(AGENPARL) - Roma, 29 Luglio 2026 - La Presidente di Netval Maria Chiara Di Guardo e il Project Manager Federico Novembrini raccontano il ruolo della piattaforma Knowledge Share nel favorire l’incontro tra università, enti di ricerca, imprese e investitori, con il supporto dell’intelligenza artificiale e una visione strategica per la competitività del sistema Paese.
Come trasformare l’eccellenza della ricerca pubblica italiana in innovazione capace di generare competitività, crescita economica e nuove opportunità per il sistema produttivo?
È una delle sfide al centro di Knowledge Share, la piattaforma nazionale nata dalla convenzione tra il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Associazione Netval e il Politecnico di Torino, che mette in connessione università, enti di ricerca, imprese e investitori attraverso strumenti digitali e tecnologie di intelligenza artificiale.
In questa intervista, Maria Chiara Di Guardo, Presidente di Netval, e Federico Novembrini, Project Manager del progetto Knowledge Share per Netval, analizzano lo stato del trasferimento tecnologico in Italia, il ruolo dell’intelligenza artificiale nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di innovazione, le prospettive per rafforzare la sovranità tecnologica del Paese e gli obiettivi di sviluppo della piattaforma.
Un confronto che offre una riflessione sul futuro dell’ecosistema italiano dell’innovazione, sul valore strategico della ricerca pubblica e sulle condizioni necessarie per trasformare conoscenza, brevetti e competenze in opportunità concrete per imprese, investitori e cittadini.
Domanda: Knowledge Share nasce per mettere in connessione ricerca pubblica e sistema produttivo. Qual è oggi il principale ostacolo che impedisce all’innovazione sviluppata nelle università e negli enti di ricerca di trasformarsi rapidamente in valore economico e competitività per il Paese?
Maria Chiara Di Guardo: «Knowledge Share nasce per rendere visibile e accessibile il patrimonio brevettuale delle università e degli enti pubblici di ricerca italiani, con un’attenzione particolare al deep tech, ovvero tecnologie che affrontano problemi tecnici di frontiera.
Sul principale ostacolo, la risposta che si sente più spesso è che i ricercatori non partono da una domanda di mercato. Sviluppano un risultato e solo dopo si chiedono a che cosa possa servire. È vero, e va bene che sia così. Se la ricerca rispondesse soltanto alle domande che le imprese sanno già formulare, avremmo miglioramenti incrementali e nessuna industria nuova. La curiosità di un ricercatore allarga il campo delle opportunità, mette sul tavolo opzioni che nessuno aveva pensato di chiedere. Il valore economico nasce da lì e il nostro compito è creare strumenti abilitanti per raccoglierlo.
Il punto vero riguarda i linguaggi. Ricercatori e imprese parlano in modo diverso, e di solito chiamiamo questa distanza gap comunicativo, come se fosse un difetto da correggere. A me sembra piuttosto un ponte da costruire e da tenere in piedi. Non chiediamo ai ricercatori di parlare come le imprese, né alle imprese di parlare come i ricercatori. Servono persone che stiano in mezzo e sappiano tradurre nelle due direzioni, e sono i professionisti degli uffici di trasferimento tecnologico. Formarli e metterli in rete è il mestiere di Netval da anni, e con le iniziative dei Ministeri e degli altri policy maker i segnali di cambiamento oggi sono tracciabili.
