(AGENPARL) - Roma, 23 Ottobre 2026 - Teheran interviene nella controversia sulle restrizioni al velo nelle scuole azere. Il ministro della Scienza apre gli atenei iraniani alle ragazze che incontrano ostacoli nel proseguimento degli studi. Dopo le proteste documentate da Agenparl il 15 ottobre, la questione assume una dimensione diplomatica sempre più evidente.
La controversia sulle restrizioni all’uso dell’hijab nelle scuole dell’Azerbaigian registra un nuovo sviluppo, questa volta sul piano dei rapporti con l’Iran. Il ministro iraniano della Scienza, della Ricerca e della Tecnologia, Hossein Simayi Sarraf, ha annunciato che le università della Repubblica islamica sono pronte ad accogliere le ragazze azere che incontrano ostacoli nell’accesso all’istruzione a causa dell’uso del velo islamico. La dichiarazione, diffusa attraverso un videomessaggio e riportata il 23 ottobre dall’agenzia iraniana Tasnim, rappresenta un intervento diretto di Teheran in una questione che nelle ultime settimane ha provocato proteste e tensioni tra le autorità scolastiche e una parte della popolazione azera.
La vicenda era stata già affrontata da Agenparl il 15 ottobre nell’articolo «Azerbaigian, proteste per le restrizioni sull’hijab», dedicato alle contestazioni nate dall’applicazione delle disposizioni sull’abbigliamento scolastico. L’offerta annunciata dal ministro iraniano costituisce ora un passaggio ulteriore: la controversia, inizialmente concentrata sul diritto delle studentesse a frequentare le lezioni indossando il velo, entra apertamente nell’agenda politica di un Paese confinante, con possibili ripercussioni sui già delicati rapporti tra Baku e Teheran.
L’invito del ministro iraniano alle studentesse azere
Nel videomessaggio, Hossein Simayi Sarraf ha dichiarato che le porte delle università iraniane sono aperte alle ragazze provenienti dalla Repubblica dell’Azerbaigian che desiderano continuare gli studi. Il ministro ha presentato la disponibilità degli atenei iraniani come una risposta alle difficoltà denunciate da studentesse che, secondo le segnalazioni circolate nelle ultime settimane, sarebbero costrette a scegliere tra il rispetto delle proprie convinzioni religiose e la possibilità di frequentare regolarmente le istituzioni educative.
L’iniziativa ha un significato politico evidente. Il governo iraniano interviene su una questione che riguarda l’organizzazione dell’istruzione pubblica di uno Stato sovrano, richiamando il principio della libertà religiosa e il diritto all’educazione. L’annuncio non contiene però indicazioni precise sulle modalità di ammissione, su eventuali borse di studio o su programmi specifici destinati alle studentesse azere. Non è quindi possibile stabilire, sulla base delle informazioni diffuse finora, se l’offerta si tradurrà in un percorso amministrativo dedicato o se le interessate dovranno accedere attraverso le procedure ordinarie previste dalle università iraniane.
La posizione del ministro si aggiunge a un’iniziativa già assunta dal Parlamento iraniano. Mohammadreza Mohseni Sani, componente della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha indirizzato una lettera alla presidente dell’Assemblea nazionale dell’Azerbaigian, Sahiba Gafarova, esprimendo preoccupazione per le notizie relative a studentesse alle quali sarebbe stato impedito di frequentare la scuola a causa dell’hijab. Il parlamentare ha richiamato i principi sanciti dagli strumenti internazionali di tutela dei diritti umani, chiedendo alle autorità azere di verificare le segnalazioni e garantire che l’accesso all’istruzione non sia condizionato dalla rinuncia alle convinzioni religiose.
La successione dei due interventi mostra che la questione non è rimasta confinata alle dichiarazioni di singoli esponenti politici. Dopo la presa di posizione di un membro della commissione parlamentare competente per la politica estera e la sicurezza nazionale, è arrivata infatti quella del ministro responsabile del sistema universitario iraniano. Si tratta di iniziative distinte, ma entrambe contribuiscono a portare la controversia azera all’interno del dibattito istituzionale di Teheran.
Le restrizioni nelle scuole e le proteste in Azerbaigian
All’origine della vicenda vi sono le disposizioni sull’abbigliamento scolastico applicate in Azerbaigian e le segnalazioni secondo cui alcune studentesse che indossano il velo islamico sarebbero state escluse dalle lezioni. Le controversie riguardano anche insegnanti alle quali, secondo le denunce riportate dalla stampa, sarebbe stato richiesto di rimuovere il copricapo religioso durante l’attività scolastica.
