(AGENPARL) - Roma, 7 Ottobre 2026 - La Camera dei rappresentanti dell’est ha eletto Al-Salhin Abdulnabi al-Obeidi dopo aver modificato il regolamento sulla durata della presidenza. Saleh contesta la legittimità della procedura. La svolta arriva mentre ONU e Stati Uniti cercano di riavviare il processo politico libico e mentre cresce il peso di Saddam Haftar
La Libia apre una nuova fase della sua lunga crisi politica con la rimozione di Agila Saleh dalla presidenza della Camera dei rappresentanti, carica che ricopriva dal 2014. I deputati dell’assemblea con sede nell’est del Paese hanno eletto al suo posto Al-Salhin Abdulnabi al-Obeidi, esponente di Tobruk e membro della commissione Esteri. La decisione arriva dopo mesi di crescente malcontento nei confronti della leadership di Saleh e potrebbe segnare un cambiamento negli equilibri interni al campo politico e militare guidato da Khalifa Haftar.
La sostituzione è stata preceduta da una modifica delle regole interne della Camera. Lunedì 5 ottobre, 98 deputati sui 102 presenti hanno approvato un nuovo sistema che limita a dodici mesi il mandato del presidente dell’assemblea e dei suoi vice. La modifica ha di fatto interrotto il meccanismo che aveva consentito a Saleh di rimanere alla guida del Parlamento per dodici anni. Il giorno successivo i deputati hanno proceduto all’elezione del nuovo presidente, insieme alla scelta dei due vicepresidenti.
La procedura è però contestata dallo stesso Saleh. L’ex presidente ha sostenuto che la seduta di lunedì non fosse ufficiale e che le decisioni adottate non avessero valore giuridico. Ha inoltre contestato la validità della sessione che ha portato alla sua sostituzione. La disputa introduce quindi anche un elemento istituzionale nella crisi, perché resta da capire se le contestazioni di Saleh avranno conseguenze concrete sul funzionamento della Camera.
Lo scontro non riguarda soltanto una questione procedurale. Saleh è stato per anni una figura centrale del sistema politico dell’est libico e un interlocutore privilegiato di Khalifa Haftar. La Camera dei rappresentanti, pur essendo formalmente un’istituzione nazionale, opera da Bengasi all’interno dell’area controllata dal campo orientale. La sua presidenza rappresenta quindi una posizione di peso nei negoziati sulla futura struttura dello Stato libico e nei rapporti con gli attori internazionali.
Il nuovo presidente non rappresenta però una rottura con quel campo. Al-Obeidi proviene da Tobruk, la stessa area politica di Saleh, ed è membro della commissione Esteri della Camera. Il cambio al vertice sembra quindi indicare soprattutto una riorganizzazione degli equilibri interni all’assemblea, piuttosto che uno spostamento del Parlamento verso uno schieramento diverso.
Il passaggio acquista maggiore rilevanza se inserito nella crescente competizione all’interno dell’entourage di Haftar. Da settimane circolano ricostruzioni sulla possibilità che i figli del comandante dell’est stiano assumendo un ruolo sempre più autonomo nella gestione politica e militare della regione. In particolare, Saddam Haftar è considerato una delle figure in maggiore ascesa. Alcuni media regionali hanno inoltre riferito di possibili divergenze all’interno della famiglia Haftar sulla gestione della Camera e sul futuro di Saleh. Si tratta tuttavia di ricostruzioni giornalistiche che non consentono di attribuire a Saddam Haftar una responsabilità diretta nella destituzione.
La tempistica della decisione è particolarmente significativa. La rimozione di Saleh arriva infatti mentre le Nazioni Unite stanno cercando di trasformare il dialogo tra le fazioni libiche in un percorso concreto verso nuove elezioni. Il 30 agosto, sotto la mediazione della missione ONU UNSMIL, il cosiddetto Smaller Convening aveva raggiunto un’intesa sui primi passaggi della roadmap politica: la riorganizzazione della Commissione elettorale e la soluzione delle questioni costituzionali e legislative necessarie per lo svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari.
L’obiettivo indicato nel percorso internazionale è arrivare alle consultazioni entro un periodo massimo di 24 mesi e creare le condizioni per una nuova autorità esecutiva nazionale. La Camera dei rappresentanti aveva sostenuto formalmente l’accordo a settembre, in una seduta presieduta proprio da Saleh. La sua rimozione arriva quindi nel momento in cui il processo politico internazionale cerca di passare dalla fase di confronto a quella dell’attuazione.
