(AGENPARL) - Roma, 13 Agosto 2026 - La Bosnia-Erzegovina si trova al centro di una complessa partita geopolitica nella quale sicurezza energetica, influenza statunitense nei Balcani, rapporti con la Russia e interessi economici privati sembrano intrecciarsi sempre più strettamente. Al centro della controversia c’è la Southern Interconnection, il progetto di gasdotto destinato a collegare la Bosnia alla rete croata e, attraverso questa, ai terminali europei di gas naturale liquefatto.
L’obiettivo strategico dichiarato è chiaro: creare una nuova rotta di approvvigionamento che permetta alla Bosnia di ridurre la propria dipendenza dal gas russo e di accedere anche al GNL statunitense attraverso la Croazia.
Il progetto, sostenuto da anni dagli Stati Uniti e considerato compatibile con gli obiettivi europei di diversificazione energetica, è però diventato molto più controverso dopo l’ingresso della società americana AAFS Infrastructure and Energy LLC.
La questione non riguarda quindi tanto l’utilità geopolitica del gasdotto, quanto le modalità con cui il progetto viene riorganizzato, la trasparenza dell’operazione e i rapporti tra la società favorita e figure vicine al presidente Donald Trump.
Secondo la ricostruzione alla base di questo articolo, AAFS sarebbe stata costituita nel Wyoming soltanto pochi giorni dopo che diplomatici americani avevano proposto ai principali leader politici della Federazione di Bosnia-Erzegovina un nuovo modello nel quale una società privata statunitense avrebbe sviluppato, costruito e gestito l’infrastruttura.
Un gasdotto strategico per ridurre la dipendenza dalla Russia
La Southern Interconnection non nasce con l’amministrazione Trump.
Il progetto era stato sviluppato per anni dalla società bosniaca BH Gas e dalla croata Plinacro, i due operatori delle reti di trasmissione interessati dal collegamento. Le società avevano sottoscritto già nel 2017 un accordo di cooperazione sul tracciato e sul punto di interconnessione tra Bosnia e Croazia.
Nel progetto originario, BH Gas avrebbe sviluppato e gestito la sezione bosniaca, mentre Plinacro avrebbe avuto la responsabilità della parte croata.
Dal punto di vista geopolitico, l’infrastruttura risponde a una vulnerabilità reale della Bosnia: la forte dipendenza da un’unica direttrice di approvvigionamento del gas.
Collegare il Paese alla Croazia consentirebbe invece di diversificare le forniture e di accedere al mercato europeo del GNL. Per Washington ciò aprirebbe inoltre maggiori opportunità per il gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti.
È proprio qui, tuttavia, che una politica energetica sostenuta da tempo da Washington e Bruxelles comincia a intrecciarsi con una vicenda commerciale molto più controversa.
L’arrivo improvviso di AAFS
Il 20 novembre 2025, secondo la documentazione fornita, l’incaricato d’affari statunitense John Ginkel incontrò i leader dei cinque principali partiti della Federazione bosniaca proponendo un modello differente per la Southern Interconnection: affidarne sviluppo, costruzione e gestione a un’impresa privata americana.
I leader avrebbero accettato in linea di principio. In quel momento, tuttavia, l’identità dell’impresa non era ancora stata resa pubblica.
Quattro giorni dopo venne costituita nel Wyoming AAFS Infrastructure and Energy LLC.
La tempistica è uno degli elementi che alimentano le domande sulla trasparenza dell’operazione.
A rendere politicamente sensibile il caso sono soprattutto le persone associate alla società.
Tra le figure indicate come proprietari figurano Jesse Binnall, avvocato personale di Donald Trump, e Joe Flynn, fratello dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Alla nuova impresa è stato inoltre associato l’imprenditore bosniaco Amer Bekan, descritto nelle fonti citate come uomo dotato di una vasta rete di contatti nel mondo politico ed economico locale. Gli altri azionisti, secondo la documentazione fornita, non sarebbero stati resi pubblici.
La vicenda solleva così una domanda inevitabile: perché una società appena costituita e senza un’esperienza pubblicamente dimostrata nella costruzione e gestione di grandi infrastrutture energetiche dovrebbe occupare una posizione centrale in un progetto strategico internazionale?
Il nodo della gara competitiva
Il punto più delicato riguarda la procedura utilizzata.
