Non esiste ancora il nuovo sistema autorizzativo completo. Non è stata definita la struttura finanziaria dei futuri progetti.
Prima di vedere una centrale operativa dovranno quindi essere superate numerose fasi.
Il governo dovrà emanare i decreti legislativi previsti dalla delega, costruire il sistema regolatorio, individuare le tecnologie ammissibili, stabilire criteri per i siti e affrontare il tema della gestione dei rifiuti.
Poi inizierà la parte più difficile: trasformare una strategia energetica in infrastrutture reali.
Perché l’Italia torna a parlare di atomo
Il contesto è profondamente diverso da quello del 1987.
Allora il referendum arrivò un anno dopo l’incidente di Chernobyl e aprì la strada all’uscita italiana dalla produzione elettronucleare. L’ultimo reattore venne spento nel 1990.
Nel 2011, dopo Fukushima, un nuovo referendum bloccò un altro tentativo di rilancio.
Oggi la discussione nasce invece all’interno di una combinazione di problemi energetici, industriali e geopolitici.
La crisi energetica europea ha mostrato quanto possa essere costosa una forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Allo stesso tempo, gli obiettivi climatici richiedono una progressiva elettrificazione di trasporti, riscaldamento e industria.
A questa domanda tradizionale si aggiunge ora un nuovo gigantesco consumatore: l’economia digitale.
Data center, cloud e intelligenza artificiale stanno trasformando l’accesso all’elettricità in un fattore di competitività industriale.
Non basta più chiedersi quanto costa un megawattora.
Bisogna chiedersi se quel megawattora sarà disponibile quando servirà.
La nuova scommessa italiana si chiama SMR
Il ritorno italiano non dovrebbe riprodurre semplicemente il modello delle grandi centrali costruite nel Novecento.
Il governo punta in particolare sui piccoli reattori modulari, gli SMR, e sulle tecnologie nucleari avanzate.
L’idea è costruire reattori di dimensioni inferiori, maggiormente standardizzati e potenzialmente replicabili in serie.
In teoria, la modularità dovrebbe consentire di ridurre alcuni dei problemi che hanno caratterizzato i grandi progetti nucleari: cantieri giganteschi, investimenti iniziali elevati e tempi di costruzione molto lunghi.
Gli SMR potrebbero inoltre essere utilizzati non soltanto per produrre elettricità, ma anche per fornire calore a processi industriali, reti di teleriscaldamento e altre applicazioni.
È una prospettiva particolarmente interessante per un Paese manifatturiero come l’Italia.
Ma esiste un problema.
Gli SMR devono ancora dimostrare di poter mantenere le promesse
Il vantaggio economico degli SMR deriva in larga parte da un concetto industriale: costruire molti reattori simili, standardizzare i componenti e spostare una parte crescente della produzione dal cantiere alla fabbrica.
È la stessa logica che ha permesso ad altre tecnologie di abbattere i costi attraverso la produzione seriale.
Ma perché funzioni servono ordini.
Molti ordini.
Un singolo piccolo reattore non beneficia necessariamente delle economie di scala di una grande centrale. La convenienza dovrebbe emergere costruendo flotte di unità standardizzate.
L’Europa deve quindi evitare un paradosso: sviluppare decine di progetti nazionali differenti, ciascuno con normative, fornitori e tecnologie diverse, perdendo proprio quella standardizzazione che dovrebbe rendere competitivo il modello SMR.
La BEI entra negli SMR: un precedente importante per l’Europa
Il riferimento agli SMR è particolarmente attuale.
Pochi giorni prima del voto italiano, la Banca europea per gli investimenti ha compiuto un passo significativo finanziando per la prima volta direttamente un progetto legato alla tecnologia SMR.
La BEI ha messo a disposizione fino a 40 milioni di euro della finlandese Steady Energy, società impegnata nello sviluppo di piccoli reattori modulari destinati in particolare alla produzione di calore.
L’importanza dell’operazione supera ampiamente la sua dimensione finanziaria.
L’ingresso della banca dell’Unione Europea nel settore segnala infatti che gli SMR stanno progressivamente passando dalla fase della ricerca e delle dimostrazioni tecnologiche a quella della costruzione di una possibile industria nucleare europea.
La Commissione europea guarda all’inizio degli anni Trenta come all’orizzonte nel quale potrebbero entrare in funzione i primi SMR e AMR europei.
Questo calendario coincide quasi perfettamente con quello su cui dovrà misurarsi anche l’Italia.
La conseguenza è che Roma non sta decidendo semplicemente se tornare al nucleare. Sta decidendo se partecipare fin dall’inizio alla costruzione di un mercato europeo che potrebbe definire tecnologie, standard, catene di fornitura e competenze industriali per i decenni successivi.
