(AGENPARL) - Roma, 4 Agosto 2026 - Che cosa significa oggi essere una startup? E, soprattutto, quando un’impresa può essere considerata realmente innovativa e capace di generare un impatto sul mercato?
In un ecosistema in continua trasformazione, nel quale intelligenza artificiale, mobilità sostenibile, transizione ecologica e tecnologie digitali stanno modificando modelli economici e sociali, il concetto stesso di startup appare sempre più complesso e lontano dalla semplice idea di una società appena costituita.
Il tema riguarda da vicino anche l’Europa, dove non esiste una definizione generale e univoca di “startup”, mentre la normativa individua specifici criteri per le imprese eleggibili agli investimenti di venture capital. Una distinzione che apre una riflessione più ampia sul ruolo delle giovani imprese innovative, sull’accesso ai capitali e sulla capacità dei sistemi nazionali di trasformare la ricerca e l’imprenditorialità in nuovi campioni industriali.
L’Agenparl ha intervistato Gianmarco Carnovale, imprenditore romano, CEO e co-founder di Scuter e protagonista da oltre 25 anni dell’ecosistema italiano dell’innovazione. Dopo una prima esperienza universitaria in Scienze Politiche, Carnovale ha scelto la strada dell’imprenditoria anche a seguito di un periodo negli Stati Uniti, dove ha approfondito i modelli di business tecnologici e il rapporto tra innovazione e sviluppo economico. Alla fine degli anni Novanta ha fondato, insieme ad altri soci, STW Group, realtà che può essere considerata un “venture studio” ante litteram e dalla quale sono nate diverse startup.
Il suo percorso lo ha portato negli anni a ricoprire ruoli di top management in società tecnologiche attive nel settore delle telecomunicazioni, a occuparsi di consulenza strategica e open innovation e a partecipare al lancio di importanti programmi di accelerazione e corporate accelerator. Co-fondatore e presidente di Roma Startup e membro del Continental Council di Allied for Startups, è stato anche docente a contratto all’Università degli Studi di Roma “Foro Italico” sui temi dello startup design e del venture fundraising.
Un’esperienza maturata tra impresa, investimenti, istituzioni e formazione che oggi confluisce in Scuter, la startup fondata insieme a Gabriele Carbucicchio, Carmine Di Nuzzo e Luca Ruggeri, che unisce mobilità elettrica, intelligenza artificiale e tecnologie digitali con l’obiettivo di ripensare la mobilità individuale nelle città. Il progetto ha recentemente debuttato a Milano con un servizio pilota, all’interno di un’infrastruttura destinata a evolversi anche attraverso accordi di franchising.
Domanda: Negli ultimi anni il termine “startup” è stato utilizzato per descrivere realtà molto diverse tra loro. Oggi, che cosa significa davvero essere una startup e quali sono, secondo lei, gli elementi che distinguono un’impresa innovativa da una normale società di nuova costituzione?
Carnovale: «La definizione più accettata dai mercati internazionale è riassunta in una frase: “un’organizzazione temporanea in cerca di un modello di business ripetibile e scalabile”.
Se analizziamo i tre concetti possiamo tradurre i perimetri di una startup: è una aggregazione di persone con forma e dimensioni variabili, non rigide, in quanto deve adattarsi quasi istantaneamente alle evidenze e alle circostanze, è una realtà che non sta facendo cose canoniche già “trovate” da altre imprese, né ha certezze fissate ed è ripetibile, significa che non ha una dimensione locale, ma che ciò che realizza è ripetibile in altri mercati; mentre scalabile significa che il rapporto tra curva dei costi e curva dei ricavi tende a distanziarsi.
In pratica, più cresce il business e più c’è profitto. Provando a sintetizzare da un altro angolo, significa che quando parliamo di startup dobbiamo pensare a dei “tentativi di impresa”, come se fossero delle attività di ricerca in laboratorio, ma applicate all’economia, con il requisito di rivolgersi a un mercato globale e che non abbiano un andamento lineare tra costi e ricavi. Quest’ultimo elemento elimina, per capirsi, le attività ad alta intensità di lavoro umano, o la mera produzione o commercializzazione di prodotti fisici.»
