(AGENPARL) - Roma, 15 Settembre 2026 - Una fase di forte instabilità caratterizza i mercati energetici globali. Il combinato disposto tra il sabotaggio delle infrastrutture strategiche nel Golfo, le tensioni persistenti sulle rotte commerciali e le ricadute della crisi mediorientale sta facendo impennare i prezzi delle materie prime. Queste dinamiche stanno riaccendendo lo scontro politico sul caro-energia negli Stati Uniti.
A innescare l’ultima fiammata sui mercati è stato l’attacco a un importante oleodotto in Arabia Saudita. Questa azione ha aggravato ulteriormente le tensioni sulle catene di approvvigionamento. Come diretta conseguenza, i futures sul greggio Brent sono balzati dell’1,3% a 107,05 dollari al barile. Nel contempo, il contratto statunitense West Texas Intermediate (WTI) ha registrato un incremento dell’1,51%, attestandosi a 102,92 dollari. Gli operatori di mercato guardano a ogni singolo episodio di instabilità come a un rischio concreto per la stabilità dei flussi. Monitorano così con estrema attenzione la situazione lungo l’oleodotto Est-Ovest e nello Stretto di Hormuz.
Sul fronte del gas naturale liquefatto (LNG), ExxonMobil ha cercato di stemperare gli allarmi. La società ha definito “a breve termine” le difficoltà avvertite dal settore. Durante la conferenza Gastech 2026 a Bangkok, Andrew Barry ha sottolineato che l’area mediorientale vanta una lunga storia di affidabilità nelle forniture di crisi. Ha comunque ammesso che la pressione sulle catene logistiche resta intensa dopo i mesi di turbolenze innescati dal conflitto con l’Iran.
La tensione militare nella regione continua a rimanere a livelli di guardia. Nelle scorse ore l’IRGC iraniano ha rivendicato l’intercettazione e la distruzione di un drone avanzato MQ-1 a ovest dello Stretto di Hormuz. Sul piano diplomatico ed economico, intanto, Washington stringe il cerchio sui canali finanziari di Teheran. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha depositato un’azione di confisca civile per 61 milioni di dollari in criptovalute. Queste somme sono riconducibili a una rete di riciclaggio internazionale attiva anche in Cina e finalizzata a occultare i proventi illeciti derivanti dalle vendite petrolifere militari iraniane.
Queste dinamiche internazionali si riflettono inevitabilmente sulla politica interna statunitense. Il fenomeno sta infatti infiammando il dibattito sui costi record dei carburanti. Il senatore Chuck Schumer ha criticato duramente il presidente Donald Trump. Lo ha accusato di tentare di addossare ingiustamente all’Ucraina la responsabilità dei prezzi record registrati dai listini. Secondo Schumer si tratta di un diversivo: i rincari che pesano su famiglie, trasportatori e aziende sarebbero infatti guidati direttamente dalla gestione del conflitto con l’Iran.
