(AGENPARL) - Roma, 13 Settembre 2026 - Mentre provo a trovare le parole per salutarla, mi accorgo che i ricordi professionali e quelli personali finiscono inevitabilmente per confondersi. Perché una redazione è così.
All’inizio ci sono ruoli, incarichi, responsabilità. C’è un direttore, ci sono i giornalisti, ci sono le pagine da chiudere, le notizie da verificare, i titoli da scegliere. Poi passano i giorni, i mesi, gli anni e dietro quei ruoli scopri le persone.
Lucia era una persona che non avevi bisogno di molto tempo per capire.
Dolce, seria, onesta, umile. E profondamente innamorata del giornalismo.
Non aveva bisogno di farlo sapere, né di mettersi al centro della scena, di alzare la voce o di rivendicare continuamente il proprio spazio. Lucia faceva una cosa molto più semplice: faceva la giornalista. E la faceva con serietà.
Da direttore ho conosciuto tanti giornalisti e ho imparato che questo mestiere rivela molto presto il carattere delle persone. Lo capisci quando arriva una notizia a pochi minuti dalla chiusura, quando una pagina deve essere rifatta, quando una fonte non risponde, quando un titolo non funziona, quando bisogna verificare ancora una volta qualcosa mentre tutti guardano l’orologio.
È allora che cadono le apparenze. È allora che capisci chi hai accanto.
Lucia era una di quelle persone sulle quali potevi contare. Aveva la serietà di chi conosce il peso delle parole e l’umiltà di chi sa che, nel nostro mestiere, prima di raccontare bisogna ascoltare.
Oggi, però, c’è soprattutto un ricordo che torna. Ed è impossibile separarlo dalla storia del Giornale dell’Umbria.
Con Lucia ho scritto l’ultima prima pagina del Giornale dell’Umbria.
Ancora oggi faccio fatica a pensarci senza provare qualcosa.
Per chi non ha mai lavorato in un quotidiano, una prima pagina può essere semplicemente la pagina più importante del giornale. Per chi invece ha vissuto dentro una redazione è molto di più. È il punto nel quale confluisce un’intera giornata. È una scelta, una responsabilità. È il momento in cui devi decidere quale notizia merita il titolo più grande e quali parole utilizzare per raccontarla ai lettori.
Da direttore responsabile, quella scelta faceva parte del mio lavoro quotidiano. Ma quella non era una prima pagina come le altre.
Era l’ultima.
Sapevamo che, una volta chiusa, il giorno dopo non ce ne sarebbe stata un’altra.
Dietro di noi c’erano anni di giornale. C’erano le telefonate che non finivano mai, le riunioni, le discussioni, i titoli cambiati all’ultimo momento, le fotografie cercate quando sembrava impossibile trovarle. C’erano i computer accesi fino a tardi, le corse contro il tempo, le soddisfazioni e gli errori, le notti difficili, le esclusive che ci avevano fatto sorridere e le giornate in cui avremmo voluto buttare tutto all’aria.
C’erano soprattutto le persone.
E quella sera bisognava mettere un punto.
L’ultimo.
Lucia era lì. E insieme dovevamo scrivere, in qualche modo, la parola «fine».
Io ero il direttore responsabile del Giornale dell’Umbria. Lei era una giornalista della redazione. Ma davanti a quella pagina eravamo soprattutto due giornalisti consapevoli di vivere un momento che non avremmo dimenticato.
Quell’ultima prima pagina l’abbiamo scritta insieme.
Ed è uno dei ricordi che mi legano per sempre a Lucia.
Quando anche l’ultima parola trovò il suo posto e il giornale fu finalmente chiuso, facemmo una cosa normalissima.
Andammo a mangiare insieme.
Oggi penso spesso a quel momento. E penso a quanto sia strana la memoria. Potrebbe conservare soltanto i grandi avvenimenti e invece, molte volte, sceglie un tavolo, una conversazione, due persone che mangiano dopo aver terminato il proprio lavoro.