EDF punta a dieci SMR europei entro il 2035. E guarda anche all’Italia
C’è poi un secondo elemento che riguarda direttamente il nostro Paese.
EDF ha annunciato l’obiettivo di sviluppare dieci SMR nell’Unione Europea entro il 2035, attraverso il programma Nuward, includendo tra le prospettive anche un progetto italiano realizzato insieme a partner industriali locali.
È un passaggio strategicamente importante.
La Francia possiede la più grande industria nucleare dell’Unione Europea e una filiera che comprende progettazione dei reattori, produzione di componenti, gestione del combustibile, ingegneria, manutenzione e trattamento dei rifiuti.
Se il progetto italiano dovesse concretizzarsi, il ritorno al nucleare potrebbe quindi iniziare non attraverso una grande centrale tradizionale, ma mediante la partecipazione a una nuova piattaforma industriale europea basata sui piccoli reattori modulari.
Per l’Italia si aprirebbe così una scelta fondamentale.
Essere un mercato nel quale installare tecnologie sviluppate altrove oppure entrare nella catena industriale che quelle tecnologie dovrà costruire.
L’Europa sta cercando una scala industriale
Il punto decisivo degli SMR è proprio questo.
Un reattore modulare ha senso economico soprattutto se smette di essere un progetto unico e diventa un prodotto industriale replicabile.
Dieci reattori costruiti con la stessa architettura possono creare economie che un singolo progetto non può ottenere.
Cinquanta possono cambiare ulteriormente la struttura dei costi.
La standardizzazione permette di produrre componenti in fabbrica, replicare procedure autorizzative, formare personale specializzato e costruire catene di fornitura stabili.
In questa prospettiva, il futuro del nucleare italiano potrebbe dipendere molto più dall’Europa di quanto accadesse nel programma nucleare del Novecento.
La vera scala economica degli SMR potrebbe infatti non essere nazionale.
Potrebbe essere europea.
Anche l’Europa sta cambiando
Il ritorno italiano avviene mentre una parte dell’Europa sta rivalutando il ruolo dell’atomo.
La Francia continua a considerare il nucleare una componente centrale del proprio sistema elettrico. Polonia, Repubblica Ceca, Romania e altri Paesi stanno sviluppando o pianificando nuovi progetti, mentre diversi governi guardano agli SMR.
L’intervento della BEI e i programmi annunciati da grandi operatori come EDF indicano che la discussione sta progressivamente cambiando natura.
Non si parla più soltanto di mantenere in funzione le centrali esistenti.
Si comincia a discutere di come creare una nuova generazione di tecnologie nucleari europee.
Ed è precisamente in questa fase che l’Italia sta rientrando nella partita.
Ma il vero problema italiano è il calendario
È qui che il dibattito sul ritorno al nucleare incontra la realtà.
L’Italia ha bisogno di nuova energia prima che la futura industria nucleare possa ragionevolmente produrla.
Anche procedendo rapidamente, bisognerà approvare i decreti, definire la regolamentazione, selezionare le tecnologie, individuare i siti, ottenere le autorizzazioni, organizzare i finanziamenti e infine costruire gli impianti.
L’inizio degli anni Trenta rappresenta già un calendario estremamente ambizioso.
Nel frattempo la domanda elettrica non resterà ferma.
L’elettrificazione dell’industria, le pompe di calore, la mobilità elettrica e soprattutto la crescita dei data center possono aumentare il fabbisogno ben prima che il primo nuovo reattore italiano entri in servizio.
Il nucleare può quindi essere una risposta agli anni Trenta e Quaranta.
Non può essere considerato da solo la risposta ai prossimi cinque anni.
Il rischio è costruire il sistema energetico sempre in ritardo
Questa è forse la questione più importante.
Le infrastrutture energetiche hanno tempi lunghi. La tecnologia digitale ha tempi brevissimi.
Un nuovo modello di intelligenza artificiale può modificare la domanda di capacità di calcolo nel giro di mesi. Una grande infrastruttura elettrica può richiedere dieci anni.
Un data center può essere progettato e realizzato molto prima di una nuova centrale nucleare.
Se la disponibilità di energia diventa un criterio per decidere dove costruire i grandi poli di calcolo, aspettare gli anni Trenta potrebbe significare perdere investimenti negli anni Venti.
Il problema italiano non è quindi scegliere tra nucleare e rinnovabili.
È riuscire a costruire abbastanza capacità energetica durante la transizione verso un sistema che potrebbe includere anche il nucleare.
Servirà energia prima del primo reattore
Nei prossimi anni l’Italia dovrà continuare a investire in solare, eolico, accumuli, reti, interconnessioni e generazione programmabile.
