(AGENPARL) - Roma, 27 Agosto 2026 - Gli Stati Uniti stanno entrando in una fase paradossale della loro trasformazione energetica. Da una parte, la crescita dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e della manifattura avanzata sta facendo aumentare rapidamente il fabbisogno di elettricità. Dall’altra, una combinazione di procedure autorizzative complesse, sovrapposizioni tra autorità federali e statali, difficoltà di connessione alla rete e maggiore controllo politico sui progetti rinnovabili rischia di rallentare proprio gli investimenti necessari per soddisfare questa nuova domanda.
Il problema non riguarda soltanto solare ed eolico. È diventato una questione più ampia di sicurezza energetica, competitività industriale e capacità degli Stati Uniti di sostenere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Secondo un’analisi di JP Morgan citata da Semafor, gli Stati Uniti presentano alcuni dei più gravi colli di bottiglia autorizzativi tra le principali economie avanzate. Wood Mackenzie, nel frattempo, stima che il rafforzamento del controllo federale possa interessare circa 92 GW di progetti rinnovabili, associati a oltre 121 miliardi di dollari di investimenti.
Il tempismo difficilmente potrebbe essere più delicato: la domanda elettrica dei data center americani è destinata ad aumentare rapidamente e le reti devono contemporaneamente assorbire nuovi impianti di generazione, sistemi di accumulo e grandi carichi industriali.
Una policrisi energetica
La difficoltà americana si inserisce in un quadro internazionale ancora più complesso.
Negli ultimi anni il sistema energetico mondiale è stato sottoposto contemporaneamente a tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati petroliferi e del gas, crescita dei consumi elettrici e fenomeni meteorologici estremi.
A questi fattori si è aggiunto il boom dell’intelligenza artificiale.
I grandi modelli di IA richiedono enormi infrastrutture informatiche. Queste ultime hanno bisogno non soltanto di energia, ma di elettricità disponibile praticamente ininterrottamente e di reti sufficientemente robuste da garantire continuità del servizio.
Il risultato è che l’elettricità sta diventando una risorsa strategica per la competizione tecnologica.
Un Paese può disporre dei capitali necessari per costruire data center e fabbriche di semiconduttori, ma senza centrali, linee di trasmissione e connessioni alla rete sufficientemente rapide rischia di non riuscire ad alimentarle.
Ed è proprio qui che emerge il problema delle autorizzazioni.
JP Morgan: le autorizzazioni sono diventate un freno agli investimenti
Secondo l’analisi di JP Morgan riportata da Semafor, procedure eccessivamente lunghe rappresentano ormai uno degli ostacoli fondamentali alla costruzione delle infrastrutture energetiche.
Il fenomeno non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Australia, Canada, Germania e Regno Unito affrontano problemi simili.
Ma il caso americano risulta particolarmente complesso perché un singolo progetto può essere sottoposto a normative federali, statali e locali e richiedere l’intervento di numerose autorità.
Le conseguenze vanno molto oltre le energie rinnovabili.
Se una nuova centrale non entra in funzione, se una linea elettrica non viene costruita o se un impianto industriale non riesce a ottenere tempestivamente l’accesso alla rete, l’offerta di energia cresce più lentamente della domanda.
Questo può tradursi in prezzi più elevati, minore resilienza della rete e difficoltà nell’attrarre nuovi investimenti industriali.
121 miliardi di dollari sotto maggiore controllo
L’analisi di Wood Mackenzie offre una misura delle dimensioni del problema.
Secondo la società di consulenza, circa 92 GW di progetti rinnovabili potrebbero essere sottoposti a un controllo federale più intenso in conseguenza delle nuove procedure.
Il valore degli investimenti associati supera i 121 miliardi di dollari.
Si tratta di una quantità enorme di capacità.
Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, 92 GW equivalgono alla capacità nominale di decine di grandi centrali elettriche convenzionali. Naturalmente un gigawatt solare o eolico non produce continuamente un gigawatt di elettricità, per cui confrontare direttamente capacità rinnovabile e produzione continua può essere fuorviante. Ma il volume dei progetti interessati rimane comunque considerevole.
Wood Mackenzie stima che circa il 32% dei progetti rinnovabili americani nelle prime fasi di sviluppo possa essere esposto al maggiore controllo.
La questione centrale non è necessariamente che tutti questi impianti saranno cancellati. Il rischio è piuttosto che l’incertezza normativa ne aumenti tempi e costi, inducendo alcuni sviluppatori a rinviare gli investimenti o a riconsiderarne la redditività.
Perché anche un impianto su terreno privato può avere bisogno di Washington
Uno degli aspetti meno intuitivi del sistema americano riguarda la distinzione tra proprietà del terreno e competenza autorizzativa.
Una centrale solare o un parco eolico possono essere costruiti interamente su proprietà privata e avere comunque bisogno di autorizzazioni federali.