Domanda: A livello europeo non esiste una definizione di startup, mentre esistono criteri molto precisi per individuare le imprese eleggibili agli investimenti di venture capital, basati sull’età dell’impresa o sulla data della prima commercializzazione. Ritiene che anche il dibattito italiano dovrebbe evolversi verso una visione più aderente agli standard europei?
Carnovale: «Si, certamente. Oggi come oggi la startup è sostanzialmente una società in grado di entrare nel perimetro dell’investimento in capitale di rischio, per poter conquistare i mercati più rapidamente di altri concorrenti che identifichino lo stesso filone. Qualsiasi altro paletto definitorio è un limite che rischia di creare più problemi che opportunità. Chiaramente, basare il progetto di impresa sull’investimento non è un obbligo, ma statisticamente è quasi una certezza.»
Domanda: Negli Stati Uniti e sempre più anche in Europa il successo di una startup non viene misurato soltanto dalla tecnologia sviluppata, ma dalla capacità di risolvere problemi concreti della società. È questo anche l’approccio con cui avete sviluppato Scuter?
Carnovale: «In realtà le startup non devono neanche necessariamente sviluppare tecnologia, possono anche solo adottarne e combinarle con creatività e capacità esecutiva. L’elemento centrale del successo di una startup è sempre e solo basato nel tentare di migliorare qualcosa: un modello di consumo, un prodotto, un servizio, un mercato, un settore economico. L’apprezzamento da parte del mercato – esistente o potenziale – è l’indicatore centrale, che chiaramente va misurato in modo differente a seconda dello stadio di maturazione: inizialmente bastano “segnali” di potenziale gradimento di un semplice concept, poi l’apprezzamento di prototipi, poi le prime vendite a clienti veri, poi la crescita. Noi abbiamo sviluppato Scuter fondandoci sulla tesi che un servizio di mobilità urbana basato su un mezzo speciale, con caratteristiche disegnate ad hoc per uso intensivo da parte di una audience molto trasversale, potesse avere successo.»
Domanda: Transizione ecologica, mobilità urbana, digitalizzazione delle città, intelligenza artificiale: oggi le startup sono chiamate a confrontarsi con sfide molto più complesse rispetto a dieci anni fa. Quali sono le trasformazioni che ritiene più decisive per il prossimo decennio?
Carnovale: «Pensare di guardare a un orizzonte decennale è impensabile: la tecnologia avanza con dei salti trasformativi che mutano radicalmente gli scenari senza preavviso. Tre anni fa nessuno prevedeva che i Large Language Model – le AI – sarebbero entrate così pesantemente in campo. In qualsiasi momento il quantum computing potrebbe cambiare di nuovo tutto, ma potrebbe farlo anche la fusione nucleare che renderebbe l’energia pressoché gratuita, o qualche biotecnologia che raddoppi la durata media della vita umana.»
Domanda: L’Europa punta sempre di più sull’autonomia industriale e tecnologica. In questo scenario quale ruolo possono giocare startup innovative italiane capaci di sviluppare soluzioni proprietarie nei settori della mobilità, dell’energia e delle smart city?
Carnovale: «Tra le startup italiane di oggi ci sono le grandi industrie italiane del prossimo decennio, e questa è una verità trasversale, scollegata da settori specifici.»
Domanda: Scuter nasce proprio nell’ambito della mobilità urbana sostenibile. Quale problema concreto avete deciso di affrontare e perché ritenete che oggi le città abbiano bisogno di un approccio diverso rispetto ai tradizionali modelli di trasporto?
Carnovale: «Le città hanno una struttura rigida, non possono adeguare gli spazi alla esigenza di mobilità di una popolazione urbana crescente, che è un fenomeno globale. Non potendo allargare le strade, per evitare l’intasamento è necessario ridurre le dimensioni dei veicoli e far sì che il loro uso sia condiviso tra più persone. Scuter è nata intorno all’idea, quindi, che il trasporto pubblico locale di massa possa essere affiancato da un servizio di mobilità individuale, basato su mezzi di ingombro stradale ridotto al minimo possibile per garantire confort e sicurezza, e che nell’arco delle 24 ore vengano impiegati dal maggior numero possibile di persone. Questo andrebbe a ridurre traffico urbano, spesa individuale, ingombro stradale e inquinamento.»
