(AGENPARL) - Roma, 17 Settembre 2026 - Il recente e fugace colloquio tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il leader cinese Xi Jinping a Bishkek, in Kirghizistan, a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, ha riacceso un dibattito scomodo e profondo all’interno della classe dirigente iraniana su come Xi Jinping e la Cina stiano ridimensionando la portata della loro alleanza con Teheran. L’assenza di un vertice bilaterale strutturato e approfondito non è passata inosservata nella capitale persiana. L’episodio si è trasformato immediatamente nel sintomo di un disagio geopolitico ben più ampio. Per anni, l’asse privilegiato con Pechino è stato sbandierato dai falchi e dai teorici della strategia “Guarda ad Est” come il pilastro fondamentale. L’obiettivo dichiarato era aggirare le sanzioni occidentali, alleggerire la pressione internazionale e ridurre la storica dipendenza dall’asse euro-americano. Oggi, tuttavia, la freddezza diplomatica mostrata dal gigante asiatico costringe la Repubblica Islamica a fare i conti con la cruda realtà dei rapporti di forza internazionali.
Le divisioni politiche a Teheran e il messaggio cifrato a Washington
Le reazioni politiche a Teheran non si sono fatte attendere, dividendo gli analisti e le correnti interne tra critici disincantati e difensori oltranzisti dell’ortodossia governativa. Voci autorevoli del panorama politico ed ex membri delle commissioni parlamentari per la sicurezza nazionale hanno interpretato il trattamento riservato a Pezeshkian in modo netto. Secondo loro, si tratta di un segnale inequivocabile inviato da Pechino direttamente a Washington, volto a marcare le distanze nel pieno di un contesto bellico e di crisi economica regionale.
Diverse personalità moderate sostengono che la mancanza di un incontro ufficiale concordato rifletta la riluttanza della Cina a impegnarsi politicamente. Pechino preferirebbe fermarsi alla superficie di un rapporto commerciale di convenienza. A rincarare la dose si sono aggiunte le dichiarazioni di esponenti centristi in merito a presunte condizioni poste da Pechino. Tali condizioni riguarderebbero lo sblocco dei nodi del trattato di cooperazione venticinquennale e l’autorizzazione della visita ufficiale del presidente del parlamento iraniano, inviato speciale per gli affari cinesi. Sebbene tali indiscrezioni siano state respinte con sdegno dai settori più conservatori e dall’ufficio dello stesso Ghalibaf – che hanno accusato i media moderati di fare il gioco della Casa Bianca – il nervosismo della stampa di regime dimostra quanto il tema sia politicamente incandescente.
I confini della strategia “Guarda ad Est” e l’isolamento iraniano
La polemica si è rapidamente estesa sui social media e nel dibattito pubblico. Da un lato, vi è chi accusa l’esecutivo pragmatico di Pezeshkian di privilegiare un ipotetico dialogo con gli Stati Uniti a discapito dei partner orientali. Dall’altro, vi è chi riconosce lucidamente i limiti strutturali di una strategia estera che rischia l’isolamento.
In un momento storico in cui Teheran si trova stretta tra sanzioni soffocanti, blocchi navali e una pericolosa escalation militare, il mito della superpotenza cinese pronta a fare da scudo totale contro le pressioni occidentali mostra vistose crepe. La freddezza registrata a Bishkek non costituisce una prova definitiva del collasso dei rapporti bilaterali. Tuttavia, essa rappresenta un avvertimento severo. Per Pechino, la Repubblica Islamica resta un partner utile sul piano energetico, ma economicamente e politicamente secondario rispetto ai propri equilibri globali. In questo scenario, l’Iran rischia di trovarsi pericolosamente solo di fronte alle sue molteplici crisi.