Il nucleare eventualmente arriverà dopo.
La politica energetica deve quindi ragionare su due orizzonti contemporaneamente.
Nel breve periodo bisogna garantire energia disponibile e prezzi sostenibili.
Nel lungo periodo bisogna costruire un sistema capace di fornire grandi quantità di elettricità decarbonizzata e programmabile.
Confondere i due orizzonti sarebbe un errore.
Il nucleare non può risolvere oggi un problema di capacità che si manifesterà domani mattina. Ma escluderlo oggi potrebbe significare ritrovarsi negli anni Trenta senza una delle opzioni disponibili per soddisfare una domanda elettrica molto più grande.
Il nodo delle scorie non è scomparso
C’è poi una questione che precede persino la costruzione delle nuove centrali.
L’Italia deve ancora completare il percorso per una soluzione nazionale definitiva alla gestione dei rifiuti radioattivi derivanti dal precedente programma nucleare e da altre attività.
È un problema politico oltre che tecnico.
Un Paese che vuole riaprire la stagione nucleare deve dimostrare di saper gestire l’intero ciclo di vita della tecnologia: progettazione, esercizio, sicurezza, decommissioning e rifiuti.
Non basta decidere come costruire nuovi reattori.
Bisogna decidere cosa accade dopo.
E poi bisognerà scegliere dove costruirli
Probabilmente sarà questo uno dei passaggi politicamente più complessi.
Essere favorevoli al nucleare in astratto è molto diverso dall’accettare una centrale nel proprio territorio.
Localizzazione, sicurezza, disponibilità di acqua, connessione alla rete, caratteristiche geologiche e consenso delle comunità diventeranno elementi centrali.
Gli SMR potrebbero modificare parzialmente questa equazione grazie alle dimensioni inferiori e alla possibilità di essere collocati vicino a grandi poli industriali.
Ma non elimineranno il problema del consenso.
Ed è qui che il calendario potrebbe nuovamente allungarsi.
Il nucleare è anche politica industriale
C’è infine un aspetto spesso trascurato.
Se l’Italia tornerà realmente all’atomo, dovrà decidere se vuole essere semplicemente un acquirente di reattori stranieri oppure partecipare alla nuova filiera industriale.
Il Paese possiede competenze nella meccanica, nell’ingegneria, nelle costruzioni, nei componenti, nei sistemi energetici e nel decommissioning.
Una nuova industria nucleare europea potrebbe quindi rappresentare non soltanto una fonte di elettricità, ma un mercato industriale.
L’ingresso della BEI nel finanziamento degli SMR e i programmi europei di EDF rendono questa domanda ancora più urgente.
Se l’Europa riuscirà realmente a costruire una flotta standardizzata di piccoli reattori, la fase nella quale vengono scelti partner, fornitori e tecnologie sarà probabilmente molto più importante di quella nella quale inizieranno materialmente i cantieri.
Chi entra nella filiera adesso potrebbe partecipare alla costruzione dei reattori futuri.
Chi entra quando il mercato sarà già consolidato rischia semplicemente di comprarli.
La vera domanda non è più “nucleare sì o no”
Dopo quasi quarant’anni, il Parlamento ha cambiato il punto di partenza della discussione.
Il nucleare torna formalmente tra le opzioni energetiche dell’Italia.
Contemporaneamente l’Europa sta iniziando a costruire il quadro finanziario e industriale per una nuova generazione di piccoli reattori: la BEI ha effettuato il suo primo investimento negli SMR, la Commissione guarda ai primi impianti europei all’inizio degli anni Trenta ed EDF punta a una flotta di dieci unità entro il 2035, con l’Italia tra i mercati considerati.
Questo cambia la dimensione della scelta italiana.
Non riguarda soltanto quanti megawatt nucleari produrre.
Riguarda quale ruolo il Paese vuole avere nella nuova industria nucleare europea.
Ma l’approvazione di una legge non produce elettricità.
Ora comincia la parte difficile.
Bisognerà scegliere tecnologie, definire regole, individuare siti, costruire consenso, risolvere il problema dei rifiuti, trovare capitali e creare una filiera industriale.
E soprattutto bisognerà farlo abbastanza velocemente da rendere il nucleare rilevante quando l’Italia avrà bisogno di quella capacità.
Perché il rischio più grande non è soltanto costruire una centrale troppo costosa.
È costruirla troppo tardi.
L’Italia sta tornando al nucleare dopo quasi quarant’anni. La vera misura del successo, però, non sarà la data della legge che ne ha riaperto la porta.
Sarà la data in cui il primo nuovo megawatt nucleare entrerà realmente nella rete elettrica italiana.