Resta poi il fatto che non ogni risultato della ricerca trova un contesto industriale pronto ad accoglierlo, e che spesso servono anni. La stampa 3D è l’esempio classico, una tecnologia dirompente arrivata prima che i player di mercato fossero disposti a riorganizzarsi attorno a essa. Ma questo racconta qualcosa di molto utile alle imprese. Il portafoglio brevettuale della ricerca pubblica dice con anni di anticipo dove stanno andando le tecnologie e quali problemi diventeranno centrali. Chi lo legge per tempo può avere uno sguardo sul futuro e guadagnare posizioni sui concorrenti. La competitività del Paese si gioca proprio su quanto tempo passa tra il momento in cui la ricerca sa una cosa e il momento in cui le imprese la usano, e su quello possiamo intervenire, perché è una questione di infrastruttura e di persone. La qualità della ricerca italiana di sicuro non ci manca. »
Domanda: La piattaforma utilizza strumenti di intelligenza artificiale per facilitare il matchmaking tra domanda e offerta di innovazione. In che modo l’IA può cambiare concretamente il modo in cui imprese, investitori e ricercatori individuano partner e opportunità, e quali saranno i prossimi sviluppi in questa direzione?
Federico Novembrini: «Nel caso specifico della piattaforma, l’intelligenza artificiale rappresenta un importante supporto alle attività di scouting svolte da investitori e aziende, facilitando la ricerca e aiutandoli a individuare i progetti, le startup e le competenze più in linea con le proprie esigenze di innovazione.
L’AI diventa così un layer abilitante che consente agli utenti, attraverso una semplice query di ricerca, di esplorare il mondo accademico e i suoi risultati, individuando con chi entrare in contatto, ad esempio quando si cerca un esperto di dominio oppure quando si vuole investire in uno spin-off.
L’intelligenza artificiale può inoltre aiutare a far emergere progetti appartenenti a settori non immediatamente riconducibili all’ambito di ricerca dell’utente, ma potenzialmente applicabili al bisogno individuato.
In futuro stiamo valutando di potenziarne ulteriormente l’utilizzo, sia per migliorare la User Experience sulla piattaforma, sia attraverso una logica di pooling, capace di mettere insieme competenze complementari e favorire la creazione di sinergie tra progetti e tecnologie presenti all’interno dell’ecosistema della ricerca. »
Domanda: Negli ultimi anni si parla molto di sovranità tecnologica, autonomia strategica e valorizzazione del Made in Italy. Quanto può incidere una piattaforma come Knowledge Share nel rafforzare il sistema italiano dell’innovazione e quali ulteriori strumenti istituzionali sarebbero necessari per fare un salto di qualità?
Maria Chiara Di Guardo: «Quando si parla di sovranità tecnologica, il primo requisito è sapere che cosa abbiamo in casa. Nessun Paese può dirsi autonomo su una tecnologia se non sa dove quella tecnologia è già stata sviluppata. KS serve prima di tutto a questo ed è oggi la piattaforma di riferimento, a livello di sistema Paese, per lo scouting di tecnologie e competenze che nascono dalla ricerca pubblica. Non a caso rappresenta un asset strategico per il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con un ruolo preciso nell’Atto di indirizzo strategico sul trasferimento tecnologico pubblicato di recente.
La piattaforma è ormai riconosciuta e adottata sia dalle imprese sia dagli enti pubblici di ricerca, ma il salto di qualità sta nel farne uno strumento di lavoro quotidiano più che una vetrina da consultare.
Sul piano istituzionale il ruolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, degli altri Ministeri e di associazioni come Netval resta decisivo. Da anni finanziano due cose che servono davvero. La prima sono i fondi che portano un’idea di laboratorio fino a un prototipo dimostrabile, il passaggio in cui la maggior parte delle tecnologie si ferma perché nessun investitore privato entra così presto. La seconda è il sostegno agli uffici che dentro le università si occupano di trasferimento tecnologico, cioè alle persone che quel lavoro lo fanno tutti i giorni. Se penso a che cosa servirebbe in più, direi continuità. Le università programmano quando sanno di poter contare su queste risorse per più anni e ogni contratto che scade porta via competenze che abbiamo già pagato per formare.
