(AGENPARL) - Roma, 11 Agosto 2026 - L’epidemia del ceppo Bundibugyo entra in una fase critica: oltre 1.800 morti, bambini tra le principali vittime, servizi sanitari al collasso e nuove sperimentazioni cliniche per fermare il contagio
L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha raggiunto un punto di svolta estremamente preoccupante. Per la prima volta il virus Bundibugyo si è diffuso nei campi per sfollati interni, luoghi dove il sovraffollamento, la scarsità di acqua potabile, le condizioni igienico-sanitarie precarie e la continua instabilità rappresentano un ambiente ideale per la propagazione della malattia.
Secondo le Nazioni Unite, almeno diciannove persone ospitate nei campi sono risultate contagiate e cinque hanno già perso la vita. L’arrivo del virus in questi insediamenti umanitari alimenta il timore di una rapida accelerazione dell’epidemia tra una popolazione estremamente vulnerabile, composta da milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dei conflitti armati.
L’allarme dell’UNHCR: l’epidemia entra nei campi per sfollati
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) conferma che almeno cinque dei 69 siti di accoglienza per sfollati presenti nella provincia di Ituri hanno già registrato casi confermati di Ebola, compresi diversi decessi.
Secondo l’agenzia ONU, la situazione rischia di peggiorare rapidamente a causa di una combinazione di fattori che rende estremamente difficile contenere il contagio. Il sovraffollamento dei campi impedisce il distanziamento tra le persone, mentre la carenza di acqua potabile e di servizi igienici favorisce la diffusione delle infezioni. A tutto ciò si aggiungono la sfiducia di parte della popolazione nei confronti delle autorità sanitarie e la diffusione di informazioni false, che rallentano la diagnosi precoce e ostacolano misure fondamentali come il tracciamento dei contatti e le sepolture sicure.
Oltre 4,4 milioni di persone vivono in condizioni di estrema vulnerabilità
L’emergenza sanitaria si sovrappone a una delle più gravi crisi umanitarie dell’Africa.
Le province coinvolte dall’epidemia ospitano infatti circa 4,4 milioni di persone sfollate, tra cui:
- 3,8 milioni di sfollati interni;
- oltre 274.000 rifugiati e richiedenti asilo;
- circa 290.000 rimpatriati.
Nella sola provincia dell’Ituri vivono inoltre oltre 46.000 rifugiati provenienti dal Sud Sudan, molti dei quali risiedono nelle immediate vicinanze dell’epicentro dell’epidemia.
La continua mobilità della popolazione rende estremamente complesso il monitoraggio epidemiologico e aumenta il rischio di trasmissione verso nuove aree.
Guerra ed Ebola: una doppia emergenza
L’epidemia si sviluppa in un contesto già segnato dalla violenza armata.
Nelle ultime settimane la provincia di Ituri è stata teatro di nuovi attacchi contro civili, con decine di vittime e numerosi rapimenti. Anche nella vicina provincia del Nord Kivu, nel territorio di Beni, almeno tre civili sono stati uccisi in un attacco armato.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), migliaia di persone sono state costrette a fuggire nuovamente, aggravando ulteriormente una situazione già estremamente fragile.
L’UNHCR evidenzia come la sovrapposizione tra spostamenti di popolazione, conflitti armati e diffusione dell’Ebola rappresenti una delle sfide sanitarie più difficili degli ultimi anni. Gli attacchi contro il personale sanitario e le continue migrazioni rendono infatti estremamente difficile interrompere le catene di trasmissione.
Quasi quattromila casi e oltre 1.800 vittime
Secondo gli ultimi dati disponibili, l’epidemia continua ad accelerare.
Le province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé e Tshopo hanno registrato complessivamente:
- 3.973 casi confermati;
- oltre 1.801 decessi;
- la sola provincia di Ituri rappresenta quasi l’87% delle infezioni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnala che, nelle aree più colpite, il numero dei nuovi contagi è addirittura raddoppiato nell’arco di una sola settimana.
Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto una risposta internazionale “urgente e massiccia”, con un rafforzamento immediato dell’assistenza sanitaria, della sorveglianza epidemiologica, del tracciamento dei contatti e delle procedure di sepoltura sicura, considerate essenziali per interrompere la trasmissione del virus.
I bambini pagano il prezzo più alto
L’UNICEF descrive una situazione particolarmente drammatica per i minori.
Sono già stati confermati 743 casi pediatrici tra bambini e adolescenti fino a 17 anni, con 330 decessi.
Ma gli effetti dell’epidemia vanno ben oltre il contagio diretto.
Tra aprile e giugno 2026 l’utilizzo dei servizi sanitari essenziali è diminuito del 42% nelle principali aree interessate dall’epidemia, tra cui Bunia, Mongbwalu, Nizi e Rwampara.
