(AGENPARL) - Roma, 8 Ottobre 2026 - La rimozione di Aguila Saleh dalla presidenza della Camera dei rappresentanti non sembra destinata a chiudere la crisi politica della Libia. Al contrario, rischia di aprire una partita ancora più delicata: capire chi controllerà realmente il principale organo politico della Libia orientale e quale ruolo avrà il nuovo equilibrio nei negoziati per la riunificazione del Paese.
Il nuovo presidente della Camera, Al-Salihin Abdul-Nabi, ha cercato di imprimere fin dalle prime ore un’immagine diversa rispetto al suo predecessore. Nel suo primo intervento ha promesso di essere lo speaker di tutti i deputati e ha indicato come priorità il rafforzamento delle istituzioni, il rispetto dello stato di diritto, la trasparenza e la ricerca di un consenso nazionale. Ha inoltre invitato le forze politiche e sociali libiche a superare le divisioni e ha assicurato la propria disponibilità a collaborare con governo, magistratura e istituzioni militari.
Parole che arrivano in un momento particolarmente delicato. Perché mentre il nuovo vertice della Camera prova ad accreditarsi come interlocutore istituzionale, la sua elezione continua a essere contestata da Saleh, che considera illegittime le sedute che hanno portato prima alla modifica del regolamento parlamentare e poi alla sua sostituzione.
Il rischio, evidenziato da alcuni osservatori, è che la Libia possa ritrovarsi con una nuova frattura istituzionale: non soltanto due governi rivali, ma anche una disputa sulla legittimità della guida del Parlamento.
Washington riconosce il nuovo vertice
La prima reazione internazionale arrivata dopo la sostituzione di Saleh è stata quella degli Stati Uniti.
Massad Boulos, consigliere del presidente americano per gli Affari arabi e africani, ha espresso giovedì le congratulazioni di Washington ad Al-Salihin Abdul-Nabi e ai nuovi vicepresidenti della Camera. Gli Stati Uniti, ha detto, intendono lavorare con la nuova leadership parlamentare e con tutte le parti libiche per portare avanti un processo politico capace di unificare le istituzioni politiche, economiche e militari e creare le condizioni per elezioni nazionali.
Il messaggio americano è importante perché arriva mentre Washington sta cercando di affiancare al percorso delle Nazioni Unite una propria iniziativa diplomatica per superare la divisione tra est e ovest.
La rimozione di Saleh, dunque, non viene interpretata soltanto come una questione interna alla Camera di Bengasi. Il nuovo equilibrio parlamentare potrebbe infatti avere conseguenze dirette sulla trattativa più ampia che riguarda la futura struttura dello Stato libico.
Il nuovo speaker e il nodo della legittimità
Al-Obeidi parte però da una posizione tutt’altro che semplice.
La sua elezione è stata preceduta dalla decisione di modificare le regole interne della Camera e introdurre un mandato di dodici mesi per lo speaker e i suoi vice. La misura ha posto fine alla permanenza di Saleh, alla guida dell’assemblea dal 2014.
Ma Saleh ha contestato la validità delle procedure, sostenendo che le sedute non fossero state convocate secondo le regole previste e che le decisioni adottate non avessero valore giuridico.
Questo significa che la prima prova per il nuovo presidente non sarà soltanto politica. Sarà istituzionale: riuscire a dimostrare che la nuova leadership dispone dell’autorità necessaria per esercitare le funzioni della Camera.
È una questione tutt’altro che marginale. Il Parlamento di Bengasi è infatti uno degli attori fondamentali del campo orientale e partecipa direttamente alla definizione delle regole elettorali e degli assetti istituzionali che dovrebbero accompagnare la futura transizione.
La partita dentro il campo di Haftar
La vera novità potrebbe però essere altrove.
La caduta di Saleh sembra infatti inserirsi in una trasformazione più ampia degli equilibri interni al campo guidato da Khalifa Haftar. Negli ultimi anni il ruolo di Saddam Haftar, figlio del comandante e suo vice, è cresciuto rapidamente, fino a farne uno dei principali interlocutori del campo orientale con gli attori internazionali.
