(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - Diplomatica di lungo corso, ex ministra e ambasciatrice in diversi Paesi, Ivonne Baki entra nella corsa alla successione di Antonio Guterres con una candidatura presentata da Tonga. Nel suo programma promette il “rinnovamento” delle Nazioni Unite e punta sulla propria esperienza internazionale, mentre attirano attenzione i suoi rapporti di lunga data con Donald Trump.
La corsa per scegliere il prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite ha una nuova protagonista. La diplomatica ecuadoriana Ivonne Baki, 75 anni, è diventata l’ottava candidata alla successione del portoghese Antonio Guterres, il cui secondo mandato quinquennale terminerà il 31 dicembre.
«Sono onorata e commossa di annunciare la mia candidatura ufficiale alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite», ha dichiarato Baki annunciando la propria discesa in campo.
La sua candidatura presenta una particolarità che ha immediatamente attirato l’attenzione diplomatica: a proporla non è stato l’Ecuador, suo Paese d’origine, ma Tonga, piccolo regno insulare del Pacifico composto da circa 170 isole.
Baki entra così in una competizione che coinvolge otto candidati e che potrebbe protrarsi fino all’autunno, mentre all’interno delle Nazioni Unite cresce il dibattito sulla necessità di riformare un’organizzazione chiamata a confrontarsi con guerre, rivalità tra grandi potenze, crisi umanitarie e crescenti critiche nei confronti della propria struttura burocratica.
Una diplomatica tra America Latina e Medio Oriente
La biografia personale e professionale rappresenta uno dei principali argomenti della campagna di Baki.
Di origine ecuadoriana e con profonde radici culturali mediorientali, la diplomatica presenta la propria esperienza tra regioni differenti come un elemento capace di favorire il dialogo in una fase particolarmente complessa per il sistema multilaterale.
Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi governativi in Ecuador ed è stata ambasciatrice in Francia, Qatar e Stati Uniti, oltre ad aver maturato esperienze politiche e istituzionali su più continenti.
Baki sostiene inoltre di poter offrire alla guida dell’ONU un’esperienza personale direttamente segnata dalla guerra.
«Ho vissuto in prima persona gli orrori della guerra», ha affermato presentando la propria candidatura e rivendicando il valore della sua identità a cavallo tra America Latina e Medio Oriente.
La diplomatica ha inoltre ricordato la propria partecipazione a iniziative di mediazione tra Stati, presentandosi come una candidata capace di riportare al centro della missione dell’ONU uno dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite: prevenire i conflitti e proteggere le generazioni future dalla guerra.
La sorprendente candidatura di Tonga
Uno degli elementi più insoliti della candidatura riguarda proprio il Paese che ha deciso di sostenerla formalmente.
Baki è infatti la seconda personalità ecuadoriana in corsa, insieme all’ex ministra degli Esteri María Fernanda Espinosa, ma è stata nominata da Tonga.
L’ambasciatore tongano presso le Nazioni Unite, Viliami Va’inga Tone, ha motivato la scelta sostenendo che l’ONU si trova in un momento critico di transizione e necessita di una leadership esperta, fondata su principi solidi e capace di costruire consenso.
Secondo Tone, Baki possiede l’esperienza diplomatica, l’integrità e le capacità necessarie per mobilitare sia le Nazioni Unite sia la più ampia comunità internazionale a sostegno del multilateralismo.
Baki ha ringraziato Tonga per la fiducia ricevuta, collegando la propria candidatura a una visione fondata su pace e rinnovamento istituzionale.
Otto candidati per il dopo Guterres
La competizione è già affollata e comprende alcune figure di primo piano della diplomazia e della politica internazionale.
Tra i candidati figurano l’ex vicepresidente della Costa Rica Rebeca Grynspan, l’ex ministra degli Esteri della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett e l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Nella corsa sono indicati anche l’ex presidente cilena Michelle Bachelet, l’ex presidente senegalese Macky Sall, la diplomatica ugandese Olara Otunnu e l’altra candidata ecuadoriana María Fernanda Espinosa.
La presenza di numerose candidate alimenta inoltre un dibattito storico: in oltre ottant’anni di vita, le Nazioni Unite non sono mai state guidate da una donna.
La scelta del successore di Guterres potrebbe quindi trasformarsi anche in una prova della volontà degli Stati membri di rompere questo precedente.
I rapporti di Ivonne Baki con Donald Trump
Un altro elemento destinato a pesare sulla campagna è rappresentato dai rapporti di Baki con il presidente statunitense Donald Trump.
La diplomatica ha pubblicamente evidenziato i suoi legami con Trump, oltre a quelli con l’ex presidente Bill Clinton, e ha sostenuto di poter contare sull’appoggio americano alla propria candidatura.
La relazione con Trump avrebbe radici lontane.
I rapporti risalirebbero almeno al 2000, periodo successivo alla nomina di Baki come prima donna ambasciatrice dell’Ecuador a Washington. Nella sua autobiografia del 2021, My Destiny: Horrors of War and Aspirations for Peace, la diplomatica ha raccontato che il rapporto si sarebbe ulteriormente consolidato attraverso il concorso di Miss Universo, allora legato a Trump, che Baki contribuì a portare in Ecuador nel 2004.
