(AGENPARL) - Roma, 7 Ottobre 2026 - Le scuse di Kiev non hanno chiuso la disputa nata dopo la rivelazione del trasferimento a Seoul di due soldati nordcoreani catturati in Russia. La Corea del Sud sostiene che l’operazione dovesse rimanere riservata e ora valuta nuove misure contro l’Ucraina
La crisi diplomatica tra Corea del Sud e Ucraina non si chiude con le scuse di Kiev. Anzi, il caso dei due soldati nordcoreani catturati dalle forze ucraine nella regione russa di Kursk e successivamente trasferiti in Corea del Sud entra in una fase più delicata. Seoul ha ricevuto un messaggio contenente delle scuse dal ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, ma il governo sudcoreano ritiene che la risposta non sia stata sufficiente. Il ministro degli Esteri Cho Hyun ha quindi confermato che sono allo studio ulteriori misure, compresa la possibilità di richiamare l’ambasciatore sudcoreano a Kiev, Park Hee-chang.
La questione è arrivata nuovamente al centro del dibattito politico sudcoreano il 6 ottobre, durante l’audizione parlamentare sul lavoro del ministero degli Esteri. Cho ha spiegato che i contatti con Sybiha sono proseguiti e che nelle comunicazioni ricevute da Kiev era presente un’espressione di rammarico, ma non al livello che Seoul ritiene necessario. Il governo, ha fatto sapere il ministro, intende quindi valutare la risposta più appropriata. Il possibile richiamo dell’ambasciatore non è stato presentato come una decisione già presa, ma come una delle opzioni concretamente sul tavolo.
Al centro della controversia c’è una vicenda iniziata il 23 settembre, quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite della cattura di due militari nordcoreani che combattevano per la Russia e del loro successivo trasferimento in Corea del Sud. I due soldati erano stati catturati nel gennaio 2025 durante i combattimenti nella regione di Kursk. La loro presenza in territorio sudcoreano è stata resa pubblica soltanto dopo mesi di contatti tra Kiev e Seoul e il loro arrivo nel Sud a metà settembre.
La rivelazione di Zelensky ha provocato una reazione immediata da parte delle autorità sudcoreane. Seoul sostiene infatti che il trasferimento fosse stato oggetto di consultazioni riservate e che la scelta di non rendere pubblica l’operazione avesse una ragione precisa: tutelare i due prigionieri e, soprattutto, i loro familiari rimasti in Corea del Nord. Secondo la ricostruzione fornita dal ministero degli Esteri sudcoreano, sarebbe stata proprio la parte ucraina a proporre inizialmente di mantenere riservata la vicenda.
È proprio su questo punto che le versioni delle due capitali divergono. Seoul considera la riservatezza un’intesa acquisita e accusa Kiev non soltanto di aver divulgato il trasferimento, ma anche di aver successivamente contestato l’esistenza dell’accordo. L’ufficio presidenziale ucraino aveva infatti negato che ci fosse stata un’intesa di non divulgazione nei termini descritti dalla Corea del Sud. Kiev ha definito la vicenda un malinteso diplomatico e ha cercato di evitare che il caso compromettesse i rapporti con Seoul.
La disputa è così diventata anche una questione di fiducia tra i due governi. Per il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, la negazione ucraina dell’accordo ha aggravato il problema perché, dal punto di vista di Seoul, equivaleva a mettere in discussione pubblicamente la ricostruzione fornita dal governo sudcoreano. Il 2 ottobre Lee aveva avvertito che, in assenza di un riconoscimento dei fatti e di scuse ufficiali, sarebbero state prese ulteriori misure. Tra le ipotesi circolate a Seoul c’era già allora il richiamo dell’ambasciatore.
Nel frattempo Kiev ha cercato di abbassare i toni. Sybiha ha parlato della vicenda come di un problema diplomatico da risolvere rapidamente, sottolineando l’importanza della Corea del Sud per l’Ucraina. Le nuove scuse inviate a Seoul rappresentano un tentativo di chiudere la controversia senza trasformarla in una crisi più ampia. Per il momento, tuttavia, il risultato non sembra essere quello sperato: la Corea del Sud considera ancora insufficiente la risposta ricevuta.
Il caso è particolarmente delicato perché coinvolge due soldati di un Paese con cui Seoul è formalmente ancora in conflitto. La Corea del Sud considera infatti i nordcoreani cittadini della Repubblica di Corea sulla base della propria Costituzione e, in determinate circostanze, può offrire loro la possibilità di essere accolti nel Sud. Nel caso dei due militari catturati a Kursk, Seoul ha sostenuto di essere pronta ad accoglierli qualora avessero scelto volontariamente di trasferirsi, escludendo invece qualsiasi rimpatrio forzato contro la loro volontà.