Un progetto può infatti interessare zone umide, habitat protetti, specie tutelate, corsi d’acqua, infrastrutture federali o territori con implicazioni tribali.
A seconda della posizione e della tecnologia possono intervenire organismi come il Fish and Wildlife Service, il Bureau of Land Management, il Bureau of Indian Affairs e l’Army Corps of Engineers.
A questi si aggiungono autorità statali, amministrazioni locali, gestori della rete e altri organismi.
La tutela ambientale e la consultazione delle comunità interessate svolgono funzioni importanti. Il problema nasce quando le responsabilità sono frammentate, le procedure si sovrappongono e non esistono scadenze sufficientemente prevedibili.
Per un investitore, infatti, anche l’incertezza temporale rappresenta un costo.
Il nuovo controllo federale
Il quadro è diventato ancora più delicato dopo l’introduzione di procedure che sottopongono determinati progetti eolici e solari a livelli superiori di revisione all’interno del Dipartimento degli Interni.
Per i critici della politica dell’amministrazione Trump, questo sistema rappresenta un ulteriore ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili.
I sostenitori di un maggiore controllo, al contrario, possono sottolineare la necessità di valutare attentamente utilizzo del territorio, affidabilità del sistema elettrico, impatto ambientale e costi complessivi.
La vera questione industriale riguarda però la prevedibilità.
Gli sviluppatori possono generalmente incorporare una normativa severa nei propri modelli finanziari, purché sappiano quali condizioni devono rispettare e in quanto tempo arriverà una decisione.
È molto più difficile finanziare un progetto quando procedure, tempi e probabilità di approvazione rimangono incerti.
L’intelligenza artificiale cambia completamente l’equazione
La questione sarebbe importante anche senza l’intelligenza artificiale. Con l’IA diventa urgente.
Goldman Sachs ha stimato una fortissima crescita della domanda energetica associata ai data center statunitensi, con un fabbisogno che potrebbe raggiungere circa 66 GW entro il 2027 secondo lo scenario citato.
I data center rappresentano inoltre un tipo particolare di consumatore.
Non sono abitazioni che possono ridurre facilmente il consumo durante determinate ore. Le grandi infrastrutture digitali richiedono livelli molto elevati di affidabilità e possono operare continuamente.
Questo sta spingendo le aziende tecnologiche a cercare energia attraverso molteplici fonti: solare, eolico, batterie, gas naturale, nucleare convenzionale, riattivazione di vecchi reattori, piccoli reattori modulari e geotermia avanzata.
Il problema americano, dunque, non consiste semplicemente nel costruire più rinnovabili. Consiste nel costruire rapidamente un sistema elettrico molto più grande.
Il vero collo di bottiglia potrebbe essere la rete
Anche ottenere l’autorizzazione per una centrale non risolve necessariamente il problema.
L’impianto deve essere collegato alla rete.
Negli Stati Uniti le code di interconnessione sono diventate uno dei principali ostacoli allo sviluppo energetico. Numerosi progetti attendono studi tecnici per stabilire quali aggiornamenti siano necessari prima di poter immettere elettricità nel sistema.
In alcuni casi la centrale potrebbe essere relativamente semplice da costruire, mentre il potenziamento delle linee necessario per trasportarne l’elettricità richiede molto più tempo.
È il paradosso della transizione energetica: produrre elettricità non basta; bisogna riuscire a portarla dove viene consumata.
E i nuovi centri della domanda non coincidono necessariamente con le aree nelle quali è più conveniente produrre energia eolica o solare.
Servono quindi migliaia di chilometri di nuove linee, trasformatori, sottostazioni, sistemi di accumulo e infrastrutture di controllo.
L’America rischia di avere data center senza abbastanza elettricità
Questa situazione introduce una nuova dimensione nella competizione internazionale sull’IA.
Fino a pochi anni fa la leadership tecnologica veniva valutata soprattutto attraverso semiconduttori, software, capitale umano e investimenti.
Ora bisogna aggiungere l’energia.
Un hyperscaler che decide dove costruire un nuovo campus deve sapere non soltanto quanto costa l’elettricità, ma quando potrà effettivamente riceverla.
Se una connessione richiede molti anni, la disponibilità teorica di energia diventa quasi irrilevante.
Da questo punto di vista, la riforma delle autorizzazioni potrebbe diventare una politica industriale tanto importante quanto gli incentivi fiscali.
Non è semplicemente uno scontro tra fossili e rinnovabili
Ridurre il dibattito a una contrapposizione tra ambientalisti e industria sarebbe però semplicistico.
Molte delle difficoltà autorizzative riguardano infrastrutture indispensabili anche a un sistema energetico convenzionale.
Gasdotti, linee elettriche, centrali nucleari, miniere, impianti geotermici e infrastrutture industriali possono incontrare problemi analoghi.