Più recentemente, Baki ha elogiato apertamente l’azione diplomatica del presidente statunitense, attribuendogli un ruolo importante nella prevenzione di un’escalation internazionale e dichiarando di voler sostenere i suoi sforzi di pace in Medio Oriente.
Un rapporto non sempre privo di divergenze
La vicinanza personale non ha tuttavia significato un allineamento totale.
Durante il primo mandato presidenziale di Trump, Baki espresse critiche nei confronti di alcune scelte dell’amministrazione americana riguardanti Israele, compresa la controversa decisione del 2017 di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana e trasferirvi l’ambasciata statunitense da Tel Aviv.
Il suo rapporto con Trump appare quindi più articolato rispetto a un semplice allineamento politico.
Tuttavia, proprio la possibilità che Washington possa sostenere Baki aggiunge un elemento importante alla competizione, considerando il peso determinante degli Stati Uniti nel processo di selezione.
Il dibattito sulla prima donna alla guida dell’ONU
La candidatura di Baki si intreccia con la campagna internazionale per eleggere finalmente una donna al vertice dell’organizzazione.
Ma anche all’interno dei sostenitori di questa prospettiva emergono divisioni.
Secondo testimonianze riportate dalla stampa specializzata, alcuni promotori della candidatura femminile temono che il dibattito possa concentrarsi esclusivamente sul genere, trascurando orientamento politico, indipendenza e capacità effettiva della candidata scelta.
La vicinanza di Baki a Trump potrebbe quindi trasformarsi contemporaneamente in un punto di forza diplomatico e in una fonte di controversie.
Come viene scelto il Segretario Generale
Il meccanismo di selezione attribuisce un ruolo decisivo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
I suoi 15 membri conducono sondaggi informali per verificare il livello di sostegno di ciascun candidato e restringere progressivamente il campo.
Per ottenere la raccomandazione del Consiglio, un candidato deve raccogliere almeno nove voti favorevoli. Ma esiste un ostacolo ancora più importante: nessuno dei cinque membri permanenti – Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito – deve esercitare il proprio potere di veto.
Questo significa che una candidatura può raccogliere un ampio consenso tra gli altri membri e tuttavia essere fermata dall’opposizione di una sola delle cinque grandi potenze.
Una volta raggiunto l’accordo nel Consiglio di Sicurezza, il nome prescelto viene raccomandato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiamata a procedere alla nomina.
I sondaggi informali entrano nel vivo
Il Consiglio di Sicurezza ha già avviato la fase dei sondaggi informali non vincolanti.
L’ambasciatrice danese presso le Nazioni Unite, Christina Markus Lassen, presidente di turno del Consiglio per il mese di agosto, ha confermato lo svolgimento di un secondo scrutinio segreto.
I risultati vengono comunicati ai candidati attraverso i Paesi che ne hanno presentato formalmente la candidatura e servono a misurare la capacità di ciascuno di costruire consenso.
Potrebbero essere necessari altri turni prima che emerga un nome capace di ottenere l’appoggio necessario.
La parola chiave di Baki: “rinnovamento”
Baki sta cercando di distinguere la propria candidatura attraverso una parola precisa: rinnovamento.
La diplomatica sostiene che le Nazioni Unite debbano essere riformate per mantenere la propria rilevanza nei tre grandi ambiti della loro missione: pace e sicurezza, diritti umani e sviluppo.
La sua proposta punta a un’organizzazione maggiormente orientata ai risultati e meno concentrata sulle procedure burocratiche.
Baki rivendica la propria esperienza come ministra, presidente del Parlamento andino e ambasciatrice, sottolineando di aver lavorato in quattro continenti e di poter portare al Palazzo di Vetro prospettive esterne, idee innovative e nuove competenze.
L’obiettivo dichiarato è spostare l’ONU da una cultura prevalentemente basata sui processi a una struttura capace di produrre risultati concreti e misurabili per i 193 Stati membri.
Una candidatura che può diventare un test per Washington
La corsa di Ivonne Baki presenta quindi caratteristiche particolari.
È latinoamericana ma porta con sé anche un’identità legata al Medio Oriente; è ecuadoriana ma viene candidata da Tonga; rivendica una lunga esperienza nel multilateralismo ma propone di rinnovarne profondamente i meccanismi; ha rapporti consolidati con Trump pur avendo criticato in passato alcune delle sue decisioni.
Proprio il fattore americano potrebbe diventare decisivo.
Se Washington dovesse effettivamente sostenere la sua candidatura nel Consiglio di Sicurezza, Baki potrebbe acquisire maggiore peso nella competizione. Ma il sostegno statunitense, da solo, non sarebbe sufficiente: per arrivare alla guida dell’ONU sarebbe necessario costruire un equilibrio capace di ottenere anche l’accettazione delle altre potenze con diritto di veto.
La sfida per Baki sarà quindi trasformare una rete diplomatica costruita nel corso di decenni in un consenso sufficientemente ampio tra Paesi con interessi geopolitici spesso contrapposti.
La corsa per il dopo Guterres entra così in una fase sempre più politica. E la candidatura di Ivonne Baki, con la sua combinazione di esperienza diplomatica, proposta di riforma, identità multiculturale e rapporti con Donald Trump, è destinata a essere una delle più osservate.