Secondo il materiale fornito, non sarebbe stata organizzata una gara internazionale aperta attraverso la quale confrontare AAFS con altri operatori sulla base di criteri quali esperienza, capacità finanziaria, costi, condizioni contrattuali, partner tecnologici e competenze operative.
La questione appare ancora più significativa considerando che società internazionali con esperienza nel settore avevano manifestato interesse. Nel gennaio 2026, ad esempio, rappresentanti del gigante americano Bechtel erano arrivati a Sarajevo per discutere proprio della Southern Interconnection.
Entro aprile, secondo la ricostruzione, la normativa relativa alla Southern Interconnection sarebbe stata modificata eliminando BH Gas dal precedente ruolo centrale e collocando AAFS in una posizione privilegiata.
Il risultato sarebbe stato singolare: una società statunitense costituita da meno di cinque mesi, senza precedenti pubblicamente noti in progetti infrastrutturali comparabili e senza partner tecnici definitivamente annunciati, diventava un attore centrale del nuovo corridoio energetico bosniaco.
Una società intermediaria più che un costruttore
AAFS non dovrebbe necessariamente costruire materialmente il gasdotto.
Secondo la struttura descritta nei documenti, potrebbe agire principalmente come sviluppatore e intermediario, ottenendo concessioni e finanziamenti e affidando successivamente progettazione, costruzione e gestione ad aziende specializzate.
Un modello simile non è di per sé insolito nel settore delle infrastrutture. Diventa però problematico quando manca una procedura competitiva capace di determinare se l’intermediario scelto offra effettivamente le condizioni migliori per lo Stato.
Le informazioni pubblicamente disponibili indicate nel materiale restano inoltre incomplete: non sarebbero stati identificati definitivamente il progettista, il costruttore, l’operatore del gasdotto e i fondi d’investimento incaricati di fornire il capitale. Anche la composizione completa dell’azionariato rimarrebbe sconosciuta.
L’opacità, dunque, non riguarderebbe soltanto chi possiede AAFS, ma anche chi finanzierà l’infrastruttura, chi la costruirà, chi la gestirà e quale remunerazione riceverà la società per il proprio ruolo di intermediario.
Dal gasdotto agli aeroporti e alle centrali elettriche
La Southern Interconnection potrebbe inoltre rappresentare soltanto una parte delle ambizioni di AAFS in Bosnia.
Secondo la documentazione fornita, il valore complessivo degli investimenti prospettati avrebbe raggiunto circa 1,5 miliardi di euro, includendo non soltanto il gasdotto ma anche tre centrali elettriche alimentate a gas.
AAFS avrebbe inoltre manifestato interesse per concessioni trentennali relative agli aeroporti internazionali di Sarajevo e Mostar, con la possibilità, nel caso di Sarajevo, di un’estensione ulteriore di vent’anni.
In pochi mesi, quindi, una società statunitense appena costituita sarebbe passata dal non esistere formalmente al proporsi come protagonista di alcuni degli asset infrastrutturali più strategici della Bosnia.
È questa rapidità, combinata con la vicinanza di alcuni proprietari all’entourage di Trump, ad alimentare le accuse di potenziale conflitto d’interessi.
Il ruolo di Milorad Dodik
La vicenda energetica si intreccia inevitabilmente con la figura di Milorad Dodik, per anni principale uomo forte della Republika Srpska e protagonista di ripetuti scontri con le istituzioni centrali bosniache.
Washington lo aveva sanzionato già nel 2017 per le sue iniziative contro l’ordine istituzionale derivato dagli Accordi di Dayton. Nel 2022 il Dipartimento del Tesoro impose nuove sanzioni accusandolo di attività destabilizzanti e corruzione.
Negli anni successivi le misure furono estese ai familiari e a società considerate parte della sua rete economica.
La situazione iniziò però a cambiare nel 2025.
Nel marzo di quell’anno, la Republika Srpska affidò un incarico di lobbying alla RRB Strategies, guidata dall’ex governatore dell’Illinois e alleato di Trump Rod Blagojevich. Tra gli obiettivi dichiarati figuravano la rimozione delle sanzioni contro i funzionari della Republika Srpska, l’opposizione all’Alto Rappresentante Christian Schmidt e la costruzione di rapporti diretti con funzionari dell’amministrazione statunitense.