Una riforma efficace dovrebbe quindi cercare di accelerare la costruzione delle infrastrutture mantenendo contemporaneamente controlli ambientali, sicurezza e possibilità di partecipazione delle comunità.
Il punto fondamentale è passare da un sistema nel quale un progetto può rimanere indefinitamente sospeso a uno nel quale esistano regole chiare, responsabilità definite e tempi prevedibili.
Il costo economico dei ritardi
Ogni anno di ritardo produce conseguenze finanziarie.
Un progetto che rimane fermo continua a sostenere costi di sviluppo. Il capitale impegnato non produce rendimento. L’inflazione può aumentare il prezzo di materiali e manodopera. I contratti possono dover essere rinegoziati.
Anche il costo del finanziamento può crescere.
Alla fine, parte di queste spese viene trasferita sul prezzo dell’elettricità oppure rende semplicemente il progetto non più conveniente.
È questo il significato economico dell’avvertimento di JP Morgan: la burocrazia energetica non è soltanto un problema amministrativo. Può trasformarsi in minore offerta e maggiori costi per l’intera economia.
Il problema riguarda anche l’Europa
Gli Stati Uniti non sono soli.
L’Unione Europea ha obiettivi climatici più esplicitamente favorevoli alla diffusione delle rinnovabili, ma anche nel continente le autorizzazioni costituiscono uno dei principali ostacoli.
Un progetto eolico può richiedere anni di valutazioni. Nuove linee elettriche possono incontrare opposizione locale. Le amministrazioni possono non avere personale sufficiente per esaminare rapidamente migliaia di richieste.
SolarPower Europe ha ripetutamente sottolineato l’importanza di semplificare le procedure.
Jonathan Bonadio ha sintetizzato il problema sostenendo che le autorizzazioni costituiscono una delle chiavi del successo della transizione energetica.
Caldo estremo e sicurezza energetica
Per l’Europa il problema assume ulteriore rilevanza dopo ripetute crisi energetiche e periodi di caldo estremo.
Durante le ondate di calore aumenta la richiesta di elettricità per il condizionamento, mentre temperature elevate possono contemporaneamente mettere sotto pressione infrastrutture e sistemi di generazione.
La transizione energetica europea è inoltre strettamente collegata alla sicurezza geopolitica.
Ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili significa aumentare produzione elettrica domestica, reti, accumulo e flessibilità.
Se questi investimenti vengono rallentati dalle autorizzazioni, il continente rischia di rimanere più a lungo dipendente dalle importazioni energetiche.
Accelerare senza eliminare le garanzie
La soluzione non consiste necessariamente nell’abolire i controlli ambientali.
Una riforma potrebbe invece puntare a procedure parallele anziché sequenziali, sportelli unici, digitalizzazione, termini massimi per le decisioni, maggiore personale nelle amministrazioni, coordinamento tra autorità e identificazione preventiva delle aree più adatte allo sviluppo energetico.
Un sistema efficace dovrebbe permettere di bocciare rapidamente i progetti incompatibili e approvare altrettanto rapidamente quelli conformi alle norme.
Velocità non deve necessariamente significare assenza di controllo. Può significare semplicemente migliore amministrazione.
Una corsa contro il tempo
Il punto decisivo è che Stati Uniti ed Europa non stanno affrontando questa sfida in un periodo di domanda elettrica stagnante.
L’elettrificazione dei trasporti e dell’industria, la produzione di semiconduttori, i data center e soprattutto l’intelligenza artificiale stanno modificando le prospettive dei consumi.
Gli Stati Uniti dispongono di enormi risorse energetiche, capitali, tecnologia e un settore privato capace di investire centinaia di miliardi di dollari.
Ma nessuno di questi vantaggi garantisce che un impianto venga effettivamente costruito.
Il capitale può essere raccolto. I pannelli possono essere prodotti. Le turbine possono essere ordinate. Le batterie possono essere installate. Una centrale può essere tecnicamente pronta.
Se però autorizzazioni, interconnessioni e infrastrutture di trasmissione richiedono anni, l’elettricità arriverà comunque troppo tardi.
Ed è qui che il dibattito sulle energie pulite sta cambiando natura. La prossima fase della transizione americana potrebbe essere determinata meno dalla disponibilità delle tecnologie e più dalla capacità dello Stato di autorizzare, collegare e costruire le infrastrutture abbastanza rapidamente.
Con 92 GW di progetti sottoposti a maggiore scrutinio, oltre 121 miliardi di dollari di investimenti interessati e una domanda elettrica alimentata dall’IA in forte accelerazione, la riforma delle autorizzazioni non è più una questione burocratica marginale.
È diventata una delle grandi questioni di politica energetica, industriale e tecnologica degli Stati Uniti.
