(AGENPARL) - Roma, 13 Giugno 2026 - La Terra dei Fuochi non è solo un luogo: è una ferita aperta nel cuore della Campania, un territorio che da oltre trent’anni convive con roghi, sversamenti, discariche abusive e un sistema criminale che ha trasformato la gestione dei rifiuti in un affare miliardario. È un’area che si estende tra le province di Napoli e Caserta, dove la campagna, un tempo fertile, è stata progressivamente avvelenata da tonnellate di scarti industriali provenienti da mezza Italia e da parte dell’Europa.
La storia comincia tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, quando i clan camorristici — in particolare il cartello dei Casalesi — comprendono che lo smaltimento illecito dei rifiuti è un business più sicuro e più redditizio del traffico di droga. Aziende del Nord, del Centro Italia e perfino del Nord Europa cercano scorciatoie economiche per liberarsi di fanghi industriali, solventi, residui chimici, scarti sanitari. La camorra offre un servizio rapido e a basso costo: nessun trattamento, nessuna tracciabilità, nessun controllo. I rifiuti vengono interrati in cave dismesse, sversati nei campi, abbandonati ai margini delle strade, oppure bruciati di notte per ridurre i volumi e cancellare le prove.
È in quegli anni che nascono i roghi, piccoli fuochi che punteggiano la notte e che danno il nome all’area. Le fiamme illuminano campagne e periferie, mentre colonne di fumo nero si alzano nell’aria, portando con sé plastica, pneumatici, vernici, materiali tossici. I comuni più colpiti — Giugliano, Qualiano, Villaricca, Acerra, Caivano, Afragola, Casal di Principe, Castel Volturno — diventano simboli di un sistema criminale che gestisce il ciclo dei rifiuti come una filiera parallela, invisibile e devastante.
Le prime inchieste giudiziarie documentano un quadro impressionante: camion che viaggiano di notte, terreni agricoli trasformati in discariche, cave riempite di fusti tossici, falde contaminate da metalli pesanti. Ma è tra il 2008 e il 2013 che la verità esplode davvero. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia — tra cui quelle, clamorose, di Carmine Schiavone — rivelano l’esistenza di decine di siti contaminati, l’interramento di rifiuti industriali sotto campi coltivati, la complicità di imprenditori e intermediari senza scrupoli. È un terremoto politico e sociale: per la prima volta, lo Stato è costretto a guardare in faccia la dimensione reale del disastro.
Nel 2013, con il decreto legge 136, la Terra dei Fuochi entra nella normativa italiana. Si avviano le mappature dei terreni, i monitoraggi di ISPRA e ARPA, i sequestri, i primi piani di bonifica. Ma la strada è lunga e accidentata: molte aree restano contaminate, i roghi non scompaiono del tutto, e la lentezza delle bonifiche alimenta sfiducia e rabbia. Le comunità locali, però, non si arrendono: nascono comitati, associazioni, reti civiche che denunciano, documentano, chiedono trasparenza e interventi concreti.
Negli anni più recenti, il fenomeno cambia forma ma non si esaurisce. I grandi roghi diminuiscono, ma persistono micro‑sversamenti, incendi localizzati, traffici di rifiuti speciali. Le rotte criminali si frammentano, si spostano, si adattano ai nuovi controlli. Cresce l’attenzione sulla matrice acqua: falde, canali e corsi d’acqua mostrano tracce di contaminazioni da solventi, idrocarburi, metalli pesanti. È una minaccia silenziosa, meno visibile dei roghi, ma potenzialmente più pericolosa.
In questo contesto, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti decide nel 2026 di dedicare una nuova relazione alla Terra dei Fuochi, concentrandosi proprio sull’evoluzione dei traffici e sulle criticità emergenti. La missione prevista per il 24 e 25 giugno 2026 nelle province di Napoli e Caserta ha un obiettivo preciso: verificare sul campo lo stato delle bonifiche, ascoltare procure, forze dell’ordine, ARPA, comitati locali, e aggiornare il quadro delle responsabilità e delle emergenze ancora aperte.
Oggi la Terra dei Fuochi è un territorio che continua a lottare. È un luogo dove convivono dolore e resistenza, devastazione e speranza. È un simbolo nazionale: racconta la fragilità di un territorio, la forza delle comunità che non si arrendono, e la necessità di un impegno istituzionale costante per restituire dignità, sicurezza e futuro a un’area che per troppo tempo è stata trattata come una discarica invisibile.