Dopo una serie di negoziati, Washington arrivò infine a rimuovere Dodik, i suoi familiari e numerosi alleati e società dalle liste delle sanzioni.
La scelta doveva contribuire a ridurre la crisi istituzionale bosniaca. Ma gli sviluppi successivi hanno alimentato dubbi sull’efficacia della strategia.
Dodik torna alla retorica secessionista
Secondo la documentazione fornita, nei mesi successivi Dodik avrebbe infatti ripreso rapidamente posizioni fortemente conflittuali.
A gennaio tornò a sostenere apertamente la prospettiva della secessione della Republika Srpska e a contestare la Corte costituzionale bosniaca. A febbraio, durante una visita negli Stati Uniti, definì Sarajevo “nemica della Republika Srpska” e chiese l’allontanamento dell’Alto Rappresentante.
La situazione divenne sufficientemente preoccupante da spingere, a marzo, un gruppo bipartisan di parlamentari statunitensi a chiedere il ripristino delle sanzioni.
Contemporaneamente, Dodik ha continuato a mantenere stretti rapporti con Mosca. A maggio si trovava nuovamente in Russia per incontrare Vladimir Putin e, nel mese successivo, la Republika Srpska intensificava i colloqui con Gazprom.
Si crea così uno dei principali paradossi dell’intera strategia americana.
Due gasdotti, due direzioni geopolitiche
Washington presenta la Southern Interconnection come uno strumento per ridurre la dipendenza della Bosnia dal gas russo.
Dodik, tuttavia, sostiene contemporaneamente il progetto del cosiddetto Nuovo Gasdotto Orientale, un’infrastruttura stimata in circa 500 milioni di euro che collegherebbe direttamente la Republika Srpska alla Serbia e, attraverso questa, al sistema del gas russo.
Nell’aprile 2026 Dodik avrebbe dato il proprio sostegno alla Southern Interconnection, descrivendola prevalentemente come un progetto della Federazione. Ma avrebbe contemporaneamente chiesto che i progetti energetici della Republika Srpska non fossero più bloccati.
Il risultato è una situazione apparentemente contraddittoria: gli Stati Uniti promuovono un gasdotto occidentale per diminuire la presenza energetica russa, mentre l’uomo politico necessario a sbloccarlo cerca contemporaneamente di realizzare un’altra infrastruttura destinata a preservare l’accesso al gas russo.
La questione esplosiva delle proprietà statali
A complicare ulteriormente la vicenda c’è una delle controversie costituzionali più delicate della Bosnia del dopoguerra: la proprietà dei beni statali.
Circa un terzo del percorso previsto per il gasdotto attraverserebbe terreni classificati come proprietà statale. La Bosnia non ha ancora raggiunto una soluzione politica definitiva sulla loro gestione.
La questione è centrale nello scontro tra le istituzioni nazionali e la Republika Srpska.
Dodik sostiene da anni che i beni pubblici situati nel territorio dell’entità serbo-bosniaca debbano appartenere alla Republika Srpska. La Corte costituzionale bosniaca ha invece ripetutamente respinto i tentativi dell’entità di appropriarsi unilateralmente di tali proprietà.
Per Washington, trovare un compromesso sulla proprietà statale potrebbe quindi servire a rimuovere uno degli ostacoli alla Southern Interconnection.
Ma una soluzione favorevole alle richieste di Dodik rischierebbe contemporaneamente di alterare il delicato equilibrio istituzionale costruito dagli Accordi di Dayton.
Lo scontro sull’Alto Rappresentante
È qui che entra in gioco l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), istituzione internazionale incaricata di vigilare sull’attuazione civile degli accordi di pace.
L’Alto Rappresentante dispone dei cosiddetti poteri di Bonn, strumenti straordinari che gli consentono, in determinate circostanze, di imporre decisioni e rimuovere funzionari.
Christian Schmidt aveva già utilizzato la propria autorità nel 2022 per sospendere una legge della Republika Srpska relativa ai beni statali, sostenendo che l’entità non potesse disporne unilateralmente.
Nel maggio 2026 Schmidt ha annunciato le proprie dimissioni. Washington ha successivamente sostenuto la candidatura del diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi alla successione.