Anche le vaccinazioni infantili hanno subito un forte rallentamento.
Nelle aree più colpite:
- la prima dose del vaccino contro il morbillo è diminuita del 69% a Mongbwalu;
- la terza dose del vaccino pentavalente è calata del 22%;
- la seconda dose del vaccino contro il morbillo è diminuita del 18%.
Nel solo periodo tra maggio e giugno sono state somministrate oltre 23.000 dosi in meno di vaccini pediatrici rispetto al mese di aprile.
Anche la salute materna sta subendo pesanti conseguenze: il numero dei parti assistiti è diminuito del 13% nell’intera provincia, con cali ancora più marcati a Bunia, Rwampara e Nizi.
Secondo John Agbor, rappresentante dell’UNICEF nella RDC, alcune strutture sanitarie sono praticamente deserte. Un medico ha riferito che il proprio centro, che prima dell’epidemia curava circa 500 pazienti al mese, oggi riceve quasi nessuno, segno della crescente paura della popolazione.
Riprendono i rimpatri sotto stretto controllo sanitario
Nonostante l’emergenza, l’UNHCR continua a gestire le operazioni umanitarie cercando di conciliare la protezione dei rifugiati con le esigenze di sicurezza sanitaria.
Dopo settimane di negoziati tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, 529 rifugiati ruandesi hanno finalmente potuto fare ritorno volontariamente nel proprio Paese.
Nel Sud Kivu sono inoltre proseguiti i rimpatri volontari dei rifugiati congolesi dal Ruanda, con quasi 62.000 persone rientrate entro il 21 luglio.
Rimangono tuttavia chiusi i confini con Ruanda e Uganda, mentre quello con il Sud Sudan continua ad accogliere richiedenti asilo.
Nel frattempo è entrato in funzione un secondo laboratorio mobile a Kasenyi per accelerare le diagnosi e migliorare la capacità di risposta.
La ricerca accelera: partono nuove sperimentazioni contro il virus Bundibugyo
Accanto alla risposta sanitaria sul campo, la comunità scientifica internazionale sta cercando di colmare una delle principali lacune nella lotta contro il virus Bundibugyo: l’assenza di un vaccino approvato.
L’OMS e le autorità congolesi hanno avviato nuove sperimentazioni cliniche per testare sia trattamenti terapeutici sia vaccini specifici.
Nella provincia di Ituri è già operativo lo studio clinico PARTNERS, coordinato dall’Istituto Nazionale Congolese di Ricerca Biomedica (INRB) insieme all’OMS e a numerose organizzazioni internazionali. Lo studio ha già arruolato oltre cinquanta pazienti.
Parallelamente è in corso una sperimentazione sull’obeldesivir, un farmaco antivirale somministrato per via orale a persone fortemente esposte al virus con l’obiettivo di impedire lo sviluppo della malattia.
Due nuovi vaccini in fase di sperimentazione
Anche sul fronte della prevenzione arrivano segnali incoraggianti.
Il primo vaccino specificamente sviluppato contro il ceppo Bundibugyo, realizzato dall’Università di Oxford insieme al Serum Institute of India, è entrato nella fase 1 della sperimentazione clinica nel Regno Unito.
Un secondo candidato vaccinale sviluppato da Moderna è pronto ad avviare i test clinici in Canada.
Parallelamente i ricercatori stanno studiando se Ervebo, il vaccino già autorizzato contro il ceppo Zaire dell’Ebola, possa offrire una protezione almeno parziale anche contro il virus Bundibugyo.
Una corsa contro il tempo
L’accelerazione della ricerca scientifica arriva mentre l’epidemia continua a diffondersi più rapidamente delle risorse disponibili.
Nell’ultima settimana sono stati registrati 567 nuovi casi e 296 decessi, il dato più elevato dall’inizio dell’epidemia, dichiarata il 15 maggio.
Attualmente sono monitorate quasi 17.000 persone entrate in contatto con soggetti infetti, ma l’OMS sottolinea che le risorse economiche e operative rimangono insufficienti.
L’organizzazione chiede un sostegno internazionale immediato per aumentare i posti letto, rafforzare le squadre di sorveglianza epidemiologica, sostenere gli operatori sanitari e garantire procedure di sepoltura sicura.
Per la Repubblica Democratica del Congo, la lotta contro il virus Bundibugyo rappresenta oggi una sfida che va ben oltre la sanità pubblica: è una crisi umanitaria, sociale e di sicurezza che richiede una risposta coordinata della comunità internazionale per evitare che una delle più gravi epidemie di Ebola degli ultimi decenni diventi una catastrofe ancora più vasta.
