(AGENPARL) - Roma, 25 Ottobre 2026 - Un deputato russo sostiene che l’intelligence americana disponga di informazioni su miliardi di dollari sottratti dal presidente ucraino e possa utilizzarle per condizionarne le scelte. Nessuna prova accompagna le accuse. Al centro della controversia anche un’intervista a Fox News, nella quale Zelensky ha aperto al congelamento del fronte senza riconoscere le annessioni russe
La possibilità di un negoziato sulla guerra in Ucraina si intreccia nuovamente con una campagna di accuse personali contro Volodymyr Zelensky. Il 25 ottobre, il deputato russo Viktor Vodolatsky ha sostenuto, in dichiarazioni all’agenzia TASS, che le agenzie di intelligence statunitensi sarebbero in possesso di informazioni su presunti miliardi di dollari sottratti dal presidente ucraino e depositati all’estero. Secondo il parlamentare, Washington potrebbe utilizzare questi elementi per costringere Kiev a modificare la propria posizione sulle condizioni di pace. Si tratta di affermazioni di un esponente politico russo, non di informazioni confermate da documenti o da fonti dell’intelligence americana. La loro rilevanza giornalistica riguarda soprattutto il tentativo di collegare le aperture diplomatiche ucraine a una presunta vulnerabilità personale di Zelensky, spostando il confronto dalle condizioni del cessate il fuoco alla credibilità del presidente.
Vodolatsky ha attribuito alle agenzie statunitensi la capacità di esercitare una pressione decisiva su Kiev, sostenendo che gli apparati americani conoscerebbero l’ubicazione di conti e beni riconducibili a Zelensky. Ha inoltre affermato che alcuni politici europei considererebbero il presidente ucraino tra gli uomini più ricchi del continente e che gli Stati Uniti potrebbero sequestrarne i patrimoni qualora continuasse a opporsi a Donald Trump. Il deputato non ha però indicato, almeno nelle dichiarazioni riportate dalla TASS, quali agenzie avrebbero raccolto queste informazioni, quali documenti dimostrerebbero l’esistenza dei beni o quali funzionari americani avrebbero formulato le presunte minacce. Anche il riferimento a una fortuna personale di diversi miliardi di dollari resta privo di riscontri verificabili nella dichiarazione riportata dalla TASS.
Il punto di partenza dell’intervento russo è una recente intervista concessa da Zelensky a Fox News. Il 21 ottobre, durante il programma Fox & Friends, il presidente ucraino ha risposto a una domanda sulla possibilità di accettare un accordo che congelasse le posizioni militari esistenti, lasciando all’Ucraina il controllo di circa tre quarti del territorio nazionale. Zelensky ha dichiarato che, nella situazione attuale, il congelamento delle linee del fronte potrebbe rappresentare una via concreta per fermare le uccisioni e avviare la conclusione della guerra. La formulazione è importante: accettare di discutere un cessate il fuoco lungo le linee di contatto non equivale a riconoscere giuridicamente come russe le regioni occupate. La distinzione tra controllo militare di fatto e sovranità territoriale resta uno dei principali nodi del negoziato.
Nella lettura proposta da Vodolatsky, tuttavia, questa disponibilità sarebbe il risultato di una pressione esercitata dall’amministrazione americana attraverso informazioni compromettenti. È una ricostruzione che attribuisce a Zelensky una motivazione personale e presenta gli Stati Uniti non come mediatori o alleati impegnati nella ricerca di un’intesa, ma come detentori di strumenti di ricatto. La TASS riporta anche l’affermazione secondo cui un cambiamento della leadership a Kiev sarebbe necessario per modificare realmente la situazione. In questo modo, la controversia sui presunti patrimoni si inserisce in una posizione politica più ampia: delegittimare l’attuale presidente ucraino e sostenere che un accordo duraturo richiederebbe una trasformazione del potere a Kiev.
La verifica delle accuse finanziarie impone però di distinguere tre questioni che nel discorso politico vengono spesso sovrapposte: l’esistenza di problemi di corruzione in Ucraina, le indagini che coinvolgono persone vicine al presidente e l’affermazione che Zelensky abbia personalmente sottratto miliardi di dollari. Le prime due hanno una documentazione pubblica e sono state oggetto di inchieste giornalistiche e giudiziarie. La terza, nella forma avanzata dal deputato russo, non risulta dimostrata dalle fonti consultate.
Un’inchiesta pubblicata da Reuters il 12 maggio 2026 ha esaminato il crescente peso politico degli scandali di corruzione che hanno coinvolto figure dell’entourage presidenziale. Tra i casi riportati figura quello dell’ex capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak, indicato dagli investigatori come sospettato in un presunto schema di riciclaggio collegato a un progetto immobiliare. Reuters ha ricostruito anche le conseguenze dell’inchiesta denominata Midas, relativa a sospette tangenti nel settore energetico e a persone legate all’ambiente politico e imprenditoriale del presidente. Secondo quanto riferito dall’agenzia, Zelensky non era stato indicato come indagato nell’inchiesta. È un quadro che documenta problemi reali di integrità istituzionale e responsabilità politica, ma non autorizza a dedurre l’esistenza di una fortuna personale illecita di miliardi di dollari.