La Libia resta infatti divisa tra due centri di potere. A Tripoli opera il Governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, mentre nell’est il principale punto di riferimento politico è la Camera dei rappresentanti, sostenuta dalle forze di Khalifa Haftar. La divisione istituzionale, consolidatasi dopo anni di conflitto, continua a impedire la formazione di un’autorità nazionale riconosciuta da tutte le principali fazioni.
In questo quadro, la partita sulla presidenza della Camera assume un peso che va oltre il Parlamento di Bengasi. La guida dell’assemblea è una delle caselle attraverso cui il campo orientale partecipa ai negoziati sulla futura struttura dello Stato libico. Cambiare il titolare della carica significa quindi anche ridefinire chi rappresenta politicamente l’est nei possibili accordi con Tripoli e con gli interlocutori internazionali.
Anche gli Stati Uniti stanno cercando di favorire un’intesa sulla distribuzione del potere e sull’unificazione delle istituzioni libiche. L’iniziativa americana si sviluppa parallelamente al percorso dell’ONU e mira a coinvolgere i principali protagonisti dei due schieramenti. In questo contesto, la crescente influenza di Saddam Haftar rappresenta uno degli elementi più osservati dagli interlocutori internazionali.
La rimozione di Saleh deve quindi essere letta su più livelli. Sul piano immediato, è il risultato di una rivolta interna alla Camera contro una leadership che una parte dei deputati considerava ormai superata. Sul piano politico, può invece rappresentare un segnale della trasformazione degli equilibri all’interno del blocco orientale e della crescente influenza della nuova generazione della famiglia Haftar.
Non significa, però, che il sistema di potere dell’est sia stato messo in discussione. Al-Obeidi proviene dallo stesso ambiente politico di Saleh e la Camera rimane saldamente inserita nell’architettura istituzionale sostenuta da Haftar. La vera incognita riguarda piuttosto il modo in cui il nuovo vertice parlamentare si rapporterà alle trattative con Tripoli e alle iniziative internazionali.
La questione è particolarmente importante perché la Libia si trova davanti a un possibile punto di svolta. L’ONU sta cercando di costruire le condizioni per elezioni nazionali entro due anni, mentre gli Stati Uniti spingono per una soluzione politica capace di riunificare le istituzioni. Nel frattempo, all’interno del campo orientale si stanno ridefinendo rapporti di forza che potrebbero influenzare entrambe le iniziative.
Dopo dodici anni, dunque, Agila Saleh perde la presidenza della Camera, ma la sua uscita non chiude la partita. Al contrario, potrebbe essere il primo segnale visibile di una più ampia redistribuzione del potere nell’est della Libia. La domanda ora è se il nuovo Parlamento riuscirà a diventare uno strumento per accelerare il processo verso le elezioni oppure se il cambio al vertice aprirà una nuova fase di contenziosi e rivalità interne.
Per un Paese diviso da oltre un decennio, la differenza non è marginale: il prossimo equilibrio nella Camera di Bengasi potrebbe avere conseguenze dirette sulla possibilità di ricomporre, finalmente, le istituzioni libiche sotto un’unica autorità.

Libya, Agila Saleh Ousted from Parliament After 12 Years: New Power Dynamics Emerge in Haftar’s Camp
The eastern-based House of Representatives has elected Al-Salhin Abdulnabi al-Obeidi after amending the rules governing the duration of the speakership. Saleh challenges the legitimacy of the procedure. The turning point comes as the UN and the United States seek to revive Libya’s political process and as Saddam Haftar’s influence grows.
Libya is entering a new phase in its protracted political crisis following the removal of Agila Saleh as Speaker of the House of Representatives, a position he had held since 2014. Members of the eastern-based assembly elected Al-Salhin Abdulnabi al-Obeidi, a representative from Tobruk and a member of the House Foreign Affairs Committee, to replace him. The decision follows months of growing dissatisfaction with Saleh’s leadership and could signal a shift in the internal balance of power within the political and military camp led by Khalifa Haftar.
The replacement was preceded by an amendment to the House’s internal rules. On Monday, 5 October, 98 of the 102 lawmakers present approved a new framework limiting the terms of the Speaker and his deputies to twelve months. The amendment effectively brought to an end the mechanism that had enabled Saleh to remain at the helm of Parliament for twelve years. The following day, lawmakers proceeded to elect the new Speaker, along with two deputy speakers.