Il potenziale della ricerca italiana oggi lo usiamo solo in parte, ed è proprio per questo che c’è margine. Knowledge Share sta diventando un reale punto di accesso alla conoscenza Made in Italy, aperto a chiunque voglia fare innovazione e cerchi le competenze giuste per la propria esigenza. »
Domanda: Oltre ai numeri già raggiunti – migliaia di brevetti, centinaia di startup, oltre 1.600 imprese registrate e milioni di euro di dealflow – qual è il risultato di cui siete più orgogliosi e quali sono gli obiettivi di crescita che vi siete dati nei prossimi anni?
Maria Chiara Di Guardo: «I numeri contano, ma il risultato di cui Netval è più orgogliosa è un altro. Università ed enti di ricerca che, per anni, hanno lavorato ciascuno per conto proprio, oggi mettono i propri brevetti nello stesso posto e con lo stesso linguaggio. Riunire il MIMIT, Netval e tutti gli enti aderenti attorno a un obiettivo comune non era affatto scontato, ed è quello che ha reso Knowledge Share uno strumento standardizzato e quindi scalabile.
Sul futuro lavoriamo su due fronti. Il primo è la piattaforma, che continueremo a rendere più efficiente per chi la usa, sia dal lato delle imprese sia dal lato della ricerca. Il secondo è portare il modello fuori dall’Italia e verificare se regge anche su scala europea. Su questo abbiamo già avviato interlocuzioni con l’Ufficio europeo dei brevetti e con l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. »
Domanda: Se dovesse rivolgersi a un imprenditore, ricercatore o investitore che non ha ancora utilizzato Knowledge Share, perché dovrebbe registrarsi oggi e quale valore concreto potrebbe ottenere dalla piattaforma?
Federico Novembrini: «Knowledge Share è oggi uno strumento unico nel panorama italiano e, con ogni probabilità, anche in quello europeo. A renderla distintiva è innanzitutto la possibilità di accedere gratuitamente a tutte le sue funzionalità, grazie al finanziamento del MIMIT, e di ricevere il supporto di un team dedicato. Queste caratteristiche hanno contribuito al riconoscimento della piattaforma come best practice da parte della Commissione europea nel 2021.
Attraverso un’unica interfaccia intuitiva e in pochi click, permette di svolgere attività di scouting e di entrare direttamente in contatto con gli Uffici di Trasferimento Tecnologico degli enti pubblici di ricerca italiani, senza intermediazioni.
La piattaforma rappresenta oggi oltre il 90% dell’output della ricerca valorizzabile, parliamo di più di 3000 tecnologie, 400 spin-off e 6000 ricercatori e si arricchisce ogni mese di circa 50 nuovi progetti, tra tecnologie e iniziative, che non nascono già all’interno di percorsi di ricerca finanziata.
Knowledge Share si configura quindi come un vero e proprio one-stop shop per le attività di Knowledge Exchange, rivolto agli attori dell’innovazione interessati a investire in nuove tecnologie e progetti.
Si tratta di una piattaforma che rende estremamente più semplice accedere ai prodotti e le tecnologie nate dalla ricerca pubblica, individuare nuove opportunità e creare connessioni capaci di generare, nel lungo periodo, un impatto significativo sulla società. »
Un percorso che, secondo i responsabili del progetto, passa dalla capacità di creare connessioni stabili tra ricerca, imprese e istituzioni.
Maria Chiara Di Guardo, Presidente di Netval: «Valorizzare la ricerca significa trasformare conoscenza e competenze in opportunità concrete per il Paese. In un portafoglio brevettuale pubblico c’è scritto, con anni di anticipo, dove stanno andando le tecnologie, Knowledge Share serve a far sì che le imprese italiane lo leggano per prime. Perché tutto questo accada però servono competenze dedicate al trasferimento tecnologico e una collaborazione stabile tra istituzioni, università, enti di ricerca e imprese.»
Federico Novembrini, Project Manager di KS: «La sfida non è soltanto rendere visibili tecnologie e competenze, ma creare le condizioni perché possano incontrare bisogni reali, investimenti e capacità industriale. Knowledge Share vuole essere sempre più il luogo in cui queste connessioni diventano percorsi concreti di innovazione.»
