(AGENPARL) - Roma, 28 Ottobre 2026 - Dopo le elezioni del 27 ottobre, Benjamin Netanyahu ribadisce l’obiettivo di eliminare quella che definisce la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran. Secondo le ricostruzioni di Reuters, AFP e della stampa israeliana, il premier considera la collaborazione con Donald Trump un’opportunità per perseguire tale obiettivo, mentre il risultato elettorale non gli garantisce ancora una maggioranza alla Knesset.
Benjamin Netanyahu rilancia l’obiettivo di eliminare definitivamente la minaccia iraniana all’indomani delle elezioni legislative israeliane, collocando il confronto con Teheran al centro delle proprie priorità politiche e strategiche. Come riferiscono l’agenzia AFP e il quotidiano israeliano The Times of Israel, il primo ministro ha presentato il momento attuale come un’occasione eccezionale per portare a compimento quello che considera un obiettivo essenziale per la sicurezza dello Stato ebraico, indicando nella collaborazione con il presidente americano Donald Trump uno strumento per raggiungere questo risultato.
La dichiarazione arriva in un momento politicamente delicato. Secondo Reuters, le proiezioni diffuse dopo il voto del 27 ottobre non assegnano una maggioranza certa né al blocco guidato da Netanyahu né a quello riconducibile al suo principale rivale, Gadi Eisenkot. Il premier rivendica la forza elettorale del Likud, ma deve ancora confrontarsi con la necessità di costruire una coalizione capace di ottenere almeno 61 seggi sui 120 della Knesset. Il richiamo alla sicurezza nazionale e alla questione iraniana assume quindi un significato che riguarda contemporaneamente la politica estera e la ricerca di una nuova maggioranza parlamentare.
Il passaggio più significativo del discorso pronunciato dopo il voto riguarda la natura stessa della minaccia iraniana. Nella ricostruzione pubblicata da The Times of Israel, Netanyahu sostiene che le operazioni militari condotte contro Teheran abbiano indebolito la Repubblica islamica, ma che il pericolo non possa considerarsi definitivamente superato finché l’attuale regime resterà al potere. Il premier presenta dunque la possibilità che l’Iran ricostituisca le proprie capacità strategiche come una ragione per non considerare concluso il confronto.
Non si tratta di una posizione emersa soltanto dopo le urne. Reuters aveva già riferito, il 26 ottobre, che Netanyahu aveva dichiarato di aver impartito istruzioni al Mossad e alle forze armate israeliane per contribuire al rovesciamento del regime iraniano. Il quotidiano israeliano Ynet aveva riportato dichiarazioni dello stesso tenore nei giorni precedenti. Il discorso post-elettorale si inserisce quindi in una linea politica espressa pubblicamente prima del voto e ora riproposta come priorità per la fase successiva.
Dall’indebolimento militare dell’Iran al futuro del regime di Teheran
Per comprendere la portata delle parole di Netanyahu occorre distinguere due obiettivi: ridurre le capacità militari e nucleari dell’Iran oppure considerare la permanenza dell’attuale sistema politico iraniano incompatibile con una sicurezza duratura per Israele. Il primo può tradursi in operazioni contro installazioni, infrastrutture e programmi strategici; il secondo apre una questione assai più ampia, perché riguarda direttamente il futuro del potere politico a Teheran.
Secondo quanto riportato da The Times of Israel nel resoconto dell’intervento del 28 ottobre, Netanyahu ha rivendicato i risultati delle campagne militari israeliane, sostenendo che abbiano modificato i rapporti di forza regionali. Allo stesso tempo, ha affermato che la sopravvivenza dell’attuale regime iraniano continuerebbe a rappresentare un pericolo per Israele. È questa la premessa politica sulla quale costruisce la necessità di un’eliminazione definitiva della minaccia.
Il riferimento al regime è decisivo perché sposta il confronto oltre la sola questione nucleare. Netanyahu ha ripetutamente accusato la Repubblica islamica di perseguire la distruzione di Israele e ha presentato il programma missilistico, le capacità militari e il sostegno iraniano a gruppi armati regionali come parti di una minaccia complessiva. Si tratta della valutazione strategica espressa dalla leadership israeliana, che va distinta dalle verifiche indipendenti sulle capacità effettive di Teheran e sulle conseguenze di eventuali operazioni militari.
La differenza tra indebolire militarmente un Paese e determinarne il cambiamento politico è sostanziale. Colpire infrastrutture strategiche può ridurre alcune capacità operative, ma non garantisce la caduta di un governo né consente di prevedere quale assetto istituzionale potrebbe emergere. Nel caso iraniano, un’eventuale destabilizzazione coinvolgerebbe un sistema politico complesso, apparati militari e di sicurezza radicati e rapporti di potere interni difficilmente riconducibili a un unico centro decisionale.
La continuità delle dichiarazioni di Netanyahu è documentata anche dalla stampa israeliana. Ynet aveva riferito, il 22 ottobre, che il premier considerava la caduta del regime una condizione per eliminare stabilmente la minaccia iraniana. Reuters, il 26 ottobre, ha poi riportato le sue affermazioni sulle istruzioni impartite ai servizi di intelligence e alle forze armate. Il discorso del 28 ottobre conferma dunque un orientamento già espresso, ma non costituisce di per sé l’annuncio di una nuova offensiva con tempi e modalità definiti.
Il risultato elettorale e la costruzione della nuova maggioranza
Le elezioni israeliane del 27 ottobre rappresentano il contesto immediato nel quale Netanyahu ha scelto di rilanciare la propria posizione sull’Iran. Il voto è arrivato dopo anni segnati dagli attacchi del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza e dall’allargamento delle tensioni regionali. La sicurezza nazionale ha quindi assunto un peso centrale nel confronto tra le forze politiche israeliane.