Domanda: Sempre più amministrazioni parlano di città intelligenti, ma spesso il concetto di Smart City rimane astratto. Dal vostro osservatorio, quali sono oggi gli interventi che possono realmente migliorare la qualità della vita urbana nei prossimi anni?
Carnovale: «Ottimizzare gli spazi pubblici e le regole di fruizione, e soprattutto raccogliere dati in affiancamento alla capacità di analizzarli in tempo reale.»
Domanda: Molte startup italiane sviluppano tecnologie di alto livello, ma faticano a crescere. Secondo lei il principale limite è l’accesso ai capitali, la cultura del rischio, il rapporto con la Pubblica Amministrazione oppure altro?
Carnovale: «C’è sicuramente un problema nella PA che non ha ancora capito che le startup non sono imprese piccole, è come se fossero dei neonati che vanno accuditi e supportati. Poi certamente, c’è un grande tema di accesso ai capitali che deriva dalla cultura del rischio. Non c’è la percezione che il rischio vero sia quello di non investire in nuovi campioni di mercato, e l’intero sistema paese non capisce che se non si prendono sul serio le startup ed il venture capital sostenendoli fino al termine del fallimento di mercato che viviamo, subiremo una grande deindustrializzazione.»
Domanda: Guardando ai principali ecosistemi internazionali dell’innovazione, quali modelli ritiene possano rappresentare un riferimento per l’Italia e quali errori invece sarebbe opportuno evitare?
Carnovale: «Il più grande errore che stiamo commettendo è quello di svalutare o non considerare seriamente l’importanza delle startup e del venture capital, e questo accade a partire dai principali decisori politici. Il secondo grande errore che stiamo commettendo è quello di cercare di reinventare la ruota parlando di un “modello italiano” da trovare. Tutte le nazioni in cui questo schema di creazione di impresa funziona, hanno pedissequamente copiato la Silicon Valley. L’adattamento locale deve semplicemente essere quello di capire quali siano i gap più importanti su cui agire, ma la “ricetta” è la medesima: concentrazione geografica locale in uno o due grandi distretti con massa critica e collegamenti diretti con gli altri grandi distretti internazionali, una base culturale univoca allineata alla rete globale dell’innovazione, un quadro normativo in deroga che sia favorevole ai “tentativi di impresa”, e interventi pubblici di inserimento di liquidità nel sistema, ma finalizzati ad attivare progressivamente una quota crescente di capitale privato. Italiano o estero, è irrilevante. Ciò che conta è che siano locali le imprese e i posti di lavoro.»
Domanda: Se dovesse immaginare il panorama europeo dell’innovazione tra dieci anni, quale sarà, secondo lei, la caratteristica che distinguerà le startup destinate a crescere da quelle che invece rimarranno semplici progetti imprenditoriali?
Carnovale: «Quelle che si fonderanno su alte ambizioni trasformative, con potenziale globale, e che dimostreranno il merito sul campo facendo passi che evidenzino la loro crescita, e ricevendo capitale in modo crescente. Quelle che vengono invece “unte” dall’alto, con grandi capitali fin dalla nascita, sono sempre destinate a fallire. Rifrasando: quelle che “emergono” tra tante, diventano campioni. Quelle che vengono “scelte” per diventarle, non lo diventano mai. L’innovazione è un fenomeno probabilistico, non deterministico: il solo modo per avere una ragionevole certezza di avere futuri campioni industriali, è quello di farne nascere moltissimi e dare risorse a quelli che dimostrano di andare avanti. È come se stessimo parlando di capire come avere grandi scienziati, e dei premi Nobel: il solo sistema è quello di scolarizzare massicciamente, e portare avanti attraverso i vari gradi del sistema formativo i talenti che dimostrano di essere in grado di arrivare all’Università, al master, al dottorato di ricerca.»