Secondo il materiale fornito, un rappresentante di AAFS avrebbe detto ad alti parlamentari bosniaci che il problema delle proprietà statali sarebbe stato risolto una volta che Zanardi Landi fosse diventato Alto Rappresentante. Il programma pubblico del diplomatico italiano, tuttavia, non avrebbe spiegato in che modo avrebbe affrontato concretamente la controversia.
Stati Uniti ed Europa divisi sulla Bosnia
La nomina si è trasformata rapidamente in un nuovo terreno di scontro diplomatico transatlantico.
Mentre Washington ha sostenuto Zanardi Landi insieme, secondo la documentazione, a Italia, Turchia e Giappone, Francia, Germania e Regno Unito hanno appoggiato il diplomatico francese René Troccaz.
Il primo tentativo di raggiungere un accordo si è concluso senza risultato. Anche le successive riunioni non hanno prodotto un successore definitivo, lasciando Louis Crishock alla guida ad interim dell’OHR.
Dietro la disputa sulla nomina si intravede una questione molto più ampia: quale direzione dovrà prendere l’architettura internazionale che dal 1995 contribuisce a mantenere l’equilibrio politico della Bosnia?
Per alcuni sostenitori di una revisione del sistema, l’OHR rappresenta ormai una struttura anacronistica che limita la piena sovranità bosniaca. Per i suoi difensori, invece, eliminarlo o indebolirlo prima che siano state risolte le profonde divisioni istituzionali del Paese potrebbe rimuovere uno degli ultimi strumenti capaci di impedire iniziative unilaterali delle entità.
Il rischio di una strategia controproducente
La politica americana presenta quindi una contraddizione fondamentale.
Da un lato, Washington vuole ridurre l’influenza energetica russa nei Balcani attraverso la Southern Interconnection. Dall’altro, per raggiungere questo obiettivo sembra aver bisogno della collaborazione di Dodik, uno dei politici della regione più vicini a Mosca e sostenitore di un progetto parallelo che manterrebbe aperto il collegamento con il gas russo.
Allo stesso tempo, il sostegno statunitense a una società privata collegata a persone vicine a Trump alimenta interrogativi sulla distinzione tra politica estera americana e interessi commerciali privati.
Questo non dimostra automaticamente l’esistenza di un illecito o di un accordo corruttivo. Ma l’assenza di una procedura competitiva, la mancata divulgazione completa dell’azionariato e dei finanziatori, la limitata esperienza pubblicamente documentata della società e i rapporti personali dei suoi dirigenti con l’ambiente politico di Trump costituiscono elementi sufficienti per rendere necessaria una trasparenza molto maggiore.
Una partita che va oltre il gas
La Southern Interconnection potrebbe essere un’infrastruttura importante per la sicurezza energetica della Bosnia. Diversificare le fonti, collegarsi più profondamente al mercato europeo e ridurre la vulnerabilità nei confronti di un unico fornitore sono obiettivi strategicamente comprensibili.
Ma proprio l’importanza del progetto rende essenziale che la sua realizzazione avvenga attraverso procedure trasparenti e verificabili.
La vera questione non è soltanto chi costruirà il gasdotto, ma chi lo finanzierà, chi ne controllerà la gestione, quali margini economici saranno riconosciuti agli intermediari e quali concessioni politiche verranno eventualmente effettuate per consentirne la costruzione.
Il caso bosniaco mostra così quanto rapidamente energia, politica estera e interessi commerciali possano fondersi.
Per Trump, la Southern Interconnection può rappresentare contemporaneamente un’opportunità per aumentare le esportazioni americane di GNL, diminuire l’influenza russa nei Balcani e consolidare il peso politico di Washington nella regione.
Per la Bosnia, tuttavia, la posta in gioco è molto più alta: riguarda la sovranità sulle infrastrutture strategiche, l’equilibrio tra le entità, il futuro dell’ordine istituzionale di Dayton e il rapporto con Stati Uniti, Unione Europea e Russia.
Se il progetto dovesse procedere senza maggiore trasparenza, la Southern Interconnection rischierebbe quindi di trasformarsi da strumento di diversificazione energetica in un nuovo punto di frizione politica.
E il paradosso finale sarebbe evidente: un gasdotto concepito per rafforzare l’indipendenza energetica della Bosnia potrebbe finire per aumentare le tensioni sulla sua indipendenza politica e istituzionale.