Saleh himself, however, has challenged the procedure. The former Speaker argued that Monday’s sitting was not an official session and that the decisions adopted during it had no legal validity. He also disputed the legitimacy of the session that led to his replacement. The dispute therefore introduces an additional institutional dimension to the crisis, as it remains to be seen whether Saleh’s objections will have concrete consequences for the functioning of the House.
The confrontation is not merely procedural. For years, Saleh has been a central figure in eastern Libya’s political system and a key interlocutor for Khalifa Haftar. Although formally a national institution, the House of Representatives operates from Benghazi within the territory controlled by the eastern camp. Its speakership therefore represents an influential position in negotiations over Libya’s future state structure and in relations with international actors.
The new Speaker, however, does not represent a break with that political camp. Al-Obeidi comes from Tobruk, the same political environment as Saleh, and serves on the House Foreign Affairs Committee. The change at the top therefore appears primarily to indicate a reorganisation of the internal balance within the assembly rather than a shift by Parliament towards a different political alignment.
The development acquires greater significance when viewed against the backdrop of growing competition within Haftar’s entourage. For weeks, reports have circulated suggesting that the commander’s sons are assuming increasingly autonomous roles in the political and military management of eastern Libya. Saddam Haftar, in particular, is regarded as one of the figures whose influence is growing most rapidly. Some regional media have also reported possible disagreements within the Haftar family over the management of the House and Saleh’s future. These remain media reports, however, and do not provide sufficient grounds to attribute direct responsibility for Saleh’s removal to Saddam Haftar.
The timing of the decision is particularly significant. Saleh’s removal comes as the United Nations seeks to transform dialogue among Libya’s factions into a concrete path towards new elections. On 30 August, under the mediation of the UN Support Mission in Libya, UNSMIL, the so-called Smaller Convening reached an understanding on the initial steps of the political roadmap: restructuring the electoral commission and resolving the constitutional and legislative issues required for presidential and parliamentary elections.
The objective set out in the internationally supported process is to hold elections within a maximum period of 24 months and to create the conditions for a new national executive authority. The House of Representatives had formally endorsed the agreement in September, during a session chaired by Saleh himself. His removal therefore comes precisely as the international political process is seeking to move from dialogue to implementation.
Libya remains divided between two principal centres of power. In Tripoli, the Government of National Unity is led by Prime Minister Abdul Hamid Dbeibah, while in the east the House of Representatives, backed by Khalifa Haftar’s forces, remains a principal political institution. The institutional division, consolidated after years of conflict, continues to prevent the formation of a national authority recognised by all the main factions.
Against this backdrop, the struggle over the House speakership carries significance well beyond the Benghazi-based Parliament itself. Leadership of the assembly is one of the positions through which the eastern camp participates in negotiations over the future structure of the Libyan state. Changing the holder of that office therefore also means redefining who politically represents the east in potential agreements with Tripoli and with international interlocutors.
The United States is also seeking to encourage an agreement on power-sharing and the unification of Libya’s institutions. The American initiative is developing in parallel with the UN-led process and seeks to engage the principal figures on both sides. In this context, Saddam Haftar’s growing influence is among the developments being closely watched by international interlocutors.
Saleh’s removal must therefore be interpreted on several levels. In the immediate term, it is the result of an internal revolt within the House against a leadership that some lawmakers regarded as having run its course. Politically, however, it may also signal a transformation in the balance of power within the eastern bloc and the growing influence of a new generation of the Haftar family.
This does not mean, however, that eastern Libya’s power structure has been fundamentally challenged. Al-Obeidi comes from the same political environment as Saleh, and the House remains firmly embedded within the institutional architecture supported by Haftar. The real uncertainty concerns how the new parliamentary leadership will approach negotiations with Tripoli and international initiatives.
The issue is particularly important because Libya may be approaching another potential turning point. The UN is seeking to establish the conditions for national elections within two years, while the United States is pressing for a political solution capable of reunifying the country’s institutions. At the same time, power relations within the eastern camp are being reshaped in ways that could influence both initiatives.
After twelve years, therefore, Agila Saleh has lost the speakership of the House, but his departure does not bring the contest to an end. On the contrary, it could represent the first visible sign of a broader redistribution of power in eastern Libya. The question now is whether the new parliamentary leadership will become an instrument for accelerating the path towards elections or whether the change at the top will open a new phase of institutional disputes and internal rivalries.
For a country divided for more than a decade, the distinction is far from marginal: the next balance of power within the Benghazi-based House could have direct consequences for the possibility of finally bringing Libya’s institutions together under a single national authority.