Secondo gli aggiornamenti di Reuters e Associated Press diffusi dopo la chiusura delle urne, il Likud emerge come una delle principali forze politiche del Paese, ma le proiezioni non attribuiscono una maggioranza autonoma al blocco del premier. Anche lo schieramento rivale guidato da Gadi Eisenkot risulta distante dalla soglia necessaria per governare senza ulteriori accordi. Le trattative tra i partiti restano pertanto decisive e il risultato elettorale non può essere interpretato come la conferma automatica di un nuovo governo Netanyahu.
Il premier ha presentato il sostegno ricevuto come una base per formare un esecutivo forte e politicamente coerente. In questo quadro, il dossier iraniano assume anche una funzione interna: Netanyahu rivendica la propria esperienza nella gestione delle crisi di sicurezza e propone la continuità della sua leadership come condizione per completare gli obiettivi che ritiene ancora incompiuti.
La formazione di una coalizione dipenderà tuttavia dalla distribuzione definitiva dei seggi e dalla disponibilità dei partiti a raggiungere accordi. Reuters ha evidenziato il ruolo potenzialmente rilevante delle formazioni arabe negli equilibri parlamentari, pur in presenza di ostacoli politici alla loro partecipazione alle diverse ipotesi di maggioranza. Gadi Eisenkot, da parte sua, continua a rivendicare la possibilità di costruire un’alternativa.
Il rapporto tra risultato elettorale e politica verso l’Iran deve quindi essere interpretato con cautela. Netanyahu ha espresso una determinazione politica precisa, ma non dispone ancora, sulla base delle proiezioni riportate nelle prime ore successive al voto, di una maggioranza parlamentare consolidata. La possibilità di trasformare il suo programma in decisioni di governo dipenderà anche dall’esito delle trattative.
La collaborazione con Washington e i rischi di una nuova escalation
Donald Trump compare nelle dichiarazioni di Netanyahu come il partner internazionale con il quale il premier ritiene possibile perseguire l’obiettivo di eliminare la minaccia iraniana. Secondo AFP e The Times of Israel, Netanyahu ha descritto la collaborazione con il presidente americano come un’opportunità eccezionale. Il centro del messaggio, tuttavia, resta la strategia israeliana verso Teheran, non un nuovo annuncio proveniente dalla Casa Bianca.
Nei giorni precedenti al voto, Trump aveva manifestato pubblicamente sostegno a Netanyahu, come riportato dalla stampa americana e israeliana. Le dichiarazioni dei due leader indicano una convergenza politica sulla necessità di contrastare l’Iran, ma non consentono di affermare che sia stato annunciato un piano operativo congiunto per un nuovo attacco o per il rovesciamento del governo iraniano.
Un eventuale passaggio dall’indebolimento militare al tentativo di modificare gli equilibri politici interni dell’Iran avrebbe conseguenze potenzialmente estese all’intera regione. Teheran conserva un ruolo centrale negli assetti del Golfo Persico, nelle dinamiche di sicurezza del Medio Oriente e nelle relazioni con diversi attori regionali. Un’ulteriore escalation potrebbe coinvolgere le rotte marittime, le infrastrutture energetiche e la stabilità dei Paesi vicini.
Le iniziative diplomatiche regionali testimoniano la preoccupazione per questo scenario. Secondo gli aggiornamenti pubblicati da Gulf News il 28 ottobre, i contatti a Teheran con rappresentanti sauditi, turchi e pakistani non hanno prodotto un accordo sulle principali questioni aperte, tra cui il conflitto e la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Questa informazione riguarda un aggiornamento distinto della diretta della testata e non va confusa con le dichiarazioni post-elettorali di Netanyahu.
La questione nucleare rimane uno dei punti più delicati. Israele considera la possibilità che l’Iran sviluppi armi nucleari una minaccia esistenziale, mentre Teheran ha sostenuto la natura civile del proprio programma. Le valutazioni sulle capacità iraniane, sugli effetti delle operazioni militari e sull’eventuale possibilità di ricostituire infrastrutture strategiche richiedono riscontri tecnici indipendenti. Non possono essere considerate definitivamente accertate sulla base delle sole dichiarazioni dei governi coinvolti.
Resta inoltre aperto l’interrogativo sulle conseguenze politiche di un eventuale collasso del sistema di potere iraniano. Un cambiamento di regime non garantisce automaticamente una transizione ordinata né una maggiore stabilità regionale. La storia recente del Medio Oriente mostra quanto possano essere complesse le conseguenze della dissoluzione di apparati statali e militari, soprattutto in assenza di un assetto politico condiviso per la fase successiva.
La dichiarazione di Netanyahu del 28 ottobre assume quindi un significato che va oltre il linguaggio della campagna elettorale. Il premier ribadisce, subito dopo il voto, che l’indebolimento dell’Iran non è sufficiente e che la sicurezza di Israele richiede, nella sua visione, l’eliminazione permanente della minaccia rappresentata dall’attuale regime di Teheran.
La determinazione annunciata non equivale però a una decisione già assunta su una nuova operazione militare. Il futuro del confronto dipenderà dalla formazione del governo israeliano, dalle scelte di Washington, dalla risposta iraniana e dalle iniziative diplomatiche regionali. Il dato politico immediato è che Netanyahu ha scelto di porre nuovamente l’Iran al centro della propria agenda proprio mentre si apre la fase più delicata della costruzione della maggioranza parlamentare.
Fonti: Reuters, Agence France-Presse (AFP), The Times of Israel, Ynet, Associated Press (AP), Gulf News.