Secondo l’analista Emadeddin Badi, la fine dell’era Saleh potrebbe modificare anche il rapporto di forza tra il clan Haftar e l’Egitto. Per anni Saleh e la Camera hanno rappresentato infatti uno dei principali strumenti dell’influenza egiziana nella Libia orientale. Un rafforzamento del controllo della famiglia Haftar sul Parlamento potrebbe quindi avere conseguenze anche sugli equilibri regionali.
È una dinamica che rende la vicenda più complessa di una semplice sostituzione al vertice.
Saddam Haftar non è soltanto una figura emergente nell’est della Libia. È anche uno degli interlocutori che Washington sta cercando di coinvolgere nel processo di riunificazione nazionale. La sua crescente esposizione internazionale ha alimentato le ipotesi su un possibile ruolo politico futuro, ma ha anche suscitato interrogativi sulla possibilità che il processo di unificazione finisca per tradursi in una maggiore concentrazione del potere nelle mani della famiglia Haftar.
Il problema dell’est e quello dell’ovest
La questione centrale resta dunque il rapporto tra le due metà politiche del Paese.
A Tripoli, il Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh continua a sostenere che la priorità siano le elezioni. Nell’est, invece, il Parlamento e il governo parallelo sostenuto da Haftar hanno una posizione più favorevole alla formazione di un nuovo assetto esecutivo transitorio che preceda il voto.
Questa divergenza è alla base dei ripetuti fallimenti del processo politico libico.
L’accordo raggiunto in agosto sotto l’egida delle Nazioni Unite ha cercato di superare proprio questo problema, fissando un percorso verso elezioni presidenziali e parlamentari entro due anni e affrontando alcune delle questioni legislative e costituzionali che finora hanno impedito di arrivare al voto.
Ma l’accordo deve ancora superare il passaggio più difficile: l’attuazione.
Il cambio della leadership della Camera arriva quindi nel momento in cui il processo internazionale entra nella sua fase più delicata. Se il nuovo vertice confermerà l’impegno verso la road map dell’ONU, la sostituzione di Saleh potrebbe effettivamente rimuovere uno degli ostacoli che per anni hanno rallentato il processo.
Se invece la nuova leadership verrà utilizzata per consolidare ulteriormente il controllo del campo orientale, il rischio sarà l’opposto: una nuova istituzionalizzazione della divisione.
La domanda è chi decide a est
Per questo la questione non è più soltanto cosa succederà ad Aguila Saleh.
La domanda è chi avrà realmente il potere di decidere nel campo orientale e, soprattutto, quale sarà il rapporto tra la nuova Camera, Khalifa Haftar e la nuova generazione rappresentata da Saddam.
Al-Salihin Abdul-Nabi ha già scelto le parole con cui presentarsi: consenso, istituzioni, riconciliazione e interesse nazionale. Washington ha mostrato di voler lavorare con lui e di considerare il nuovo vertice un possibile interlocutore per il processo politico.
Ma le dichiarazioni dovranno ora tradursi in atti concreti.
La prima verifica sarà la capacità della nuova leadership di superare la contestazione sulla propria legittimità. La seconda riguarderà il rapporto con le Nazioni Unite e l’attuazione della road map elettorale. La terza, forse la più importante, sarà capire quanto margine di autonomia resterà alla Camera rispetto al sistema di potere costruito intorno alla famiglia Haftar.
È qui che si giocherà il significato reale della fine dell’era Saleh.
Perché il cambio al vertice può essere letto in due modi opposti: come il tentativo di rendere finalmente più funzionante un’istituzione rimasta per dodici anni sotto la stessa leadership, oppure come il passaggio a una nuova fase nella quale il potere dell’est viene concentrato ancora di più intorno alla famiglia che lo domina.
La risposta non arriverà dalla destituzione di Saleh, ma dalle prossime mosse della nuova Camera. E soprattutto dalla sua capacità di trasformare il cambio di leadership in un passo verso le elezioni, anziché nell’ennesimo riassetto interno di una Libia che da quindici anni continua a cercare un’autorità nazionale condivisa.
