(AGENPARL) - Roma, 25 Settembre 2026 - Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo guardano al GNL statunitense per ridurre la dipendenza dalle forniture russe. Bruxelles teme però che nuove infrastrutture fossili possano creare dipendenze di lungo periodo e complicare gli obiettivi di decarbonizzazione
La spinta delle società energetiche statunitensi a rafforzare la propria presenza nei Balcani occidentali sta aprendo un nuovo fronte di confronto con l’Unione europea. Albania, Kosovo e Bosnia-Erzegovina stanno valutando l’acquisto di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti o la costruzione di infrastrutture necessarie a riceverlo, mentre Bruxelles guarda con cautela a progetti che potrebbero consolidare il ricorso al gas proprio mentre l’UE punta alla decarbonizzazione.
Per i governi della regione, il gas rappresenta soprattutto uno strumento di transizione. L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dalle forniture russe e, allo stesso tempo, accompagnare lo sviluppo delle energie rinnovabili e la progressiva riduzione del carbone. Per alcuni Paesi, inoltre, la diversificazione delle fonti viene considerata una questione di sicurezza energetica.
La posizione europea è più prudente. Funzionari dell’UE si chiedono se le infrastrutture previste siano realmente necessarie, considerando che alcuni dei Paesi interessati hanno attualmente una domanda interna di gas molto limitata. Il timore è che investimenti di questo tipo possano creare una dipendenza dalle importazioni di gas per un periodo più lungo di quanto sia compatibile con gli obiettivi climatici europei.
Il problema è particolarmente evidente in Bosnia-Erzegovina, dove è stato discusso un progetto preliminare per un gasdotto collegato all’infrastruttura di Krk, in Croazia. La questione ha suscitato preoccupazioni all’interno delle istituzioni europee, anche per la trasparenza del contratto e per i possibili effetti sul percorso di decarbonizzazione.
Il progetto bosniaco, tuttavia, non è ancora definitivo. L’accordo deve affrontare ulteriori passaggi legislativi e non è stato ratificato. Lo stesso vale per le altre iniziative citate nell’area. In Albania esiste un memorandum d’intesa per una possibile fornitura di GNL statunitense della durata prevista di vent’anni, collegata alla Grecia e alla società americana Venture Global, ma l’iniziativa è ancora subordinata a uno studio di fattibilità. Per il Kosovo non è stata invece presa una decisione definitiva.
Anche altri Paesi dell’area, tra cui Serbia e Macedonia del Nord, potrebbero ricevere GNL statunitense attraverso interconnessioni pianificate con la Grecia. Il quadro regionale resta quindi in evoluzione e nessuno dei progetti descritti può essere considerato, allo stato attuale, un accordo definitivo di approvvigionamento.
Washington presenta la propria strategia in termini di sicurezza energetica e diversificazione. Un portavoce del Dipartimento dell’Energia statunitense ha sostenuto che il maggiore coinvolgimento americano potrebbe favorire la stabilità regionale, ridurre i prezzi dell’energia e rafforzare commercio e prosperità. La stessa amministrazione considera le forniture di GNL uno strumento per aiutare Albania e Bosnia-Erzegovina a ridurre la dipendenza dal gas russo.
I rappresentanti dei Paesi balcanici intervenuti a un forum di Vienna hanno difeso una posizione analoga. Secondo la loro impostazione, il gas dovrebbe svolgere una funzione di combustibile di transizione mentre vengono sviluppate le fonti rinnovabili e viene progressivamente eliminato il carbone. In Albania, per esempio, la forte dipendenza dall’energia idroelettrica viene considerata un elemento di vulnerabilità in periodi di siccità, mentre il gas potrebbe contribuire alla stabilità della rete.
Il nodo, però, è la compatibilità tra questa strategia e il percorso di adesione all’UE. I Paesi dei Balcani occidentali che aspirano a entrare nell’Unione devono progressivamente allineare le proprie regole e politiche energetiche a quelle europee. La Comunità dell’energia, organismo sostenuto dall’UE, insiste quindi sulla necessità di garantire concorrenza, trasparenza e parità di condizioni nell’accesso alle infrastrutture e al mercato.
La questione non riguarda soltanto la provenienza del gas. Il problema per Bruxelles è anche evitare che nuovi investimenti nelle infrastrutture fossili finiscano per vincolare i Paesi candidati a un modello energetico destinato a durare oltre la fase di transizione. È la preoccupazione espressa dai funzionari europei, secondo cui l’espansione del gas potrebbe entrare in contraddizione con gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dall’Unione.
Dall’altra parte, la fine della dipendenza dalle forniture russe crea un problema concreto per i Paesi della regione. La Bosnia-Erzegovina, per esempio, dispone attualmente di un’unica infrastruttura principale per ricevere gas dalla Russia, rendendo la diversificazione delle rotte una questione di sicurezza degli approvvigionamenti.
È qui che il GNL americano può trovare spazio: non necessariamente come scelta definitiva a favore del gas, ma come alternativa alle forniture russe e come infrastruttura di sicurezza in una fase di transizione. Il problema è stabilire per quanto tempo questa fase dovrà durare e se gli investimenti necessari siano compatibili con la traiettoria energetica che l’UE chiede ai futuri membri.
Per ora, dunque, non si tratta ancora di una svolta compiuta. I principali progetti descritti sono in fasi diverse di sviluppo e nessuno degli accordi citati è stato definitivamente ratificato.
Ma la partita è già significativa: i Balcani occidentali cercano di sostituire la dipendenza energetica dalla Russia, gli Stati Uniti vedono nella regione un nuovo mercato per il proprio GNL e l’Unione europea deve conciliare sicurezza degli approvvigionamenti, integrazione dei futuri membri e obiettivi di decarbonizzazione.
È una tensione destinata a diventare sempre più importante con l’avvicinamento dei Paesi balcanici all’UE.