La vicenda assume quindi un significato che va oltre i rapporti bilaterali tra Seoul e Kiev. La Corea del Sud sta cercando da tempo di ridurre le tensioni con Pyongyang e di creare le condizioni per un eventuale riavvio del dialogo intercoreano. La pubblicizzazione del trasferimento di due soldati nordcoreani in Corea del Sud rischia di complicare questo percorso, soprattutto perché Pyongyang considera tradizionalmente la defezione dei propri cittadini come una questione altamente sensibile.
Il momento scelto per la divulgazione ha contribuito ad aumentare le preoccupazioni di Seoul. Nelle stesse settimane la situazione lungo la zona demilitarizzata tra le due Coree è tornata a essere tesa. Il governo sudcoreano ha attribuito alla Corea del Nord la responsabilità dell’esplosione di una mina che ha ferito gravemente due militari del Sud e ha successivamente riferito di attività nordcoreane legate alla posa e alla rimozione di mine. Pyongyang ha respinto le accuse. In questo contesto, Seoul è particolarmente attenta a qualsiasi iniziativa che possa essere interpretata come un ulteriore elemento di pressione sul regime nordcoreano.
Per l’Ucraina, invece, i due prigionieri rappresentano anche un elemento della più ampia guerra combattuta contro la Russia. La presenza di militari nordcoreani sul campo russo ha assunto un peso crescente nel racconto internazionale del conflitto. Kiev ha utilizzato la cattura dei due soldati per mostrare il coinvolgimento diretto della Corea del Nord nella guerra a fianco di Mosca e per richiamare l’attenzione sul carattere sempre più internazionale del conflitto.
È proprio qui che gli interessi dei due Paesi possono essersi sovrapposti senza coincidere. L’Ucraina ha interesse a mostrare alla comunità internazionale la dimensione dell’intervento nordcoreano a sostegno della Russia. La Corea del Sud, al contrario, ha interesse a gestire con estrema cautela qualsiasi informazione relativa ai cittadini nordcoreani, soprattutto quando può avere conseguenze sui rapporti con Pyongyang o mettere a rischio i familiari dei prigionieri.
La crisi rischia inoltre di pesare su un rapporto che negli ultimi anni si è sviluppato soprattutto sul terreno degli aiuti. Seoul ha fornito all’Ucraina sostegno umanitario e finanziario, mantenendo però la linea di non fornire direttamente armi letali a Kiev. La Corea del Sud ha anche interesse a mantenere un canale di cooperazione con l’Ucraina per raccogliere informazioni sull’esperienza militare russa e sull’impiego delle forze nordcoreane nel conflitto.
Per questo motivo, un deterioramento permanente dei rapporti non sarebbe conveniente per nessuna delle due parti. Per Kiev, la Corea del Sud è un potenziale partner importante sul piano economico, tecnologico e della ricostruzione, oltre che un Paese dotato di una significativa capacità industriale nel settore della difesa. Per Seoul, l’Ucraina rimane invece una fonte diretta di informazioni sull’impiego delle forze nordcoreane accanto a quelle russe e sull’evoluzione delle capacità militari di Pyongyang.
Il possibile richiamo dell’ambasciatore va quindi letto soprattutto come uno strumento di pressione diplomatica, almeno per il momento, e non come la prova di una rottura imminente. La stessa leadership sudcoreana continua a sottolineare l’importanza di preservare le relazioni con l’Ucraina. Allo stesso tempo, Lee Jae-myung deve dimostrare all’opinione pubblica e al Parlamento di non essere disposto ad accettare che un partner straniero divulghi informazioni che Seoul considera riservate e, successivamente, metta in dubbio l’esistenza dell’intesa.
La prossima mossa dipenderà quindi in larga parte da Kiev. Se l’Ucraina dovesse fornire una spiegazione più dettagliata e una formula di scuse considerata adeguata da Seoul, la crisi potrebbe rientrare senza conseguenze durature. Se invece la questione dell’accordo di riservatezza dovesse rimanere irrisolta, il richiamo dell’ambasciatore potrebbe diventare il primo segnale concreto di un deterioramento dei rapporti.
Al momento, dunque, non si può parlare di rottura tra Corea del Sud e Ucraina. Ma la vicenda dei due prigionieri nordcoreani ha trasformato una delicata operazione diplomatica in un caso politico che tocca contemporaneamente la guerra in Ucraina, i rapporti tra le due Coree e la difficile posizione internazionale di Seoul. E il fatto che, dopo le scuse di Kiev, il governo sudcoreano stia ancora valutando il richiamo del proprio ambasciatore indica che la crisi è tutt’altro che conclusa.