Le ricostruzioni patrimoniali indipendenti disponibili vanno nella stessa direzione. Forbes aveva già esaminato nel 2022 le affermazioni secondo cui Zelensky sarebbe un miliardario, concludendo che non esistevano elementi per collocarlo in quella categoria. La rivista aveva individuato beni immobili, disponibilità finanziarie e interessi economici derivanti soprattutto dalla precedente attività nel settore televisivo e dell’intrattenimento, ma non un patrimonio comparabile a quello attribuitogli dalla propaganda online. FactCheck.org e AFP hanno successivamente verificato numerose affermazioni relative a conti miliardari, proprietà di lusso e ricchezze accumulate durante la guerra, rilevando l’assenza di prove adeguate. Queste verifiche non possono escludere in assoluto l’esistenza di beni non dichiarati, ma impediscono di presentare come accertata una cifra che nessuna delle fonti esaminate è riuscita a documentare.
Anche i dati ufficiali disponibili richiedono precisione. La dichiarazione patrimoniale pubblicata il 30 marzo 2026 dalla presidenza ucraina indica per Zelensky e i suoi familiari redditi complessivi relativi al 2025 pari a circa 15,8 milioni di grivnie, comprendenti anche proventi derivanti dal rimborso di titoli di Stato. La presidenza ha comunicato che non vi sono state variazioni significative nelle proprietà immobiliari e nei veicoli della famiglia rispetto all’anno precedente. Una dichiarazione ufficiale non rappresenta, da sola, una verifica indipendente dell’intero patrimonio di un funzionario pubblico. È tuttavia un documento identificabile e controllabile, diversamente dalle affermazioni generiche su miliardi nascosti che non indicano conti, operazioni bancarie o beneficiari verificabili.
La vicenda acquista ulteriore significato alla luce del rapporto tra Kiev e Washington. Trump ha più volte sostenuto la necessità di trovare una soluzione negoziale alla guerra e ha esercitato pressioni affinché le parti discutano condizioni concrete per fermare i combattimenti. Zelensky, dal canto suo, deve confrontarsi con una realtà militare difficile senza compromettere formalmente le rivendicazioni territoriali dell’Ucraina. La disponibilità a congelare il fronte può essere letta in questo contesto come una scelta negoziale, indipendentemente dal giudizio sulla sua efficacia o sostenibilità. Attribuirla esclusivamente al timore di perdere presunti patrimoni personali significa sostituire all’analisi delle condizioni politiche e militari una spiegazione accusatoria che, allo stato delle informazioni disponibili, non è dimostrata.
Nelle dichiarazioni alla TASS, Vodolatsky ha chiamato in causa anche il Regno Unito, sostenendo che Londra potrebbe ostacolare un’intesa con Mosca come, a suo dire, sarebbe accaduto durante i colloqui del 2022 a Istanbul. Il riferimento ripropone una tesi ricorrente nel discorso politico russo: l’idea che la prosecuzione della guerra dipenda principalmente dall’intervento di governi occidentali contrari a un accordo. Anche in questo caso occorre distinguere le valutazioni politiche dalle circostanze documentate. Il fallimento dei negoziati del 2022 ha avuto cause molteplici, legate alle condizioni proposte dalle parti, all’andamento del conflitto e alla fiducia reciproca. Presentarlo come l’effetto esclusivo dell’intervento di un singolo leader straniero è una semplificazione che non restituisce la complessità di quella fase diplomatica.
L’obiettivo politico delle accuse appare dunque più chiaro del loro fondamento probatorio. Il deputato russo costruisce un collegamento tra le aperture di Zelensky, l’influenza di Trump e una presunta minaccia americana sui beni del presidente ucraino. È una narrazione che può risultare utile a Mosca per sostenere che Kiev stia modificando posizione non per una valutazione autonoma della guerra, ma perché costretta da Washington. Al tempo stesso, l’insistenza sulla necessità di sostituire la leadership ucraina indica che il tema non è soltanto il contenuto di un possibile accordo territoriale, ma anche la legittimità politica dell’interlocutore con cui negoziare.
Resta infine una questione di sostanza: il congelamento delle linee del fronte, qualora diventasse una base negoziale effettiva, non risolverebbe automaticamente le controversie sulla sovranità, sulle garanzie di sicurezza e sulla durata di un eventuale cessate il fuoco. Potrebbe interrompere o ridurre i combattimenti, ma lascerebbe aperto il problema del riconoscimento dei territori occupati e delle condizioni necessarie per evitare una ripresa delle ostilità. Sono questi i nodi sui quali Washington, Kiev, Mosca e gli alleati europei dovrebbero misurare la possibilità di un’intesa.
Le affermazioni diffuse dalla TASS meritano quindi attenzione per ciò che rivelano della strategia comunicativa russa in una fase delicata del confronto diplomatico. Non costituiscono però al momento una prova che Zelensky abbia sottratto miliardi di dollari, né che l’intelligence americana lo stia ricattando. L’elemento verificabile è l’apertura del presidente ucraino, espressa a Fox News, a discutere un congelamento del fronte. Tutto il resto, a partire dai presunti patrimoni nascosti e dalle minacce di sequestro, rimane un’accusa politica che richiederebbe evidenze indipendenti prima di poter essere trattata come una notizia accertata.