Quella sera non avevamo appena chiuso soltanto l’edizione di un giorno.
Avevamo chiuso un giornale.
Una storia professionale e umana.
E poi ci siamo seduti a mangiare.
Non ricordo quel momento perché accadde qualcosa di eccezionale. Lo ricordo proprio perché fu semplice. Forse avevamo bisogno esattamente di quello: sederci, parlare, lasciare alle nostre spalle, almeno per qualche ora, tutto ciò che era successo.
Allora non potevo sapere quanto sarebbe diventato prezioso quel ricordo.
Oggi lo so.
Lucia amava il giornalismo. E quando dico che lo amava non penso alla retorica che spesso accompagna questa professione.
Penso al mestiere.
Alle notizie da cercare, alle persone da ascoltare, alle domande da fare, alle verifiche, alla cronaca, alle storie dell’Umbria che aveva raccontato tante volte.
Penso alla curiosità che dovrebbe accompagnare un giornalista per tutta la vita.
E penso soprattutto a una qualità diventata sempre più rara: l’umiltà.
Perché per raccontare gli altri bisogna essere capaci, qualche volta, di togliersi dal centro.
Lucia sapeva farlo.
Non cercava di essere più importante della storia che stava raccontando. Era seria senza essere altezzosa. Scrupolosa senza trasformare la professionalità in una posa. Dolce senza essere fragile.
Era una persona perbene.
E chi ha trascorso abbastanza tempo nelle redazioni sa quanto valga questa definizione.
Quando si dirige un giornale si pensa che si ricorderanno soprattutto i titoli più importanti, le aperture, le inchieste, le battaglie, le prime pagine delle giornate che hanno segnato la cronaca.
Con il tempo, invece, accade qualcosa.
I titoli cominciano a sbiadire.
E rimangono i volti.
Le voci, le battute, le telefonate, i momenti difficili affrontati insieme.
Rimangono le persone.
Quando ripenso al Giornale dell’Umbria, inevitabilmente ripenso anche a tutto questo.
E tra quei volti c’è quello di Lucia.
Oggi vorrei poter tornare per qualche minuto in quella redazione. Rivedere i computer accesi. Sentire i telefoni. Guardare l’orologio avvicinarsi all’ora della chiusura. Sentire qualcuno dire che manca ancora un titolo.
E vedere Lucia lì.
Con una pagina ancora da sistemare.
Con una storia ancora da raccontare.
La morte ha una crudeltà particolare: trasforma improvvisamente in definitivo ciò che credevamo semplicemente lontano.
Una persona con la quale hai lavorato appartiene a un periodo della tua vita. Sai che quel periodo è finito, ma in qualche modo immagini che quelle persone continuino ad esserci. Da qualche parte. A scrivere, a lavorare, a vivere la propria vita.
Poi arriva una notizia come questa.
E quella distanza diventa assenza.
Per questo oggi non voglio ricordare Lucia soltanto attraverso il dolore della sua scomparsa.
Voglio ricordare la giornalista, la collega, la donna che ho avuto la fortuna di conoscere. Voglio ricordare il suo amore per questo mestiere.
E soprattutto voglio custodire una scena.
Una redazione. Una pagina aperta sul computer. Le ultime correzioni. La consapevolezza che quella sarebbe stata davvero l’ultima volta.
Io ero il direttore responsabile del Giornale dell’Umbria.
Lucia era lì con me.
E insieme abbiamo scritto l’ultima prima pagina del giornale.
Poi abbiamo spento i computer.
Il giornale era chiuso.
E siamo andati a mangiare insieme.
Oggi, Lucia, voglio salutarti esattamente lì.
In quel momento.
Con l’ultima prima pagina alle nostre spalle e, almeno così credevamo allora, ancora un’infinità di storie davanti.
Grazie per la giornalista che sei stata.
Grazie per la collega che sei stata.
Ma soprattutto grazie per la persona che eri.
Ciao Lucia.
Ciao, giornalista vera.