L’Azerbaigian è uno Stato costituzionalmente laico, pur essendo caratterizzato da una popolazione in larga maggioranza musulmana. Le autorità difendono il principio della neutralità religiosa delle istituzioni pubbliche e l’applicazione di regole comuni nell’abbigliamento scolastico. Il punto contestato dalle famiglie e dai manifestanti riguarda invece le conseguenze concrete di queste disposizioni quando il loro rispetto viene interpretato come incompatibile con l’uso dell’hijab.
Come già ricostruito nell’approfondimento pubblicato da Agenparl il 15 ottobre, le tensioni hanno provocato manifestazioni e proteste in diverse località del Paese. Le segnalazioni sulle esclusioni scolastiche hanno alimentato un confronto che non riguarda soltanto la disciplina interna agli istituti, ma il rapporto tra identità religiosa, diritti individuali e carattere laico dello Stato.
È necessario distinguere le denunce relative ai singoli episodi dalle posizioni ufficiali delle autorità. Le notizie sulle studentesse respinte e sulle insegnanti sottoposte a pressioni devono essere attribuite alle fonti che le hanno riportate; non possono essere considerate automaticamente accertate in ogni loro dettaglio. Resta tuttavia il dato politico delle proteste e delle reazioni istituzionali che la vicenda ha provocato anche al di fuori dell’Azerbaigian.
Teheran respinge le accuse di interferenza
Il coinvolgimento pubblico di esponenti iraniani assume particolare rilievo alla luce delle accuse circolate in Azerbaigian su un possibile ruolo di Teheran nelle mobilitazioni contro le restrizioni all’hijab. L’ambasciata iraniana a Baku ha respinto queste ricostruzioni, definendo infondate le affermazioni che collegano la Repubblica islamica all’organizzazione delle proteste. La rappresentanza diplomatica ha inoltre avvertito che accuse non sostenute da elementi concreti possono alimentare divisioni e compromettere i rapporti tra i due Paesi.
Si crea così una situazione diplomatica delicata. Da una parte, Teheran nega qualsiasi coinvolgimento nelle manifestazioni interne all’Azerbaigian; dall’altra, rappresentanti delle sue istituzioni intervengono pubblicamente sulla questione, sollecitando il rispetto del diritto all’istruzione e arrivando a offrire una possibilità di studio presso gli atenei iraniani.
Queste due circostanze non sono necessariamente incompatibili. Esprimere una posizione politica o annunciare un’iniziativa universitaria non equivale a organizzare proteste in un altro Stato. Tuttavia, nel contesto dei rapporti tra Iran e Azerbaigian, anche una dichiarazione presentata come sostegno alle studentesse può assumere un significato che supera quello strettamente educativo.
I due Paesi condividono un confine, legami storici e culturali e una complessa relazione diplomatica, influenzata anche dalle rispettive scelte di sicurezza e dalle alleanze regionali. La sensibilità della questione religiosa rende particolarmente importante il modo in cui gli interventi di Teheran vengono interpretati dalle autorità di Baku.
Una controversia scolastica diventata questione regionale
L’annuncio iraniano conferma che la vicenda dell’hijab nelle scuole azere sta assumendo una dimensione più ampia rispetto alle proteste iniziali. La decisione di un ministro di offrire accesso alle università del proprio Paese a studentesse di uno Stato confinante costituisce un gesto istituzionale che può avere conseguenze politiche anche qualora non venga seguito immediatamente da trasferimenti o nuove iscrizioni.
Esiste inoltre una differenza sostanziale tra la natura del problema denunciato e la soluzione proposta da Teheran. Le segnalazioni riguardano soprattutto l’accesso alle scuole azere, mentre l’offerta iraniana si riferisce all’istruzione universitaria. Non è quindi una risposta diretta a tutte le situazioni contestate dalle famiglie, soprattutto quando coinvolgono ragazze che non hanno ancora completato il percorso scolastico necessario per accedere agli studi superiori.
La proposta potrebbe comunque assumere valore simbolico e politico, offrendo a Teheran la possibilità di presentarsi come sostenitrice delle studentesse musulmane che ritengono limitata la propria libertà religiosa. Per Baku, invece, il rischio è che una controversia sull’applicazione delle norme scolastiche diventi un ulteriore terreno di confronto con un vicino già coinvolto in equilibri regionali complessi.
A otto giorni dall’approfondimento di Agenparl sulle proteste in Azerbaigian, il nuovo elemento è dunque l’intervento ufficiale del governo iraniano attraverso il proprio ministro della Scienza. Resta da chiarire se l’offerta universitaria sarà accompagnata da misure operative e quale risposta arriverà dalle autorità azere. Intanto, la questione dell’hijab ha superato i confini del dibattito scolastico nazionale, entrando nei rapporti politici e diplomatici tra Baku e Teheran.
